





DALLA INDIFFERENZA ALLA CONDIVISIONE.
28 SETTEMBRE – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
La domenica siamo invitati da Dio, riuniti nel nome della Santa Trinità, a prendere parte al memoriale della passione del suo Figlio. Nella sua misericordia Dio manifesta la sua onnipotenza donandoci il suo perdono. Pur essendo noi peccatori, il Padre celeste ci accoglie e ci fa partecipi del banchetto eucaristico del Corpo e del Sangue del suo Figlio, che sono cibo e bevanda di vita eterna. Attorno a Cristo, assisi alla stessa mensa, non possiamo più ammettere l’ingiustizia, il disprezzo verso qualunque fratello. Non possiamo sentirci tranquilli restando nel nostro egoismo e non condividendo la provvidenza di Dio con chi è nel bisogno. L’Eucaristia ci fa aprire verso i beni dell’eredità eterna che godremo con Cristo nel cielo, ma che già pregustiamo in questo convito domenicale. Da questa sorgente deriva per la Chiesa ogni benedizione.
Nella Colletta iniziale dell’Eucaristia ci rivolgiamo al Padre celeste dicendo:
« O Dio, che conosci le necessità del povero e non abbandoni il debole nella solitudine, libera dalla schiavitù dell’egoismo coloro che sono sordi alla voce di chi invoca aiuto, e dona a tutti noi una fede salda nel Cristo risorto. Egli è Dio, e vice e regna con te… ».
Prima Lettura: Am6,1.4-7
Il profeta Amos denunzia il comportamento spensierato degli abitanti di Sion e di quelli di Samaria, minacciando guai per la loro mollezza di vita, perché comodamente sdraiati nelle mollezze e nei divertimenti «mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla ». Si divertono cantando e imitando Davide con improvvisati strumenti musicali, bevendo vino e ungendosi di profumi raffinati, mentre trascurano e non si curano della rovina di Giuseppe, cioè dei poveri del popolo del Signore. Preannunzia ad essi l’esilio e così si porrà fine all’orgia dei dissoluti. Il profeta denunzia con vigore le ingiustizie sociali, i divertimenti e i bagordi che offendono la povertà dei miseri del popolo, a cui Dio farà giustizia..
Seconda Lettura: 1Tm 6,11-16.
Paolo esorta Timoteo a praticare la giustizia, la pietà, la fede , la carità, la pazienza e la mitezza, cercando così di raggiungere la vita eterna a cui è chiamato e per la quale ha fatto la sua professione di fede.
Gli ordina ancora, davanti a Dio, creatore che dà la vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che davanti a Ponzio Pilato ha dato la sua bella testimonianza, a conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore Gesù, « che sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile » e che nessuno tra gli uomini ha mai visto. Come guida della Comunità di fede, Timoteo deve, quindi, farsi modello con una condotta mite, caritatevole, ma battagliero nella propa- gazione e difesa della fede, dandone bella testimonianza e conservando integro e intatto il Vangelo, fino alla venuta del Signore, quando si manifesterà nella sua gloria.
Vangelo: 16,19-31.
La parabola del ricco epulone, raccontata da Gesù, pone una netta contrapposizione tra la vita di un « uomo ricco che indossa vestiti di porpora e bisso, ogni giorno banchetta lautamente » e del « povero Lazzaro che, stando davanti alla sua porta, coperto di piaghe, è bramoso di sfamarsi con quello che cade dalla tavola del ricco ». Morendo entrambi, il povero viene condotto dagli angeli accanto ad Abramo, mentre il ricco, sepolto, ritrovandosi « negli inferi fra i tormenti », alzando gli occhi, vede da lontano Abramo e Lazzaro insieme. Sentendosi la gola riarsa per la sete, invoca Abramo perché abbia pietà di lui e che mandi Lazzaro ad intingere il dito nell’acqua per bagnargli la lingua. Ma Abramo gli risponde che egli nella sua vita ha ricevuto molti beni mentre Lazzaro i suoi mali e che, ora, questi è consolato e lui si trova in mezzo ai tormenti; che, inoltre, è impossibile a Lazzaro, per il gran abisso che li separa, di poter andare da lui a compiere quello che desidera. Alla richiesta del ricco che insiste perché Lazzaro venga mandato dai suoi fratelli, i quali vivono come aveva fatto lui, per ammonirli severamente a cambiar vita, per non ritrovarsi anche essi negli stessi tormenti, Abramo risponde che hanno Mosè e i profeti e che ascoltino loro. Infine, poiché il ricco replica che i suoi fratelli, vedendo Lazzaro risorgere, si sarebbero convertiti e cambiato vita, Abramo risponde:« Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorge dai morti ». La parabola di Gesù, in sintonia con l’insegnamento di Amos, pone la sorte dei poveri rispetto ai ricchi, che banchettano e godono in questa vita e si danno spensierati ad ogni sorta di divertimento, in un contrappasso e in un rovesciamento di situazioni irreversibili. Ascoltando la parola del Signore che esorta a usare le ricchezze e i beni con distacco, avendo attenzione per i fratelli che sono in necessità e un cuore libero e aperto ai veri segni di Dio, anche il ricco può ritrovarsi nella gioia futura della vita ultraterrena.
