





L'INCONTRO DI GESÙ RISORTO CON I DUE DISCEPOLI DI EMMAUS
19 - APRILE – 3a DOMENICA DI PASQUA
L’incontro con i due discepoli di Emmaus.
Con la risurrezione di Gesù inizia il cammino della Chiesa e quello dei due discepoli, che vanno verso Emmaus e lo riconoscono nello spezzare il pane.
Questo cammino rappresenta il percorso di fede che, partendo dall’ascolto delle Scritture, culmina nello spezzare il pane dell’Eucaristia, memoriale del sacrificio di Cristo, e rimette i discepoli in cammino di testimonianza di quello che hanno sperimentato con il Signore risorto.
I discepoli di Emmaus fanno trasparire delusione e tristezza, perché gli eventi che attendevano non si sono verificati e, perciò, la loro speranza è infranta. Sono frustrati per il fraintendimento che essi hanno della figura del Messia, che non contempla la passione, per cui la notizia della risurrezione di Gesù resta per loro inaccessibile. Essi, mentre si allontanano da Gerusalemme, si allontanano dal luogo della crocifissione, dalla comunità dei discepoli. Conversano e discutono manifestando una memoria conflittuale degli eventi accorsi a Gesù e nel pellegrino, che si accompagna loro lungo il cammino, non riescono a riconoscerlo e comprenderlo risorto.
Il pellegrino, a differenza dei due, interpreta le Scritture e gli eventi partendo dalla gloria: « Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria ?» (Lc 24,26). Gesù inserisce la passione all’interno del piano di salvezza che ha il suo centro nella risurrezione. Egli, con delicatezza, accompagna i due nel cammino di fede, così come la Chiesa è chiamata a fare con gli uomini di oggi, accostandoli, ascoltandoli, camminando con loro e accompagnandoli con pazienza, fino a far loro scoprire la sua presenza: « quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro » (Lc 24,30).
Con il richiamo dell’Ultima Cena, Gesù lega l’Eucaristia agli eventi pasquali e viceversa, rendendoli attuali ed efficaci quando vengono rivissuti nel suo memoriale. Così i discepoli, riconoscendolo nello stesso momento in cui scompare e sostituendo alla vista e percezione fisica la fede in lui, rileggono il loro cammino e la vicenda di Gesù alla luce dell’esperienza del Risorto.
Nella colletta iniziale ci rivolgiamo a Dio dicendo:« O Dio, che in questo giorno santo raduni la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci di riconoscere il Cristo crocifisso e risorto che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture e si rivela a noi nello spezzare il pane. Egli è Dio, e vive e regna con te… ».
La comunità ricostruita.
Incontrare Gesù risorto comporta un ritornare dagli altri fratelli, per raccontare la propria esperienza del Signore e, come i due, « Ritrovare riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro »(Lc 23,33). Così ci si riconosce nella comunione ecclesiale, dalla quale ci si allontana per vari motivi, e che, intorno alla fede nel Risorto, viene ritessuta.
In tutte le letture della Parola di Dio di questa domenica centrale è la narrazione degli eventi pasquali, con tutte le emozioni e livelli di comprensione propri dei vari personaggi a cui Gesù appare.
Il Cristo risorto è sempre presente nella Chiesa, specialmente nei sacramenti pasquali, cioè nell’Eucaristia. In essa noi lo riconosciamo come il Cristo crocifisso e risorto, che ci accompagna nel nostro pellegrinaggio nel mondo. Lo riconosciamo non separati l’uno dall’altro, ma tutti insieme. La comunità cristiana, che si raccoglie per spezzare il pane, è il segno dell’ « umanità nuova pacificata nell’amore », l’amore che deriva dal Figlio di Dio, « vittima di espiazione per i nostri peccati ».
Siamo fratelli, dotati dell’identica e della più grande dignità che è quella di essere figli di Dio. Parte da qui la carità vicendevole e la speranza di essere un giorno in comunione con Gesù risorto. Rimeditando questo e applicandoci a metterlo in pratica, facciamo l’esperienza della « rinnovata giovinezza dello spirito » di cui parla una colletta. Gli anni che trascorrono possono sì lasciare in noi tracce di vecchiezza, ma non nella vita interiore che già è una condivisione della risurrezione di Gesù.
Prima Lettura: At 2,14.22-33.
