





Il Dio crocifisso, per chi crede in lui, ridona la Vita,
14 SETTEMBRE – XXIV DOMENICA del TEMPO ORDINARIO.
Il Dio crocifisso, per chi crede in lui, ridona la Vita.
Cristo con la sua croce ha redento il mondo e ciò sembra agli occhi di questo mondo qualcosa di inconcepibilmente paradossale: che un Dio abbia potuto esprime il suo amore per l’uomo attraverso la morte in croce del suo Figlio, fattosi uomo. Così un segno di umiliazione, di sofferenza e di morte diventa segno di liberazione dal peccato, di vita rinnovata dell’umanità nella comunione con Dio, di glorificazione del Figlio e promessa di salvezza e di risurrezione per gli uomini: « Dio nell’albero della Croce ha stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita ». Così, anche in noi, la vita divina si rinnova quando nella fede e nella speranza della Croce, cioè nelle sofferenze e in comunione con le sofferenze e il dolore redentivo di Cristo, ne diveniamo partecipi. La Croce, in cui il Signore è stato confitto, non dobbiamo ridurla a simbolo culturale o ornamentale ma segno di cui gloriarci, perché, guardando il Dio crocifisso e ed immedesimandoci nella sua passione, possiamo essere nella fede salvati.
La croce del Signore, dice san Paolo, come supplizio e patibolo, che infligge sofferenza e morte, irrisa da chi ha fortemente contrastato il cristianesimo, su cui anche oggi vengono condannati dei cristiani, è stata considerata, allora come anche dagli uomini di oggi, uno scandalo e una stoltezza di cui vergognarsi più che gloriarsi. Ma in questo albero, attraverso l’obbedienza del Figlio, Dio ha stabilito la salvezza dell’uomo, in contrapposizione all’albero per cui, per la disobbedienza del primo uomo, questi aveva interrotto il rapporto con il creatore.
Spesso, davanti all’agire di un Dio che per mezzo del suo Figlio crocifisso ha ridato all’uomo la salvezza o davanti alla sofferenza degli innocenti, l’uomo si chiede: « Cosa fa Dio di fronte al male che l’uomo compie e di fronte alla sofferenza? Perché non ferma la mano di chi compie il male ? Non poteva Dio evitare che il Figlio morisse, o che agli ’uomni, specie agli innocenti, non capitino sofferenze e morte?». Gesù, Parola che il Padre rivolge all’uomo, che sale sulla croce per amore al Padre e all’uomo, è la risposta definitiva di Dio al male e al male morale dell’uomo. Attraverso la sofferenza e la morte, Gesù con la potenza della sua resurrezione ha vinto il male e la morte, la quale credeva di aver ucciso il Figlio di Dio, ma aveva, come dice un autore antico, ingoiato il « Dio della vita »: così il male e la morte sono stati sconfitti per sempre.
Tutto questo mistero di salvezza, incomprensibile per l’uomo, che davanti al male ricevuto pensa subito alla vendetta, per Dio è espressione di amore che Egli ha per le sue creature, poiché non tollera che l’uomo creato per amore a sua immagine, potesse essere lontano dal suo amore di Creatore e Padre. La risposta di Dio al male non è rispondere con il male, ma con il perdono, per cui Gesù dalla croce esclama: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno » (Lc 23,34) e san Paolo ripete: « Se i dominatori di questo mondo avessero conosciuto il mistero della sapienza di Dio », realizzatosi in Gesù, suo Figlio, « non avrebbero crocifisso il Signore della gloria » (1Cor 2,7).
Prima Lettura: Nm 21,4-9.
Nel serpente di bronzo che Mosè per ordine di Dio eleva sopra un’asta, per essere segno di guarigione per gli Ebrei che nel deserto, ribellatisi a Dio, per punizione, sono morsi da serpenti velenosi e solo guardandolo sarebbero stati risanati, è preannunziata l’elevazione da terra di Colui che ha detto: « Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me », cioè di Cristo crocifisso che, prendendo su di sé le nostre iniquità, ci avrebbe risanato dai morsi del peccato e del maligno.
Seconda Lettura: Fil 2,5-11.