La ricchezza è una continua tentazione che può spingere ad attaccarvi il cuore, farlo chiudere nell’egoismo e in una cecità che non fa più vedere le necessità in cui versano i fratelli più poveri, privi, spesso, anche dell’estremo necessario.
AVVISI PER LA VITA PARROCCHIALE
30 Settembre - Apertura dell’anno pastorale della Diocesi a Nicosia: Non sarà celebrata la Santa Messa Vespertina.
3 Ottobre - NOVENA DELLA MADONNA DELLA CATENA: Venerdì ore 17.00 - Recita del
Santo Rosario.
17.30 - Celebrazione della Santa Messa.
Il primo giorno è dedicato ai BAMBINI BATTEZZATI in questi anni e ai BAMBINI DELLE CLASSI DI CATECHISMO.
Il secondo giorno ai giovani.
Il terzo giorno alle coppie e famiglie.
Il Parroco.
DIO VUOLE CHE TUTTI GLI UOMINI SIANO SALVI E GIUNGANO ALLA CONOSCENZA DELLA VERITÀ.
21 SETTEMBRE -XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
DIO VUOLE CHE TUTTI GLI UOMINI SIANO SALVI E GIUNGANO ALLA CONOSCENZA DELLA VERITÀ
Il nostro incontro domenicale, nel giorno del Signore, rivela l’amore verso Dio, vissuto in unione con Cristo, nostro Capo e Signore, e verso il nostro prossimo. Questo amore è stato posto da Gesù a fondamento di tutta la legge. Nell’ Eucaristia esprimiamo la nostra adorazione di figli a Dio, ricono-scendolo come unico Signore, riaffermiamo la nostra volontà di non sostituire niente a Lui e di rinnovare, nel giorno a lui dedicato, il nostro amore di figli e di fratelli. Mancando di questo amore, per Dio e i fratelli, è difficile vivere la domenica con una fraternità attiva e creativa, per cui la si sente come un obbligo gravoso, e non come lode a Dio e servizio evangelico. Diventa allora la Domenica una verifica e un modo per misurare l’autenticità della nostra fedeltà al Signore e della nostra fraterna carità verso il prossimo. Nell’incontro con Dio, i misteri che celebrano la salvezza, operata da Cristo, dovrebbero trasformare la nostra esistenza.
Nella preghiera che oggi, giorno del Signore, eleviamo a Dio, diciamo: « O Padre, difensore dei poveri e dei deboli che ci chiami ad amarti e servirti con lealtà, abbi pietà della nostra condizione umana; salvaci dalla cupidigia delle ricchezze, e aiutaci a ricercare l’inestimabile tesoro della tua amicizia. Per il nostro Signore Gesù Cristo… ».
Prima Lettura: Am 8,4-7.
Il Signore, per mezzo del profeta Amos, rimprovera quelli che nel suo popolo calpestano il povero e sterminano gli umili e si domandano quando passa il novilunio per vendere il grano; o il sabato per poter smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo, usando bilance false, comprando con denaro gli indigenti o il povero per un paio di sandali e vendendo lo scarto del grano. Per tutto questo il Signore dice:« Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere ».