Dopo la passione, sopportata per dare compimento alla volontà del Padre nel suo disegno misterioso e salvifico, Gesù è risuscitato dal Padre. Così, quello che sembrava un fallimento risulta una riuscita. Ma quel che ora è importante è accogliere tutta la grazia che è contenuta nel mistero della morte e della risurrezione del Cristo redentore. E’ difficile per l’uomo comprendere la ragione per cui Dio abbia scelto il cammino della croce per salvare l’umanità: appartiene al suo segreto insondabile. Di fatto dalla croce fluisce la grazia che ci riconcilia con lui e ci reintegra nel rapporto di amore che Dio aveva stabilito creandoci.
Seconda Lettura: 1 Pt 1,17-21.
La lettura degli eventi pasquali, sui quali siamo chiamati a riflettere, vuole condurci a meditare sui risvolti pratici che essi hanno nella vita dei credenti: la Chiesa, costituita da coloro che accolgono la predicazione apostolica e si fanno battezzare, è la comunità di coloro che credono in Dio e si riconoscono nella comune fede nel Cristo crocifisso e risorto.
Siamo stati liberati dal peccato con un prezzo altissimo, impensabile, il Sangue di Gesù: da ciò comprendiamo che siamo stati amati con un amore davvero grande, immenso, poiché il Figlio di Dio, come aveva detto agli apostoli, ha dato per noi la sua vita e ci ha posti in rapporto filiale col Padre (1 Pt 1,21).
L’uomo, è importante agli occhi di Dio, se per liberarlo Gesù ha sopportato la passione ed è morto in croce. E’ un disegno – come dice san Pietro – che è stato oggetto della scelta divina « già prima della fondazione del mondo »: disegno eterno, manifestatosi negli ultimi tempi « per voi ». E’ per tutti noi, e per ogni uomo che in Gesù è stato concepito e salvato.
Se i cristiani, nel mondo, vivono come stranieri, perché perseguono una patria che non è di questo mondo visibile, ciò non significa che sono alieni. Anzi, il cristiano deve, anche se si sente straniero, partecipare attivamente e con pieno coinvolgimento nella terra dove abita per il bene e la salvezza degli uomini, ma contemporaneamente sa di essere cittadino di un’altra patria, verso cui il cristiano si sente in cammino. Questo è il senso del camminare dei due discepoli del Vangelo verso l’Emmaus, come anche il nostro: siamo, lungo la nostra esistenza in cammino e condividendo un tratto di percorso, accompagnati da Gesù che ci spiega le Scritture, quando ci sentiamo tristi e sfiduciati. Egli ci fa comprendere, coinvolgendoci, le sue vicende, fino a riconoscerlo risorto, quando spezziamo il pane dell’Eucaristia, come avvenne nell’Ultima Cena, e tutte le volte che la comunità la celebra in sua memoria.
Vangelo: Lc 24,13-35.
I discepoli di Emmaus sono guidati da Gesù a rileggere la Scrittura e a comprendere che la passione, sopportata dal Signore, non è stato un incidente improvviso e contrario al disegno di Dio, ma ne è stata il compimento della sua vicenda terrena, passaggio per entrare nella sua gloria. Questa « provvidenza » della passione ora prosegue in noi, non senza suscitare incomprensione a motivo della tardezza e ottusità del nostro cuore. Dobbiamo anche noi tornare alle Scritture per attingervi conforto alla fede e alla speranza. Dobbiamo chiedere a Gesù che sia lui a introdurci in esse e a spiegarcele in modo tale che ci arda il cuore, come ai due discepoli.
Osserviamo poi che Gesù è riconosciuto alla frazione del pane: così anche da noi nell’Eucaristia viene avvertita la sua presenza e la sua compagnia. Spiegazione delle Scritture e frazione del pane: è già la nostra Messa, cui prendiamo parte per poter compiere con Gesù la nostra Pasqua.
BEATI QUELLI CHE NON HANNO VISTO E HANNO CREDUTO !
1 APRILE - IIa DOMENICA DI PASQUA.
Domenica in « albis » o della « Divina Misericordia ».
Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.
Ogni domenica commemoriamo la Pasqua del Signore, la sua risurrezione, che noi accogliamo nella fede, per cui, come disse Gesù a Tommaso « siamo beati perché crediamo senza aver visto ».
Gesù risorto appare agli apostoli che lo riconoscono e noi sulla loro testimonianza fondiamo la nostra fede, che ha sorretto lungo i secoli, in mezzo alla tribolazioni e il martirio, i credenti in lui.