San Paolo, in questa celebrazione della Esaltazione della Santa Croce, ci ricorda che essa è per il seguace di Cristo, non motivo di vergogna o ignominia, ma di gloria, perché per mezzo di essa, Gesù Cristo, pur essendo di condizione divina, nel suo essere come Dio, si è abbassato, annientato e assumendo la condizione di servo, … si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Ma dal Padre egli è stato esaltato e ha ricevuto un nome davanti al quale ogni ginocchio deve piegarsi e ogni lingua deve proclamare che « Gesù Cristo è il Signore », a gloria di Dio Padre.
Così il cristiano è esortato da Paolo ad avere gli stessi sentimenti di Cristo per proseguire il suo spirito e il suo metodo, portando la croce insieme a lui, perché solo così si potrà giungere alla sua stessa gloria.
Vangelo: Gv 3,13-17.
Giovanni nel suo Vangelo fa risaltare fortemente il parallelo tra il serpente elevato da Mosè e Cristo, il Figlio dell’uomo innalzato sul legno della croce, da cui attira tutti a sé con il suo abbraccio misericordioso. Ma è necessario avere fede in lui, Dio crocifisso, se si vuole avere la vita eterna. Solo credendo, dice Gesù a Nicodemo, che il Padre, nel suo grande amore per gli uomini, ha mandato il suo Figlio unigenito e, se si crede in lui, si può avere la vita eterna.
Il Figlio infatti è stato mandato dal Padre nel mondo perché questi sia salvato.
La correzione fraterna nella Chiesa.
7 SETTEMBRE – XXIII Domenica del Tempo Ordinario.
La correzione fraterna nella Chiesa.
Nel giorno del Signore, il Padre celeste ci invita al convito eucaristico e ci fa dono del suo Figlio, come « Parola » e « Pane di vita ». Gesù, la sapienza incarnata, è la Parola che in tutta la Scrittura Dio ci rivolge, per guidarci nelle scelte quotidiane della vita e così adempiere alla sua volontà, e il Pane di vita, che ci nutre e ci santifica con la sua presenza sacramentale.
Per questi doni, per tutto quello che ha compiuto per mezzo del suo Figlio e per tutti gli altri doni , ricevuti dalla Paternità di Dio, è « cosa buona e giusta », diciamo nella preghiera del Prefazio, rendere grazie a Dio e rendergli la nostra lode, la nostra adorazione in quanto figli adottivi, partecipi, in quanto membra di Cristo, della sua stessa eredità. Questa realtà di partecipazione al banchetto deve essere vissuta non tanto individualmente ma come comunità di fratelli, riuniti attorno a Cristo, nostro capo e Signore, affinché, diciamo nella colletta, « a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna ».
Il cammino del cristiano è sì un itinerario individuale di santità, ma inserito in un contesto di vita comunitaria, aperto all’more verso i fratelli.
L’amore che riceviamo da Dio in Cristo suo Figlio deve, come dice san Giovanni, essere vissuto amando i fratelli, perché non possiamo amare Dio che non vediamo se non amiamo i fratelli che vediamo.
Prima Lettura: Ez 33,1.7-9.
Il profeta, come sentinella, è portatore non di una sua parola, ma di quella di Dio, ed è tenuto ad annunziarla con fedeltà e integralmente. Così ognuno di quelli a cui si rivolge, posto davanti alla Parola, con il proprio senso di responsabilità, deve ascoltarla e compiere un cammino di conversione al Signore. Se l’empio, a cui Dio rivolge l’invito alla conversione attraverso l profeta, non viene da questi ammonito, per cui il malvagio non desiste dalla sua condotta perversa, allora la responsabilità « della morte del peccatore » ricade sul profeta. Se invece il profeta, adempiendo la sua missione, avrà ammonito l’empio a cambiare vita e questi non si converte, egli morirà per la sua iniquità, ma al profeta non sarà addebitata nessuna responsabilità.
Tutti noi, in merito alla nostra partecipazione battesimale alla realtà profetica di Cristo, siamo chiamati a dare testimonianza del bene a tutti, anche davanti a coloro che operano iniquamente, ricordando che è opera di carità spirituale « ammonire i peccatori e pregare per loro », anche se questo deve essere fatto con carità, nella fraternità, con discrezione e senza superbia.
