





L' AMARE DIO E L'AMARE IL PROSSIMO È LA COMPLETEZZA DELLA VITA
25 OTTOBRE – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO(A)
L’amore per Dio e l’amore per il prossimo, sono il binario su cui fare camminare la vita. È
Nell’ Eucaristia, banchetto eucaristico, con la fede noi crediamo che Cristo Gesù, nel pane e nel vino, si rende presente con il Corpo e Sangue: con l’effusione dello Spirito Santo invocato da parte del Padre e le parole di Gesù ci danno fondamento e assicurazione che nei segni eucaristici egli ci ha dato tutto se stesso realmente, Corpo, Sangue, anima e divinità. e non solo significativamente.
Gesù, sacerdote, che si dà come cibo e si offre sacrificando la sua vita per noi, ci manifesta la tenerezza dell’amore del Padre e il dono gratuito dell’amore che dobbiamo, a nostra volta, vivere secondo lo spirito del Signore.
Nell’Eucaristia, ancora, con la fede, possiamo sperimentare la misericordia del Padre che, nel suo Figlio Gesù, ci dona il perdono, ci riaccoglie con il figlio e alimenta così la nostra vita divina. Se non viviamo con questa fede la celebrazione domenicale sarebbe per noi senza efficacia e monotona, fatta di soli nostri gesti, e non attingeremmo al dono che il Padre celeste ci fa: quello di essere trasformati nel suo Figlio.
Nella Colletta iniziale di questa domenica preghiamo il Padre celeste, dicendo: « O Padre, che per amore continuamente crei e rinnovi il mondo, donaci la gioia di un cuore libero e pacificato, capace di amare te sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi ». Nella concretezza deve essere amato Dio e, allontanandoci dai vari idoli che ci forgiamo lungo la nostra vita, servire solo lui e il prossimo a cui, come ci dice il libro dell’Esodo nella prima lettura, dobbiamo manifestare l’amore con azioni concrete, con scelte e predilezioni che siano espressioni di fraternità e di condivisione.
Prima Lettura: Es 22,20-26.
Il Signore al suo popolo chiede di avere verso il forestiero, la vedova, l’orfano, l’ indigente atteggiamenti ispirati alla pietà e all’ aiuto verso il prossimo, verso cui non bisogna esercitare né oppressione di vario genere o maltrattamenti riducendo in schiavitù qualcuno, essendo tutti forestieri in questo mondo, né usura, imponendo interessi per un prestito o trattenendo pegni, come il mantello di un povero, poiché esso è l’unica coperta che usa per coprirsi la notte. Il Signore ascolta ogni grido che queste persone rivolgono a Lui. Bontà, attenzione verso i più deboli, guardarsi dallo sfruttare i più poveri e diseredati non approfittando di essi e della loro indigenza, difendere la loro dignità violata denunciando ogni forma di criminalità, è ciò che Dio desidera dal suo popolo e dai suoi figli.
Seconda Lettura: 1 Ts 1,5-10.
San Paolo, ricordando ai Tessalonicesi come egli si è comportato tra loro per il loro bene, li loda perché hanno cercato di imitarlo e, seguendo il suo esempio e quello del Signore, avendo ascoltato e accolto la Parola, pur tra tante prove, con la gioia dello Spirito Santo, sono diventati modello per i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Per la loro fede e per loro mezzo, ricorda ancora ai Tessalonicesi, « la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e nell’Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne ». Infatti i nuovi credenti della Macedonia e dell’Acaia raccontano, scrive ancora Paolo,« come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere la venuta del suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene».
Essi, così, convertendosi, hanno cambiato la loro vita e, credendo in Dio e alla sua Parola, servendolo e nutrendo la speranza di incontrare il Signore risorto, sono diventati modello e testimoni del Vangelo. Accogliere la Parola di Dio con gioia, anche in mezzo alle tribolazioni, ed esserne testimoni gioiosi non è sempre facile; allontanarsi dai tanti idoli, che ci andiamo costruendo (divertimenti ossessivi, attività e hobbies di vario genere…), per servire il Dio vivo e vero è certamente segno di una vera conversione al Signore.