Nella colletta iniziale preghiamo dicendo: « Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati ad una speranza viva, accresci in noi la fede nel Cristo risorto, perché credendo in lui abbiamo la vita nel suo nome. Egli è Dio, e vive e regna con te… ».
Prima Lettura: At, 2, 42-47.
La primitiva comunità cristiana viveva nell’ascolto della parola degli apostoli e nella carità vicendevole, celebrava l’Eucaristia, e pregavano insieme. Tutto questo era motivo di gioia che veniva trasmessa a coloro che si avvicinava alla comunità, che così godeva della stima da parte di tutto il popolo. Un altro segno privilegiato che i credenti vivevano era che « avevano ogni cosa in comune ». Fede e amore reciproco erano strettamente uniti nella vita degli apostoli e di tutti coloro che aderivano al Signore. Separare questi due aspetti, credendo che la fede sia vera e sufficiente anche quando non sia animata e provata dalla carità è certamente una visione falsata e riduttiva della testimonianza cristiana. In un cuore chiuso alla carità fraterna non vi può più abitare la Parola di Dio; e quando non sono presenti nel credente l’amore a Dio e la sua Parola incarnati attraverso la pratica della carità fraterna la fede si spegne.
Dalla fede nel Risorto, per coloro che credono in lui, nasce un nuovo stile di vita. Ripensiamo al sangue che ci ha liberato, allo Spirito che abbiamo ricevuto, e quindi in modo particolare al Battesimo che è stato l’inizio della nostra comunione al mistero pasquale.
A queste meraviglie della salvezza deve corrispondere « il frutto della vita nuova » e la testimonianza a Gesù Vivente che, nelle nostre opere, comporta: - l’essere assidui « nell’insegnamento degli apostoli, ( ascolto del vangelo ); - nella « comunione fraterna » (condivisione dei beni ); - nello «spezzare il pane » ( celebrazione dell’Eucaristia); - nelle « preghiere » ( pratica costante della relazione con Dio ) ». Con questa testimonianza, che comporta ciò che la comunità deve vivere e realizzare e non fidando in progetti e marketing, « Il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati ».
Al « timore dei giudei », forti della presenza dello Spirito, i discepoli e i credenti in Gesù sostituirono una missionarietà fondata sulla fedeltà al mandato di Gesù di annunziare la sua risurrezione, anche a costo di andare incontro a persecuzioni o peripezie varie. Chiudersi nella propria referenzialità o nella pigrizia della propria intima testimonianza senza il coraggio dell’annunzio, badare solo alla propria sopravvivenza nell’ambito della propria comunità o nel proprio gruppo , significa tradire, come Chiesa, come comunità più o meno grande che sia, la propria natura missionaria che Cristo ci ha comandato di avere, per continuare la sua missione: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Gv 20,21).
Questo compito nobile, entusiasmante, è capace di aprire, nel nome del Signore, nuovi orizzonti, sperimentare nuovi linguaggi, percorrere nuove vie di evangelizzazione, che lo Spirito del Risorto suggerisce e per cui dà forza e coraggio per realizzarle.
Seconda Lettura: 1 Pt 1,3-9.
La risurrezione di Cristo è, come dice San Paolo, per il nostro cuore fonte di speranza « viva », capace di farci raggiungere l’eredità dei cieli, ed essere così nella comunione gloriosa con il Signore Gesù risorto. L’apostolo ci ricorda ancora che questa eredità è tutta diversa da quella che viene trasmessa da un padre al figlio: quella cristiana « Non si corrompe, non marcisce ».
L’eredità terrena è sempre precaria esposta a vari rischi e al deperimento. Spesso è causa di implacabili risse e divisioni anche nell’ambito degli stessi eredi. Sperare di raggiungere l’eredità del cielo, cioè – la vita eterna con Cristo – è fonte di gioia, la quale è ben diversa da quella superficiale e passeggera che spesso ricerchiamo. Nella speranza e nella gioia che speriamo ci conseguire nel cielo riusciamo a sopportare le prove che ci affliggono. Queste ci purificano e danno pregio alla fede e la rendono purificata, come l’oro che viene provato con il fuoco. Sarebbe troppo facile dichiararci credenti, se ci tirassimo indietro e non seguissimo il Signore che ci chiama ad associarci alla sua passione. Non è scansando la croce, ma morendoci sopra che Gesù ci ha acquistato l’eredità che non perisce.
Vangelo : Gv 20, 19-31.
Gesù risorto, apparendo agli apostoli, augura la pace, con l’insieme dei beni che il mistero della Pasqua ha procurato agli uomini: la grazia divina, la gioia, la speranza. Poi l’effusione dello Spirito, per cui ci possono essere rimessi i peccati.