Seconda Lettura: Rm 13,8-10.
L’osservanza del comandamenti, « Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai » e qualsiasi altro comandamento, sono compendiati in quello dell’ « Amare il prossimo tuo come te stesso », dice san Paolo, cioè nella carità che non fa male al prossimo e che è pienezza della Legge.
Tutti i comandamenti sono, allora, espressione dell’amore verso tutti gli uomini, che dobbiamo amare come fratelli, nella varie circostanze di relazione che poniamo tra noi e loro. Solo di questo amore che dobbiamo agli altri, dice ancora san Paolo, siamo debitori nei loro confronti. Di nulla altro.
Vangelo: 18,15-20.
In questo brano del Vangelo vengono dati degli insegnamenti che riguardano le relazioni tra i membri di una comunità, sia a livello privato, come anche quelle riguardanti atteggiamenti che possono arrecare scandalo nei fratelli, per cui tutta quanta la comunità ne è coinvolta, perché ne va
di mezzo la testimonianza del vangelo, che non è reso più facilmente credibile, e perchè viene meno anche la missione profetica della Chiesa.
La correzione fraterna, a cui siamo esortati da Gesù, deve, come abbiamo accennato nella prima lettura, essere considerata come un dovere fraterno ed essere vissuta con lo stile di Cristo, con la progressività di gesti che ricalcano lo stesso stile dell’agire della santità di Dio: la sua misericordia, illimitata e incondizionata. Così volendo imitare l’amore di Dio per noi, dobbiamo assumere come norma la necessità dell’amore per il fratello, operando nella correzione fraterna, per amore e con discrezione, con umiltà e con il desiderio di volere il bene del fratello, senza la presunzione di voler essere giudici.
Come diceva Dio ad Ezechiele che è costituito sentinella, tutti, come Chiesa, siamo chiamati ad essere “sentinelle”, vegliando per la sicurezza di tutti, vigilando affinché non ci sia distanza fra la vita dei fratelli di fede e la Parola di Dio, che indica la via da percorrere.
Davanti al dilagare del male tutti siamo coinvolti e dobbiamo esortarci a non lasciarci coinvolgere facilmente da esso. E’ allora che tutta quanta la Chiesa è coinvolta al comando di Gesù del « legare e sciogliere » in riferimento alle questioni importanti della vita spirituale e morale della testeimonianza cristiana. E’ questo un dovere che scaturisce dalla necessità di avere cura reciproca derivante dal vivere la fraternità nella comunità, compito che, ripetiamo, deve essere vissuto secondo le caratteristiche sopra accennate, tenendo sempre presente il bene del fratello e della comunità tutta. Vengono così ricostruiti quei legami ecclesiali, interrotti per atteggiamenti e comportamenti poco conformi alla Parola di Dio, tenendo sempre viva la fedeltà agli insegnamenti evangelici.
E' soprattutto nel Sacramento della Riconciliazione, attuando il comando di Gesù agli Apostoli la sera del giorno della risurrezione: « A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimettere resteranno non rimessi », che la Chiesa, a nome di Cristo che ha dato lo Spirito Santo, assolve al compito della riconciliazione dei peccatori, pur condannando i peccati e l’ostinazione che si può avere nei confronti di essi.
L’ostinazione nel male del fratello può, in casi estremi, giungere anche a considerarlo non più nella comunione ecclesiale, ma ciò non toglie, come scriveva sant’Agostino, di doversi prendere cura del peccatore, che non vuole considerarsi nostro fratello, e reiterare l’invito alla conversione. Pur riconoscendo e accettando la libertà personale del fratello, anche quando si opera un taglio con la comunità, ciò non toglie la necessità di pregare per lui e invitarlo a ritornare sui suoi passi, affidando solo a Dio il giudizio finale sul suo comportamento.
Seguire Cristo sulla via della croce è perdere la propria vita per ritrovarla nella risurrezione
31 AGOSTO – XXII DOMENICA del Tempo Ordinario.
Morire con Cristo, per risorgere con lui.