Vangelo: Mt 22, 34-40.
Gesù, rispondendo ai farisei e ai dottori della legge mosaica, che gli chiedono quale è il più grande comandamento, risponde : « “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”» e vi aggiunge un secondo comandamento uguale al primo: « “ Amerai il prossimo tuo come te stesso” ». L’amore, dunque, per Gesù è la sintesi della Scrittura e tutta la legge e i profeti sono compendiati nell’ amore. L’amore a Dio, innanzitutto, e l’amore al prossimo sono come due binari su cui dobbiamo far muovere tutta la nostra vita. Dall’amore a Dio, se lo si vive veramente, deriva l’amore al prossimo, includendo ogni rapporto di amore e benevolenza non solo a livello coniugale, familiare e parentale, ma anche a livello sociale, aprendo il nostro cuore verso tutti, vicini e lontani, manifestando loro una carità concreta che si dimostra attraverso opere di fraternità e di aiuto. Gesù per primo ha realizzato questa duplice direzione dell’amore: nel sacrificio della croce, infatti, troviamo l’espressione più alta del suo amore al Padre compiendone la volontà e realizzando il progetto di salvezza degli uomini, avendo messo per loro tutta la sua vita come dono di salvezza e redenzione.
Il cristiano umanizza mirabilmente se stesso nel realizzare l’esempio di Gesù. Un unico amore viene realizzato sia che sia rivolto a Dio sia che sia rivolto al prossimo. San Vincenzo de’ Paoli era solito dire che "sospendere la preghiera che si sta facendo per soccorrere il prossimo è ugualmente servire Dio". Se l’amore è pur un comandamento, un precetto morale deve essere accolto e vissuto liberamente, perché l’uomo, credente o meno, lo avverte nella profondità del suo essere e, praticandolo, realizza autenticamente la sua umanità. Il comandamento a Dio e al prossimo è nuovo, come lo ha dato Gesù ai suoi discepoli, se lo si vive alla maniera di Gesù, animati dallo Spirito del Padre e del Figlio.
FEDELTÀ A DIO E AGLI UOMINI.
18 OTTOBRE – XXIX DOMENICA del TEMPO ORDINARIO.(A) À
FEDELTÀ A DIO E AGLI UOMINI
Nella storia dell’uomo il rapporto tra la sua libertà e la signoria di Dio è un problema che attraversa tutte le generazioni e varie sono state le posizioni che ha assunto, perché se, da una parte, l’uomo, avendolo Dio dotato della libertà, può fare scelte contrarie al progetto di comunione con Lui, dall’ altra, il cristiano, guardando a Cristo, non può esiliare Dio dalla storia. Dio, fonte di ogni bene, a tutti gli uomini chiede di realizzare l’attuazione del bene e ne dà anche la forza, ma ad essi spetta di aderirvi accogliendolo liberamente. L’attuazione del progetto salvifico di Dio può subire interruzioni, progredire o regredire drammaticamente a seconda delle scelte che l’uomo liberamente pone in riferimento a tale attuazione. Il peccato dell’uomo, che consiste nel rifiuto più o meno consapevole di collaborare con questo progetto, è ciò che ritarda la realizzazione della signoria di Dio nella storia.
L’obbedienza a Dio delle libere volontà degli uomini, anche quelle di coloro che svolgono il ruolo dell’autorità, deve condurre gli uomini ad agire in funzione del bene di tutti, secondo lo Spirito del Figlio di Dio, per cui, ci fa pregare oggi la liturgia nella colletta, « tutta l’umanità intera riconosca Lui solo come unico vero Dio » . Il modello, quindi, che l’uomo dovrebbe seguire è l’obbedienza a Dio secondo lo Spirito di Gesù suo Figlio che, sacrificando la sua vita sulla croce, ha fatto la volontà del Padre e, in questa sua obbedienza, ha racchiuso tutti noi, se vogliamo partecipare della salvezza.