La Chiesa è il luogo e il sacramento della misericordia e del perdono, dal momento che in essa vive lo Spirito Santo. Non sono i ministri della Chiesa che trasmettono la propria santità ma è lo Spirito che sa rinnovare e purifi- care la vita degli uomini.
L’episodio di Tommaso, che non vuole credere se prima non tocca e non vede, ha fatto di lui un discepolo incredulo, un resistente alla fede, ma è il prototipo dell’uomo di sempre. Egli, che aveva visto la radicalità e la potenza della morte di Gesù, non può accettare la sua risurrezione. E se il Risorto non fosse il crocifisso? Avrà pensato. Se così, l’annunzio degli apostoli non avrebbe avuto valore. Ma otto giorni dopo, quando anche Tommaso è con gli altri nel Cenacolo, davanti a Gesù che lo invita a toccarlo e a mettere le sue dita nel foro dei chiodi e la sua mano nel costato, egli, profondamente sconvolto, professa la sua fede dicendo : « Mio Signore e mio Dio ». Questo di Tommaso è un traguardo a cui giunge attraverso un travaglio interiore, di ricerca, di domanda e di sfida per una fede facile e superficiale. Come a Tommaso, anche a noi, Gesù dice di « non essere più increduli, ma credenti »: davanti al problema del male è facile cadere nell’incredulità. E Gesù allora proclama « beati quelli che non hanno visto e hanno creduto ». La vicenda di Tommaso, con la sua preghiera-adorazione – come risposta al Risorto, può essere anche la nostra.
Così il mostrare le piaghe da parte di Gesù risorto nel suo corpo glorioso accentua lo scandalo del male, perché segni della sua passione.
Davanti all’enigma del male, a cui l’uomo con la sua riflessione teologica, filosofica, psicologica non ha saputo dare una soddisfacente spiegazione, Dio, nel suo Figlio, lo affronta e lo vince e non dà spiegazioni razionali di esso, se non ponendo l’atteggiamento dell’amore, che per dimostrarlo a chi si ama, si è disposti a donare la vita.
La professione di fede di Tommaso, che riconosce Gesù come Signore e Dio è un altro momento dell’incontro di Gesù risorto con gli apostoli. Gesù affida quindi l’impegno della predicazione e la narrazione stessa del Vangelo affinché gli uomini scoprano in lui il vero Dio e il Signore glorioso. Per questo siamo chiamati fedeli e discepoli. Solo che la nostra fede non deve vacillare ».
LA RISURREZIONE DI GESÙ È L'INIZIO (IL BIG BANG) PER UNA NUOVA UMANITÀ
4 APRILE – VEGLIA DI PASQUA
LA RISURREZIONE DI GESÙ È L'INIZIO (IL BIG BANG) PER UNA NUOVA UMANITÀ
« Notte di grazia »: così chiamiamo questa notte di veglia pasquale.
Una veglia di ascolto, di orazione, di riti.; una veglia che ci associa ai fratelli e che ci induce nell’intimo della coscienza e del rapporto personale con Dio.
Per prima cosa questa veglia sarà illuminata dal Cero pasquale, intorno al quale sentiremo il preconio o l’elogio fatto ai grandi interventi di Dio nell’umanità, che ora si compiono pienamente in Gesù Cristo. Giungiamo a dire: « Felice colpa, che meritò di avere un cos’ grande redentore! ».
Seguono diverse letture bibliche: grandi pagine a memoria e a testimonianza della salvezza. La loro proclamazione suscita la risposta del canto e della nostra preghiera, che domanda di ricevere la grazia dell’evento commemorato.
Con la certezza che Cristo è risorto celebriamo l’Eucaristia, dove è inserito il rito del Battesimo, Cresima ed Eucaristia. I tre sacramenti dell’iniziazione cristiana – Battesimo, Cresima, Eucaristia – rendono presente il mistero pasquale e ce ne fanno partecipi.
Via via che i riti sacramentali si svolgono, il primo sentimento è quello della gratitudine per il dono che già abbiamo da tanti anni ricevuto. Ne comprendiamo il significato e ne assumiamo nuovamente gli impegni, non raramente disattesi. Ma propria la Santa Settimana che sta culminando ci ha ricondotti a viverli più coerentemente, e forse a riavere la grazia perduta.