Il Signore Dio ci convoca nel giorno del memoriale della sua Pasqua. Egli ci parla con la sua Parola raccontandoci le sue meraviglie e in noi avvertiamo l’istanza, giusta e doverosa, di rendergli la lode e il nostro inno di ringraziamento, non solo con le parole ma soprattutto con la nostra vita.
In questo memoriale, il Padre celeste ci offre il suo Figlio come cibo e bevanda di salvezza. Rafforzati da questo sacramento, in cui sperimentiamo il grande amore con cui siamo stati amati, riceviamo la grazia per non lasciarci « deviare dalle seduzioni del mondo », per « discernere ciò che è buono e a lui gradito », per rispondere all’ amore del Padre con la nostra fedeltà di figli, all’amore di Cristo come discepoli, portando la propria croce dietro a lui sulle sue orme, e per porre, infine, la nostra vita al servizio dei fratelli, perché l’amore del Maestro si manifesti in modo genuino e sincero con le nostre opere nella fraternità.
Prima Lettura: Ger 20,7-9.
Geremia è avversato nella sua missione profetica, tanto da volersi defilare da questo compito, perché è fatto oggetto, ogni giorno, di scherno, di derisione e di obbrobrio da parte di coloro che non condividono il messaggio che egli annunzia. Egli, per farsi sentire, poiché non è ascoltato, deve gridare, urlare: « Violenza! Oppressione! ». Per questo pensa di non voler più parlare nel nome di Dio. Ma nel suo intimo egli avverte come un « un fuoco ardente, trattenuto nelle sue ossa », si sforza di contenerlo , ma non può, perché lo spinge a continuare la missione del Signore, che lo ha « sedotto » e il profeta si « è lasciato sedurre »: su di lui il Signore ha fatto violenza ed è prevalso. Ormai, quindi, la sua esistenza è tutta presa ed è inconcepibile se non nello svolgere fino in fondo la missione del Signore. Oltre che per Geremia, anche per ognuno di noi la vocazione cristiana, cioè corrispondere all’appello di Dio e dedicarsi fedelmente a Cristo, è un’avventura che, come per i santi, ci coinvolge nella profondità della nostra esistenza.
Avere sete di Dio, cercarlo, contemplarlo nel suo santuario, ammirare la sua potenza e la sua gloria, vivere dell’amore di Dio vale più della propria vita, ci fa cantare il Salmo responsoriale di oggi.
Seconda Lettura: Rm 12,1-2.
Ogni celebrazione liturgica, specie quella del sacrificio di Cristo, deve essere seguita da una vita coerente all’esempio del Signore. Paolo esorta i cristiani ad offrire se stessi, in tutta la loro realtà, in sacrificio vivente a Dio, perché è una continuazione di quello della croce del Signore: culto spirituale offerto attraverso le opere che si compiono animati dallo Spirito di Dio. Tutta l’esi-stenza cristiana, allora, se vissuta in conformità alla volontà di Dio, come quella di Gesù, nel rinnovamento del proprio modo di pensare, discernendo ciò che è buono, a lui gradito e perfetto, può essere offerta a Dio.
Vivendo così la liturgia, cioè inverandola nella vita, possiamo dire di vivere in profondità la nostra fede.
Vangelo: Mt 16,21-27.
La prospettiva della croce, che il Signore annunzia agli apostoli, appare un qualcosa di insopportabile a Pietro, che reagisce rimproverando Gesù dicendogli: « Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai ». E Gesù voltandosi verso di lui lo apostrofa decisamente: « Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini ». Così il disegno di Dio, per quanto strano possa sembrare, non può essere eluso e coloro che vi si oppongono e convincono altri a non viverlo sono tacciati come Satana, che svolge il compito precisamente di intralciare il procedimento e l’attuazione della volontà di Dio.
Seguire il Signore portando ognuno dietro a lui la propria croce è il destino di ogni uomo che vuole essere suo discepolo. Perdere la propria vita e donarla con Cristo non significa perderla ma ritrovarla nella sua pienezza, non significa rinnegarla, ma realizzare il più grande guadagno, perché solo morendo come Cristo, il seme porta frutto, e la prospettiva della risurrezione è la vera ricompensa che il Signore darà a chi è disposto a perdere la propria vita per lui e per il suo regno.