L’Eucaristia che celebriamo, oltre che attuare per noi tutte le volte che ne facciamo memoria quel sacrificio, ci è data come cibo e sostegno per imitare l’obbedienza del Figlio e così acconsentire al disegno di Dio in tutta la nostra vita, anche quando il cammino si fa arduo, faticoso ed esigente. Allora l’Eucaristia diventa vita.
Essa è alimento alla nostra vita di figli di Dio. Da essa scaturisce anche l’impegno ad operare a favore dei fratelli, come Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito o dominare, ma per donarsi ai fratelli.
Nella colletta iniziale preghiamo dicendo: « O Padre, sul palmo della tua mano sta scritto il nome di ogni tuo figlio: fa che nel misterioso intrecciarsi delle libere volontà degli uomini nessuna autorità abusi della propria forza e ogni potere si ponga sempre a servizio del bene di tutti. Per il nostro Signore Gesù Cristo…».
Prima Lettura: Is 45,1.4-6.
Nell’ oracolo di Isaia viene riaffermata dal profeta la supremazia di Dio: « Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio ». E’ Dio che ha eletto Ciro, prendendolo per la sua destra, chiamandolo per nome, dandogli un titolo, rendendolo pronto all’ azione e liberatore , benché questi non lo conosca, per realizzare la sua volontà verso Giacobbe, suo servo, e Israele suo eletto, e far conoscere la sua potenza dall’ oriente all’ occidente, poiché « non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, e non ce n’è altri ». Ciro, che con il suo editto ridarà la libertà all’ esule Israele, sarà lo strumento a servizio nelle mani di Dio per compiere il disegno divino. Da ciò deve derivare la fiducia dell’uomo in Dio e noi, nonostante tutte le apparenze e le difficoltà in cui versiamo e ci dibattiamo, non dobbiamo perdere la fiducia nel Dio vivo: nessun proposito di uomini o necessità può rendere vana o compromettere l’opera di Dio, poiché è in suo potere realizzare la sua volontà e come dice il detto di Bossuet:" Dio scrive dritto anche sopra le righe storte degli uomini".
Seconda Lettura: I Ts 1,1-5b.
Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi insieme ai suoi collaboratori, augura loro la pace e, ricordandolinella preghiera, rende grazie a Dio « per l’operosità della loro fede, la fatica della loro carità e la fermezza e costanza della loro speranza nel Signore Gesù ». Tutto questo Paolo lo ritiene non tanto opera sua quanto della potenza di Dio e della forza dello Spirito Santo, che suscita nel cuore degli uomini l’agire e l’operare e l’adesione di ognuno alla sua volontà, perché tutte le forze e le componenti che costituiscono la comunità operino a beneficio di questa, per un servizio generoso ai fratelli, secondo il volere di Dio.
Vangelo: Mt 22,15-21.
Gesù, nel dialogo con i farisei che gli chiedono astutamente se « è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare », non vuole tanto elaborare una teoria politica o economica e, rispondendo con la solita franchezza, riesce a sorprendere gli interlocutori e a schivare la loro insidia di coglierlo in fallo.