Partiamo dalla Veglia saziati « con i sacramento pasquali ». Dopo aver celebrato la carità di Dio resta da attestarla con la nostra fraternità in una comunità cristiana, a cui portare la « la gioia del Signore risorto ».
5 APRILE – PASQUA DI RISURREZIONE DEL SIGNORE
Il « Giorno dopo il Sabato » primo giorno della settimana Gesù risorge da morte, perché con questo evento inizia una nuova creazione, che irrompe nella storia. Ma la fede de i protagonisti dell'evento è incapace di vedere la luce che brilla per l'umanità per la risurrezione del Cristo.
Tutti corrono al sepolcro, compiendo un percorso di fede, attratti dalla notizia, data da Maria di Magdala che si è recata al sepolcro, spinta dal suo amore per il maestro, desiderosa di compiere un gesto di pietà per il suo corpo, ma il cadavere di Gesù non è più dove l'avevano deposto.
Avendo visto la pietra ribaltata, corre dai discepoli portando un annunzio di tristezza: « Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto! » Ella pensa ad un furto. Pietro e Giovanni, vanno di corsa, ma senza la gioia di ciò che l'annunzio voleva dare, la risurrezione del maestro. Entrambi, arrivati, vedono i teli posati là in disparte, ma costatano solo segni di morte. Tutto sembra dire che la morte ha avuto il sopravvento. Forse anche noi abbiamo lo stesso senso di morte quando vediamo immigrati sommersi nel mare, malati che cercano pace e trovano violenza, popoli che cercano cibo e acqua e si scontrano contro leggi dell'economia che sono solo a favori degli interessi di pochi. In noi regnano spessi segni di morte, anche se siamo vivi biologicamente. I segni che i due osservano sono muti, ma Giovanni, con due soli verbi, « vide e credette », esprime l'inizio della sua fede, perché « non avevano ancora la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti ». I segni, che la fede ci propone, sono muti, se non sono letti alla luce della Scrittura, letta e ascoltata a partire dall'esperienza dell'amore di Dio, come lo fu per Giovanni che, aprendosi alla relazione d'amore con Dio, comprese l'eloquenza di quei segni, che così diventano segni del trionfo della vita del Risorto. E' al risurrezione che vince la morte
Il significato della Pasqua è tracciato in sintesi dal gioioso prefazio di questa santa messa: è il canto dell’umanità all’ « Agnello che ha tolto i peccati del mondo », che « morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato la vita ». Non sono termini vuoti, se abbiamo passato questi giorni nell’accoglienza della Parola di Dio, nella conversione che ha cambiato il cuore, nell’esperienza del perdono.
A giudizio esterno, non illuminato dalla fede e quindi superficiale, tutto sembrerebbe come prima, come sempre. Non è così per il cristiano, il quale giudica secondo la valutazione di Dio e di Gesù Cristo. Portiamo ciascuno nel cuore e nell’esistenza la certezza: « Cristo, mia speranza, è risorto ». Ma se è così, cambia tutto.
Prima Lettura: At 10,34.37-43.
Pietro riassume la vicenda di Gesù di Nazaret: non una vicenda qualsiasi ma l’esito fedele dell’annunzio dei profeti. Iniziata sotto il segno dello Spirito, svolta nell’esercizio della bontà e della potenza risanatrice e liberante, finita nella crocifissione, la vita di Gesù si è conclusa nella risurrezione. Gesù di Nazaret è costituito il Giudice universale. Adesso si tratta di aderire a lui con la fede, poiché da lui proviene la remissione dei peccati. Tutti gli uomini sono coinvolti negli avvenimenti di Gesù che la celebrazione pasquale della Chiesa ha ripreso e riproclamato solennemente, risentendo la testimonianza di Pietro e degli altri, che hanno vissuto il contatto con il Cristo terreno e con il Cristo risorto.
Quindi non si tratta di avvenimenti superati, appartenenti alla cronaca o alla storia del passato. La vita di Gesù e la sua esistenza, ci interpellano adesso, dalla nostra risposta dipende la nostra salvezza.
Seconda Lettura: Col 3,1-4.
Per san Paolo un cristiano è uno già risuscitato con Cristo. Infatti un cristiano è tale perché riceve lo Spirito Santo, che porta nel nostro cuore Gesù risorto da morte. Ma se questo è vero, dice l’apostolo, il desiderio del cristiano aspira a Gesù, glorioso alla destra del Padre. Un vincolo reale lo lega al Signore, lo nasconde in lui.