Professione di fede di Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente
24 AGOSTO- XXI DOMENICA del Tempo Ordinario.
Professione di fede di Pietro:Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Nel giorno del Signore, il Padre celeste ci invita in santa assemblea, per celebrare il« sacrificio di Cristo », con cui il Signore Gesù ci ha riscattati e redenti dal peccato, versando il suo sangue prezioso per una nuova e definitiva alleanza. Così, innestati in Cristo attraverso il battesimo, siamo diventati «creature nuove», santificati dalla grazia e della vita divina che Dio ci ha dato, «pietre vive » per costruire il tempio santo di Dio, di cui Gesù è la pietra angolare e, illuminati dallo Spirito Santo, che inabita in noi, abbiamo acquistato, per dono gratuito di Dio, la libertà dei figli, per cui possiamo pregarlo: « Abbà, Padre !».
A questo grande dono della misericordia di Dio dobbiamo corrispondere aderendo come Cristo alla volontà del Padre celeste, rispondendo al suo amore attraverso l’osservanza filiale dei suoi comandamenti, sentendoli non come un gravame impraticabile ma come una luce che illumina i nostri passi, una via che ci guida alla ricerca del vero bene e ci conduce alla alla meta della vita eterna nella comunione trinitaria.
Prima Lettura: Is 22,19-23.
Il Signore ci chiede di essere fedeli al suo amore, per realizzare continuamente quel cammino di santità a cui chiama ogni uomo. Il profeta Isaia in questa lettura ci presenta l’atteggiamento di Dio che rigetta Sebna, maggiordomo del palazzo , che resosi infedele al compito a cui Dio lo aveva chiamato, gli viene tolta la « chiave del potere », e data a Eliakìm. Questi sarebbe stato rivestito della tunica, della cintura e avrebbe agito da padre per gli abitanti di Gerusalemme e di Giuda, nessuno avrebbe potuto chiudere ciò che egli apriva o aprire ciò che avrebbe chiuso: sarebbe stato « su un trono di gloria per la casa di suo padre ».
Seconda Lettura: Rm 11,33-36.
San Paolo, pieno di meraviglia, esalta la profondità, la sapienza e la conoscenza di Dio, perché il progetto salvifico di Dio, le sue scelte, le sue vie sono inaccessibili e insondabili i suoi giudizi. Forse che possiamo conoscere il pensiero del Signore, si domanda Paolo? O possiamo dargli qualche consiglio o qualche suggerimento per istruirlo, recita un Salmo? O qualcuno gli ha dato per primo qualcosa per poterne ricevere il contraccambio? All’uomo e, soprattutto, a colui che è chiamato a vivere come il suo Figlio Gesù è chiesto solo di adeguarsi alla sua santa volontà e, per quanto ci si possa impegnare a risolvere i problemi quotidiani, abbandonarsi, umili e fiduciosi, alla sua bontà di Padre, sicuri che, poiché da lui, per mezzo di lui e in lui sono tutte le cose, egli viene in soccorso a colui che gli è fedele, e nel giorno in cui lo invoca, recita il salmo di questa liturgia odierna, egli risponde. Il Signore, continua il salmo, nella sua grandezza guarda verso l’umile e il superbo lo riconosce da lontano. Per questo allora più che indagare sugli imperscrutabili disegni di Dio, poniamoci in atteggiamento di ringraziamento per tutto ciò che gli compie per le sue creature e per i suoi figli.
Vangelo: Mt 16, 13-20.
Anche a noi oggi Gesù, chiede: « Chi sono io per voi? E per te? ». Forse ricordiamo quello che ci ha trasmesso l’istruzione cristiana da bambini, ma, esistenzialmente, quale posto Egli occupa nella nostra vita? Certo è che non possiamo avere ognuno una opinione diversa, accettando di lui alcune cose e tralasciandone molte altre, specie la sua prerogativa principale che è quella di essersi dichiarato apertamente Figlio di Dio, uguale al Padre, perché chi vede lui vede il Padre che lo ha mandato, dice Gesù agli apostoli. Su questa identità divina di Gesù è in ballo la nostra fede, perché se è Dio, si esige che lo seguiamo imitandolo, continuando a realizzare le opere che egli ha compiuto a favore degli uomini, avendo detto agli apostoli che ne « avrebbero fatto di più grandi ».