Dopo essersi fatto mostrare la moneta che riporta l’ immagine di Cesare, egli non risponde né con un “sì ”, che l’avrebbe fatto apparire nemico del popolo oppresso, né con un “no ”, che l’avrebbe reso un sovversivo verso l’autorità imperante. Gesù dichiara, pur riconoscendo il debito da dare a Cesare, il quale con il tributo richiesto ottiene quanto gli compete per realizzare un governo, pur sempre limitato e desacralizzato, a beneficio di tutti, che va dato a Dio quello che è di Dio, a cui tutto appartiene. Così Gesù, se depoliticizza l’immagine di Dio, che non può essere usato come strumento di potere, chiede agli uomini di accogliere il Vangelo che egli proclama e, poiché spetta solo a Dio il giudizio sull’ agire di chi esercita il potere, essi devono adeguare il loro comportamento in tutto il resto. Se il cristiano, da una parte, è cittadino di questa terra, per cui non può non contribuire, con ciò che chiede l’autorità che deve perseguire il bene di tutti, e non partecipare alla vita sociale e politica degli uomini, dall’ altra, concependo la storia come un cammino verso il Regno dei cieli, deve impegnarsi per realizzare il progetto di Dio che, dall'insegnamento e dalla vicenda di Gesù, è diventato un impegno pregnante per i suoi discepoli. Nelle situazioni di conflitto tra l’autorità di Cesare e le esigenze del Vangelo deve subentrare la mediazione della coscienza, che ci fa assumere la responsabilità personale delle proprie scelte. Pur non essendovi in questione la laicità dello stato, per il cristiano si pone la tensione costante del “come ” egli deve porsi, da credente, all' interno delle istituzioni, dando a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare, limitando questi se pretende di sostituirsi a Dio e limitando coloro che in nome di Dio volessero porsi al posto dell’autorità di Cesare
TUTTO È PRONTO, MA I CRISTIANI SONO PRONTI A PARTECIPARE AL BANCHETTO
11 OTTOBRE – XXVIII–DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO(A)
TUTTO È PRONTO, MA I CRISTIANI SONO PRONTI A PARTECIPARE AL BANCHETTO EUCARISTICO?
Ricevendo il Corpo e il Sangue di Gesù, nell’Eucaristia, noi comunichiamo con la sua vita divina. Questa non è una partecipazione simbolica ma reale alla vita del Signore, perché il pane e il vino, per la potenza dello Spirito Santo, sono trasformati nel suo Corpo e Sangue, che Gesù ha lasciato come nutrimento del nostro spirito. La nostra partecipazione al convito eucaristico dobbiamo viverla con la disposizione interiore di coloro che, animati dall’amore e dalla grazia di Dio, indossano la veste bianca dell’abito nuziale.
Dio che scruta i nostri sentimenti e i nostri pensieri desidera che noi abbandoniamo le nostre umane sicurezze e ricchezze per essere liberi e poveri, e poterci saziare di lui.
Nella Colletta iniziale preghiamo dicendo: « O Padre, che inviti tutti gli uomini alle nozze del tuo Figlio, rivestici dell’abito nuziale e donaci di accogliere sempre le sorprese del tuo amore ».
Is 25,6-10.
Il Signore degli eserciti, per mezzo del profeta Isaia, preannunzia che per tutti i popoli preparerà « un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi raffinati… toglierà il velo che co- priva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ».
Inoltre avrebbe eliminato la morte e asciugato le lacrime su ogni volto, tolto l’ignominia del suo popolo da tutta la terra. Coloro che avranno sperato nel Signore sperimenteranno la sua salvezza, per cui bisogna rallegrarsi ed esultare, perché la mano del Signore si poserà sul monte. Affidarsi al Signore, sperare in lui, che è il Signore della storia, significa partecipare a ciò che egli preparerà. E per noi cristiani queste realtà, preannunziate dal profeta, hanno avuto inizio con Cristo, che ci ha lasciato il convito dell’Eucaristia, certezza della vittoria sulla morte e della risurrezione, in attesa di realizzarsi perfettamente nel regno dei cieli.
Fil 4,12-14.19-20.
Paolo scrive ai Filippesi dicendo che egli può tutto in colui che gli dà forza: vivere in povertà o nell’abbondanza; è allenato a tutto, alla sazietà e alla fame. Riconosce loro, ringraziandoli, di aver fatto bene per aver preso parte alle sue tribolazioni, e augura loro che il suo Dio colmerà ogni loro bisogno, con magnificenza, secondo la sua ricchezza, in Cristo Gesù. Come Paolo, che è capace di vivere e sopportare ogni evento, ogni cristiano dovrebbe affrontare ogni situazione con la stessa serenità, confidando solamente in colui che può dare la forza e prendendo parte alle necessità dei fratelli bisognosi secondo le proprie disponibilità.
Vangelo Mt 22,1-14.