Si direbbe che la vita del cristiano ha due livelli: quello che si vede, e che non è il più vero e il più consistente, e quello che non si vede, e che invece è il più autentico ed è costituito dalla sua relazione con Gesù Cristo.
Seconda Lettura: 1Cor 5,6-8.
Il credente è una creatura tutta nuova: nessun legame, nessun lievito, dice san Paolo, deve implicarlo con la vita di prima. Il lievito significa la malizia, l’insincerità, la menzogna: in una parola, tutto quanto non costituisce la vita redenta, ma quella ancora che sta sotto la forma, il segno e la forza del peccato.
Vangelo: Gv 20,1-9.
Davanti alle prove, alle tracce che Cristo è risorto, e nonostante la parola stessa di Gesù che l’aveva preannunziato, gli apostoli fanno fatica a credere che egli è risorto da morte. Per Maria di Magdala l’hanno portato via. Se Pietro entra nel sepolcro e constata soltanto, nel discepoÙlo che Gesù amava subito si accende la certezza della fede: dinanzi a quei segni non si limita a vedere, crede, Sarà laboriosa a nascere e a imporsi a loro la fede nella risurrezione. Poi diventerà l’irresistibile convinzione, che darà senso a tutta la missione e a tutta la vita degli apostoli, testimoni del Risorto.
E’ RISORTO
Alba nuova è il giorno
in cui Cristo è risorto,
nel tacito silenzio
un tempo nuovo è sorto.
Gesù lascia il sepolcro
Senza squilli di tromba,
mentre tutto intorno
gran rumore rimbomba.
L’alleluia di Pasqua
ti risuoni nel cuore,
perché, oggi, è risorto
il Cristo Signore.
Rintoccan le campane
con suono sommesso,
ma la gioia nel cuore
ridonda lo stesso.
L’angelo annunzia
a Maria Maddalena
che la morte è sconfitta
per vita più piena.
Il Maestro la chiama
col suo nome: “Maria!”.
La voce le ridona,
al cuor, armonia.
Prostrata ai suoi piedi
la solleva e comanda
d’andar dai discepoli
ai quali li manda
a dir che è risorto,
come aveva predetto,
che ha vinto la morte
a cui fu soggetto.
Sorpresi all’annunzio,
dal luogo dove stanno,
correndo, i discepoli
al sepolcro vanno.
Lo trovano vuoto,
col lenzuolo piegato
e pur anche il sudario
vicino è piegato.
La sera loro appare,
nel Cenacol riuniti,
e augurando la pace
son d’essa riempiti.
Manca solo Tommaso
che all’annunzio non crede,
se il costato e le piaghe
non tocca e non vede.
All’ottava, apparendo,
al risorto, col cuore,
Tommaso gli dice:
“Mio Dio e mio Signore”.
Alla cena di Emmaus
ai due si manifesta
e dagli altri essi tornan
col cuore in festa.
Il Risorto, oggi, dice
anche a noi che crediamo
che beati saremo
se pur non vediamo.
Auguriamoci allora
di risorger con Cristo,
per essere un giorno
nello stesso posto.
Leonforte, 5 Aprile 2026 don A. Lo Grasso
Auguri per una Santa Pasqua di risurrezione e di vita nuova nel Signore.
Un affettuoso e cordiale abbraccio a tutti.
L'AMORE DI CRISTO, CHE SI DONA COL CORPO E SANGUE E MUORE PER NOI.
2 APRILE - GIOVEDI’ SANTO
L'AMORE DI CRISTO, CHE SI DON A COL CORPO E SANGUE E MUORE PER NOI
Nel Triduo pasquale, in cui celebriamo il mistero della morte e risurrezione, il primo grande incontro di questo evento del mistero pasquale è l’ultima Cena, l’istituzione dell’Eucaristia.
L’Eucaristia è il sacramento della passione e della morte di Gesù, che egli lascia ai discepoli prima di consegnarsi ai suoi carnefici, per rendere la sua presenza nel tempo della sua assenza. La celebrazione della Cena è un dono che ancora oggi accompagna la vita della Chiesa ed è un impegno di vita per coloro che si pongono alla sua sequela. Nel banchetto del pane e del vino i discepoli faranno memoria del Signore ed entreranno in comunione con il suo Corpo e con il suo Sangue.