Gesù chiede ai suoi discepoli che cosa dica la gente di lui. Essi, richiamandosi all’Antico Testamento, rispondono dicendo che alcuni lo ritengono Giovanni il Battista, altri Elia o Geremia o un qualunque profeta. Ma poiché tutte le risposte date dagli apostoli sono insufficienti e riduttive perché non colgono la sua vera ed unica identità, Gesù chiede loro: « E voi chi dite che io sia?». Essi sono preceduti da Pietro che, al di là di tutte le apparenze e opinioni della gente o di coloro che lo avversavano, esclama: « Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente ! ».
Gesù lo loda, dichiarandolo beato, perché non ha dato ascolto alla carne né al sangue, né alle opinioni o alle ragioni degli uomini, per i quali è difficile poter comprendere l’identità di un Dio crocifisso, ma ha accolto la rivelazione che il Padre gli ha fatto sulla sua identità. Per questa fede professata, cambiandogli il nome da figlio di Giona in Pietro, gli affida il compito e il ministero di guidare insieme agli altri apostoli la Chiesa, gli affida le chiavi del regno dei cieli, con cui può legare e sciogliere e di confermare come « pietra sicura » nella fede i suoi fratelli.
Questo ministero di servizio, che continua ad essere esercitato da colui che succede nella sede della Chiesa di Roma, non è un potere che blocca e deprime, ma un dovere di servizio per l’unità della fede e nella carità della Chiesa tutta, come testimonianza da rendere davanti agli uomini, perché si formi quell’unica Comunità di fede per la quale Gesù ha pregato nell’ ultima Cena.
Accogliendo, nella nostra piccolezza l’identità divina di Gesù, non vuol dire rinunziare alle nostre potenzialità conoscitive umane, donateci da Dio, per affidarci solo alla fede dei semplici, ma accogliere il dono della grazia che ci fa superare le nostre umane capacità conoscitive, per aprirci alle realtà divine.
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 20 Agosto 2014 22:46)
La misericordia di Dio è estesa a tutti i popoli.
17 AGOSTO – XX DOMENICA del Tempo Ordinario.
Nell’incontro dell’Eucaristia domenicale Cristo Signore si dona a noi con il suo Corpo e il suo Sangue. E mentre noi offriamo pane e vino, semplici doni, che la Provvidenza del Padre ci elargisce, noi riceviamo in cambio, per la potenza dello Spirito di Dio che li santifica, il dono incommensurabile della presenza di Cristo Signore, che si dona, con il suo Corpo e Sangue, come cibo e bevanda di vita: viviamo un misterioso scambio tra la nostra povertà e la sua ricchezza divina in questo banchetto in cui Dio Padre ci invita ad essere commensali. Ecco perché è una gioia vivere la Domenica come giorno del Signore, giorno di “ringraziamento” e di lode a Dio insieme ai fratelli per le meraviglie operate per noi.
Nel giorno della risurrezione del Signore cantiamo e celebriamo anche la nostra risurrezione finale. Questa partecipazione al banchetto eucaristico nel tempo, se vissuto degnamente, diventa caparra e anticipo del banchetto eterno del cielo. Ma da questo in contro con il Signore siamo invitati a testimoniare con le parole e le opere la gioia della salvezza, evitando di ritornare nel peccato.
Prima Lettura: Is 56,1.6-7.
E’ volontà di Dio che tutti gli uomini partecipino della salvezza preannunzia Isaia, ma è necessario che ogni uomo aderisca e corrisponda al suo amore nella fedeltà, si guardi dal profanare il sabato e resti fermo nella sua alleanza. In questo disegno, che non è solo per Israele, Dio lo ha posto come strumento per tutti gli uomini. Questa parola del profeta, all’avvento del Messia, si realizzerà, perché la salvezza operata da Cristo, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, oltrepasserà i confini del popolo d’Israele e tutti, anche quelli che sono “stranieri”, gli “altri”, “gli estranei”, ma che sono importanti per Dio, potranno ricevere la grazia redentrice e sperimentare la misericordia di Dio.