Gesù, nella parabola del Vangelo di oggi, paragona il banchetto messianico del regno dei cieli alla festa che un re ha preparato per le nozze del suo figlio. Il re, avendo fatto degli inviti, mandò i suoi servi a chiamare gli invitati, ma questi non vollero andare. Mandò, allora, altri servi, dando ordine di dire agli invitati: « Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze! ». Ma essi di nuovo non si curarono di andare, adducendo varie ragioni; anzi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Indignatosi, il re mandò le sue truppe e fece uccidere quegli assassini. Mandò quindi i suoi servi, poiché gli invitati non ne erano stati degni, ad andare nei crocicchi delle strade e invitare tutti quelli che avrebbero trovato, cattivi e buoni, e così la sala si riempì.
Il re, essendo entrato nella sala del banchetto per vedere i commensali, ne scorse uno che non indossava l’abito nuziale e gli disse: “ Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Allora ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. E Gesù concluse dicendo che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.
Ciò che Isaia aveva preannunziato, Dio lo ha preparato per mezzo del suo Figlio. Attraverso la parabola Gesù ci dice che tutti gli uomini sono chiamati ad accogliere l’invito del Padre celeste a partecipare al banchetto messianico preparato per l’umanità e ad entrare nel progetto di salvezza realizzato dal sacrificio di Cristo. Ma la partecipazione comporta l’indossare un abito di festa, che è la comunione di grazia con Dio. Non tutti però accettano di parteciparvi e con varie scuse ci si esime dall’accogliere l’invito di Dio. E se nei primi invitati si allude al rifiuto di Israele di parteciparvi, anche tra gli altri invitati, poiché l’invito è rivolto a tutti gli uomini, è necessario indossare l’abito nuziale della festa, cioè prepararsi, nella fedeltà e con la coerenza della vita, a vivere in comunione con Dio.
Il vivere in conformità alla vita divina della grazia, ricevuta nel sacramento del battesimo, per la quale siamo nella Chiesa e possiamo partecipare al banchetto dell’Eucaristia, è la condizione necessaria per vivere in anticipo quella realtà che sarà pienamente realizzata nel convito messianico del regno dei cieli.
OGGI CELEBRIAMO, IN QUESTA NOSTRA COMUNITÀ, LA SOLENNITÀ DELLA
BEATA VERGINE MARIA, CON IL TITOLO DI MADRE DELLA CATENA.
“ IL SIGNORE SI PRENDE CURA DELLA “ VIGNA ”.
4 OTTOBRE – XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Il Signore si prende cura della sua “ vigna ”.
Nella preghiera iniziale della Eucaristia di questa domenica ci rivolgiamo al Padre celeste perché « vegli incessantemente sulla Chiesa, che non abbandoni la vigna che egli ha piantato e che la coltivi e la arricchisca di scelti germogli, perché innestata in Cristo » che è la vera vite, cosicché porti abbondanti frutti di vita eterna. Così Dio nella sua misericordia non solo perdona agli uomini le loro colpe ma anche li arricchisce delle sue grazie e dei suoi doni. Dio esaudisce le nostre suppliche al di là di ogni nostro desiderio, di ogni merito e ogni aspettativa. Bisogna, allora, pregare con fede che, pur se piccola, è molto efficace.