Nell’Eucaristia Gesù rende presente e disponibile la sua carità, il suo consegnarsi per noi. In essa egli ha affidato « alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore ». Quello che egli fa è all’opposto di ciò che compie Giuda. Questi lo vende, come fosse una cosa; Gesù invece si offre, come « vittima di salvezza ». Restiamo stupefatti e partecipi di questa umiltà di Cristo, che ci purifica dalle colpe, che si mette ai nostri piedi, che continua a lavarci la coscienza, che ci insegna a prendere l’ultimo posto, che genera ala nostra fraternità. Soprattutto questa sera sentiamo di formare, « qui riuniti, un solo corpo », perché Cristo ci ha raccolti. « Via le lotte maligne, via le liti, e regni in mezzo a noi Cristo Dio ».
Prima Lettura: Es 12,1-8.11-14.
Nello sfondo della Pasqua ebraica, in cui Israele deve mangiare l’agnello e con il sangue, a protezione, tingere gli stupiti delle case, segno e memoriale del passaggio di Dio e della liberazione, si colloca la celebrazione dell’Ultima Cena di Gesù. Intuiamo immediatamente che si tratta di un simbolo dell’Agnello di Dio, Gesù, che, immolato, toglie i peccati del mondo e muore sulla croce come l’agnello pasquale vero, nel cui sangue siamo liberati dal peccato. Ogni volta che riceviamo l’Eucaristia rinnoviamo la Pasqua, la manducazione del vero agnello immolato sulla croce.
Seconda Lettura: 1 Cor 11,23-26.
La Chiesa di Corinto aveva perso il senso dell’Eucaristia. Paolo allora rintraccia l’immagine originale del banchetto cristiano. Esso è la Cena del Signore, risale all’iniziativa e all’invenzione di Cristo, che all’Ultima Cena nel segno del pane e del vino consegna il suo Corpo e il suo Sangue, cioè il sacrificio di se stesso. Non vi si può prendere parte in qualche modo, ma con il proposito di entrare in comunione viva con la passione e la morte di Gesù per risorgere con lui.
Vangelo: Gv 13,1-15.
Per l’evangelista Giovanni, nella celebrazione della « Festa di Pasqua », Gesù vuole celebrare una Pasqua diversa da quella ebraica « sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre », accogliendo liberamente la volontà del Padre e offrendo, nella sua passione e morte, la vita per amore degli uomini. Nel contesto della sua Passione, che ha per contraltare l’istituzione dell’Eucaristia, raccontata dai Sinottici a questo punto della vita di Gesù, è la chiave per comprendere il gesto che Giovanni, nel vangelo di oggi, racconta: l’umile gesto della lavanda dei piedi che Gesù fa ai discepoli. Egli « avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine »: e il segno di questo amore estremo, illimitato, è il dono che egli fa di se stesso. E’ la sua vita resa usufruibile per i suoi. La lavanda dei piedi è come il simbolo di questa donazione: Gesù è venuto per servire. L’amore non è vero se non serve. Gesù sa di essere « il Signore e il Maestro », ma non per questo eserciterà la potenza ma porterà al massimo l’amore.
C’è un richiamo all’interno del vangelo di Giovanni: sulla croce, morendo Gesù dice: « Tutto è compiuto ». Usa la stessa parola che, posta in questi due momenti dell’ultima Cena e della croce, dice la qualità dell’amore. Questo estremo amore si esprime con il gesto del deporre le vesti e cingersi il panno. Del gesto Gesù dice due cose: « Se non ti laverò i piedi non avrai parte »; e : « Vi ho dato un esempio, infatti, perché come ho fatto io, facciate anche voi ». Il gesto di Gesù ci interroga. L’estremo limite dell’amore dice povertà radicale, umiltà, servizio. Povertà ben espressa dall’Eucaristia. Dietro quella povera forma, la gloria del Risorto. Il sacramento più caro alla Chiesa, così estremamente debole.
Resistenze all’amore divinizzante.
Il povero gesto di Gesù, così denso di significato, non è compreso neppure da Pietro. Un amore così radicale, che cerca la comunione muove subito delle resistenze. Pietro, come noi, è resistente alla radicalità di una tale gratuità. Vi possono essere diverse cause di resistenza. Per accettare un tale amore bisogna riconoscersi peccatori salvati, allontanando ogni presunzione di auto salvarsi. Bisogna abbandonarsi alla salvezza offerta gratuitamente da Dio che cerca la comunione con noi. Ecco che l’Eucaristia è sacramento della presenza di Cristo nella sua Chiesa e della comunione di chi crede in lui. Il gesto ancora ci convoca a fare come Gesù, ad autoconsegnarci ai nostri fratelli e al mondo. L’esempio di Gesù allora più che dare un imperativo morale vuole fare di noi, nel nostro amore radicale, altri Cristo. E’ un gesto allora divinizzante, perché dove « c’è carità e amore, qui c’è Dio ».