Non solo quindi i poveri e i piccoli, ma è per tutti la misericordia che Dio ci dispensa, non per i nostri meriti ma per la sua grande bontà e grazia.
Se cerchiamo nella nostra vita, diceva un padre della Chiesa in una riflessione, gesti, sentimenti, comportamenti che ci avrebbero fatto meritare tanto amore di Dio, non troviamo che peccati.
Seconda Lettura: Rm 11,13-15,29-32.
Paolo, con il suo impegno apostolico, come apostolo delle genti, annunzia Cristo e vuole suscitare negli Israeliti, suoi consanguinei, la gelosia per il Cristo che egli ha accolto nella sua vita come Signore, affinché anch’essi lo accolgano. Egli si chiede: « Se il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, cosa sarà la loro riammissione se non un riavere la vita di comunione con Dio e la risurrezione dai morti? ».
Se gli uomini, scrive ai Romani, un tempo disobbedienti a Dio, hanno ottenuto la misericordia da lui per la disobbedienza degli Israeliti, ora anche questi, a motivo della stessa misericordia, possono ottenere misericordia e perdono, avendo Dio racchiuso tutti nella disobbedienza, per usare così verso tutti misericordia.
Così si manifesta l’amore gratuito di Dio, meritato per gli uomini dal sacrificio di Cristo, segno incomparabile della misericordia divina. Impariamo, allora, non tanto a cercare in noi meriti quanto a rendere grazie al Signore per tutti i benefici e meraviglie operate per noi.
Vangelo: Mt 15,21-28.
Nel brano del Vangelo di oggi, anche se assistiamo all’apparente contraddizione del comportamento di Gesù, nei confronti della donna cananea, si apre un orizzonte di speranza per tutti gli uomini. Come fu per il centurione romano, anche lui “straniero”, ma lodato per la sua grande fede, il suo servo malato fu guarito, così avviene anche per questa donna: per la sua grande fede, la sua figlia è guarita dal demonio.
Dopo la sua risurrezione, Gesù, inviando nel mondo i suoi discepoli, allargherà la missione della Chiesa rivolta a tutti i popoli.
In una zona di confine tra Tiro e Sidone, nel sud della Siro-fenicia e al nord della Galilea, terra considerata impura e pagana, dove Gesù si è recato dopo una polemica con gli inviati da Gerusalemme, viene avvicinato da una donna cananea che chiede insistentemente di intervenire a favore della figlia indemoniata.
Gesù, pur affermando di fronte agli apostoli, che gli chiedevano di esaudire la richiesta della donna di guarirne la figlia, di essere stato mandato per le pecore perdute della casa di Israele, tuttavia, dopo il dialogo che intratterrà con la donna, non resta indifferente davanti al dolore di quella madre per la sofferenza della figlia e accoglie la sua supplica. L’iniziale rifiuto di Gesù con la frase:“Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”, suscita nella donna, con la risposta che questa da’ :“... eppure anche i cagnolini , mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”, una tale fede, che se pur sembra piccola e insignificante come una briciola, davanti a Dio è così grande da essere lodata dal Signore tanto da farle ottenere la grazia.
Il Signore Gesù ci esorta a vincere la nostra incredulità e ad accogliere i doni che è venuto a portarci da parte del Padre, cioè la salvezza universale, la gioia della redenzione, il suo amore, doni che Egli accorda a tutti, e ciò avviene non tanto per i nostri meriti ma per la sua grazia e la sua immensa misericordia.
Ognuno di noi sperimenta nella vita un proprio percorso di fede, che se è vissuto con un attenta accoglienza della Parola di Dio, nell’umiltà e nel desiderio di seguire Gesù, riconoscendo le proprie miserie, la propria pochezza e affidandosi nelle mani del Padre celeste, potrà disporre il cuore ad accogliere la salvezza che egli ci offre.
Ultimo aggiornamento (Domenica 17 Agosto 2014 01:02)