Nella preghiera iniziale di questa Eucaristia, preghiamo il Padre celeste, dicendo: « Padre giusto e misericordioso, che non abbandoni mai la tua Chiesa, vigna che la tua destra ha piantato, custodisci e proteggi ogni suo tralcio, perché, innestato in Cristo, vite vera, porti frutti buoni nel tempo e nell’eternità. Per il nostro Signore Gesù Cristo…»
Prima Lettura: Is 5,1-7. Il popolo d’ Israele rappresenta la vigna del Signore. Egli la cura con amore, la protegge, la dissoda e vi pianta viti pregiate, la dota di una torre, di un tino e di tutto ciò che è necessario perché possa produrre buon vino. La risposta però a tanto amore da parte del suo popolo è una continua infedeltà all’alleanza, per cui invece della giustizia e della rettitudine crescono in essa « spargimento di sangue e oppressione dei poveri », cioè essa produce acini acerbi. Il Signore si attendeva che producesse uva dopo tutto quello che aveva fatto alla sua vigna. Anche da noi, popolo della nuova alleanza, innestati in Cristo, il Signore si attende frutti abbondanti, perché ci coltiva con la sua parola, che illumina il nostro operare, ci nutre con il Corpo e il Sangue del suo Figlio, ci sostiene con la forza del suo Spirito e ci colma di tutti i beni, doni e carismi, che servono perché possiamo portare molto frutto. Ma la nostra risposta non è, a volte, come quella di Israele? Come aveva Dio intenzione di fare con il suo popolo che, cioè, avrebbe tolto alla sua “vigna” ogni protezione, l’ avrebbe trasformata in pascolo, rendendola un deserto e luogo selvatico dove vi crescono rovi e pruni, non potrebbe fare lo stesso anche con noi? Il Signore non si aspetta, come era per il popolo d’Israele, anche da noi opere di giustizia e non di oppressione e diseguaglianze, di pace e non di divisioni e guerre fratricide, di benevolenza e non di odio? La storia potrebbe ripetersi anche con noi, per il nostro modo di vivere opulento e infedele in contrasto con l’amore infinito da parte di Dio per noi, poiché, spesso, siamo ingrati e ribelli ai suoi insegnamenti, ai suoi comandamenti?
Seconda Lettura: Fil 4,6-9.
In questo brano, Paolo, con per i Fiippesi, esorta anche noi ad abbandonarci a Dio, senza angustie, angosce o agitazioni, a presentare a lui le nostre suppliche, le nostre richieste e i nostri ringraziamenti con preghiera umile e filiale, fiduciosi che la pace di Dio ci custodirà nell’intimo del cuore e della mente, al di là delle nostre aspettative, nel suo Figlio Gesù. Ma da parte nostra è necessario che ricerchiamo e sia nei nostri pensieri tutto ciò « che è vero, che è nobile, quello che è giusto, che è puro, quello che è amabile, quelle che è onorato, ciò che è virtù e merita lode » e che le cose che il Signore ci fa conoscere, comprendere e vedere testimoniate da coloro che gli sono fedeli, siano messe in pratica da tutti quelli che vogliono seguirlo nella fedeltà e nell’amore. E’ un programma quello che, oggi, l’apostolo ci propone, per essere la « vigna del Signore, che si aspetta frutti abbondanti di fedeltà, di giustizia e di amore ».
Vangelo: Mt 21, 33-43.
Nella parabola della vigna del Vangelo di oggi, Gesù riprende tutto quello che il profeta Isaia aveva cantato di Dio in riferimento al suo popolo, di come l’aveva curato e amato. La vigna, cioè Israele, era stata affidata alla cura di vignaioli, sacerdoti, profeti e suoi inviati, che però non l’hanno coltivato e nella loro infedeltà, rendendosi indegni dell’elezione divina, hanno fatto i loro interessi e non hanno dato i frutti che Dio, padrone della vigna, si attendeva.
Anzi, bastonando alcuni profeti e uccidendone altri, cioè coloro che Dio mandava, e infine uccidendo il suo stesso Figlio, di cui non hanno avuto riguardo, si sono resi indegni del regno loro promesso, il quale sarebbe stato loro tolto e dato ad un « nuovo popolo che lo farà fruttificare », dice Gesù. Questo popolo nuovo è quello che è costituito nella nuova alleanza che Dio stipula con l’umanità rinnovata dal sacrificio del Cristo e nel suo Sangue.
Quella del rapporto tra Dio e Israele, ma anche tra Dio e i credenti, è una storia di ribellione e di rigetto del progetto di Dio, di cui neanche noi siamo a volte indenni, poiché in questa nuova realtà, dopo essere stati innestati in Cristo, edificati in lui pietra angolare, ciascuno di noi dovrebbe ma, a volte, non porta effettivamente frutto secondo il desiderio e il volere di Dio.