Questa sera – nel « memoriale », nel « rito perenne », di cui ci parla la prima lettura dell’Esodo, e che per noi è ormai l’Eucaristia – possiamo più intensamente misurare la carità che ci ha redento e che dobbiamo attestare.
Il rito della lavanda dei piedi è ricco di significato profetico: è la norma della vita interiore della Chiesa ( la carità), una testimonianza di fede. E’ rendere presente Dio, è la nostra beatitudine. Ci riporta al gesto umile di Gesù, che proclama il primato di chi serve il prossimo, non di chi lo domina. In questo gesto Gesù prefigura la sua passione, che è un servire e un dare la vita per la redenzione degli uomini. Gesù che lava i piedi ai discepoli richiama anche l’Eucaristia, dove prosegue il servizio di amore; richiama insieme la purezza di cuore per prendervi parte, e infine il sacramento del Battesimo, che lava e rende commensali di Cristo.
3 APRILE - VENERDI’ SANTO
PASSIONE, MORTE E RISURREZIONE
Come aveva predetto,
Gesù è davvero morto
e lasciando il sepolcro
veramente è risorto:
così tutto il creato
Lui ha rigenerato
or, per l’eternità.
Avvezzo ad ogni male
fu il tempo del passato,
redento è dal sacrificio
che Cristo ha consumato,
all’uomo peccatore
ridiede il suo candore
e il cielo gli riaprì.
Venuto nel nostro mondo
fu tra di noi il più buono,
passò facendo il bene
senza fare frastuono,
guarì molti ammalati,
ciechi ed indemoniati
che egli incontrò.
Non tutti l’osannarono,
molti lo ebbero inviso,
perché a loro parlava
se pur con mite viso,
così a chi l’accolse
e pur a lui si volse
il cuore convertì
Alla volontà del Padre
fu sempre obbediente
e nei suoi terreni giorni
a Lui fu consenziente
e appeso ad una croce
soffrì in modo atroce,
quel venerdì spirò.
Chi avrebbe fatto mai
un gesto “sì” infinito
da spendere la sua vita,
anche se un vien tradito,
così ci ha insegnato
e pur testimoniato
come bisogna amar.
Al ladrone che gli chiese,
con grande sentimento,
di portarlo nel suo regno,
vedendo il pentimento,
Gesù gli disse, allora,
che in quella stessa ora
lo porterà con sé.
Dopo aver tutto compiuto
Egli al Padre si è affidato,
e appena spirato in croce
colpito è dal soldato,
che, con colpo di lancia,
da un fianco della pancia,
il suo costato aprì.
Da quel suo trono di gloria
mostrò la sua sapienza,
attirando l’umanità
espresse la potenza
un Dio che da creatore
e d’eterno fattore
si fe’ suo redentor.
Da esso subito sgorgò
acqua che è al sangue unita,
che insieme simboleggiano
del battesimo la vita,
che vien sempre nutrita
dalla mensa imbandita
col Corpo del Signor.
Dalla croce infin deposto,
stringendol Maria al cuore,
a sé lo abbraccia e il bacia
colpita dal dolore,
così insieme alle donne
che sono le colonne,
fu seppellito lì.
Passato il terzo giorno,
come aveva predetto,
il Padre non abbandonò
il Figlio suo diletto,
Egli uscendo dalla tomba,
senza suon di tromba,
la morte debellò.
Giungendo Maria al sepolcro,
restò ella assai turbata,
vedendo che nella tomba
la pietra è ribaltata,
mentre cerca il Signore,
con il grande suo amore,
Gesù: “Maria”, chiamò.
La manda dagli discepoli,
che sono tutti riuniti,
ma all’annunzio di Maria
rimangono stupiti,
pensando che la donna
a vaneggiare stia,
già dal mattino lì.
D’allora Gesù è risorto
fondando la nostra fede
per tutta l’esistenza
se sempre in lui si crede:
viviam così nel cuore
l’amore del Signore
e in Lui risorti siam.
O tu che sei testimone
di Cristo, il tuo Signore,
vivi questa Pasqua d’oggi
con gioia e con amore,
così tu abbellirai,
finche in terra vivrai,
tutti i tuoi santi dì.
BUON VENERDI’ SANTO A TUTTI.
Leonforte, 2 Aprile 2026
don Nino Lo Grasso