Imbrogliare, approfittare e calpestare il povero nei momento del suo bisogno è per il Signore peccato gravissimo, perché è Dio stesso a proteggere il povero, difendendolo dalle angherie di chi con denaro vuole sfruttarlo. L’amore per Dio e l’amore al prossimo non può scindersi: chi offende e fa ingiustizia al prossimo, specie se povero e umile, offende Dio stesso.
Seconda Lettura: 1 Tm 2,1-8.
Paolo raccomanda a Timoteo soprattutto che si facciano a Dio domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che governano, perché si possa condurre una vita tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Tutto questo è cosa bella e gradita a Dio, affinché tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità: perché uno solo è Dio e uno solo il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che è morto per riscattare tutti gli uomini dalle loro iniquità. Lui, Paolo, è stato fatto banditore e apostolo di questa testimonianza che Cristo ha dato nei tempi stabiliti, divenendo maestro dei pagani nella fede e nella verità. Chiude la sua esortazione concludendo: « Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure , e senza contese ». All’ unico Dio, padre di tutti, che ha riconciliato a sé l’umanità, mediante Cristo Gesù, suo Figlio, unico mediatore, che si è offerto per la liberazione dei uomini dal peccato, si elevino preghiere, suppliche e ringraziamenti da parte di tutti coloro che partecipano alla preghiera della comunità cristiana, perché la vita degli uomini si svolga nella serenità e nella pace. Bisogna allora allontanare contese, liti e scontri, cose che producono solo divisioni e non fanno realizzare l’amore che ci rende fratelli in Cristo e figli di un unico padre.
Vangelo: Lc 16,1-13.
Il Vangelo, attraverso la parabola dell’amministratore infedele, vuole esortarci a vivere il rapporto con Dio, che ci dà da amministrare i suoi doni: la nostra vita, le nostre capacità e ciò che la sua provvidenza ci concede, per la sua gloria senza servire solo lui e non altri idoli, come il denaro, il potere, ecc.
A Dio tutti dobbiamo rendere conto dell’amministrazione di questi beni.
L’amministratore della parabola, pensando che, una volta esonerato dal- l’amministrazione, si sarebbe trovato in difficoltà, non sapendo fare altro per guadagnarsi la vita, si fa degli amici, in maniera iniqua, con la ricchezza del padrone e, riducendo ciò che essi devono al suo padrone, spera un domani di essere accolto e aiutato da loro. Gesù, concludendo la parabola, dice che il padrone lodò la scaltrezza di quell’ amministratore disonesto e che i figli di questo mondo, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce. Infine esorta gli ascoltatori a farsi degli amici con la ricchezza disonesta aiutando gli altri, come ha fatto quell’ amministratore, perché quando i beni amministrati verranno meno, si possa essere accolti nelle dimore eterne da coloro che sono stati aiutati nella nostra esistenza. Concludendo così Gesù il suo insegnamento dice: « Chi è fedele in cose da poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra ».
Anche i discepoli del Signore devono essere scaltri quindi, non con la disonestà, ma cercando di farsi degli amici distribuendo le ricchezze e ponendo i beni che siamo chiamati ad amministrare al servizio dei fratelli: essi allora intercederanno per loro presso Dio, quando chiamati in giudizio, testimonieranno della carità vissuta nel loro confronti. Amministrare bene i doni del Signore significa ricevere un giorno i beni veri ed eterni.
IN QUESTA DOMENICA LA CHIESA ITALIANA CELEBRA LA GIORNATA DI SENSIBILIZZAZIONE PER IL SOSTENTAMENTO DEL CLERO MEDIANTE LE OFFERTE DEDUCIBILI NELLA DENUNZIA DEI REDDITI.
PER MAGGIORI INFORMAZIONI SUL SIGNIFICATO DI QUESTA GIORNATA È POSSIBILE TROVARE NEL SITO DEL SOVVENIRE DI QUESTA PAGINA ALTRI CHIARIMENTI.
Ultimo aggiornamento (Sabato 20 Settembre 2025 09:01)
TI ADORIAMO, O CRISTO, E TI BENEDICIAMO, PERCHÉ CON LA CROCE HAI REDENTO IL MONDO
14 SETTEMBRE – XXIV – DOMENICA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE.
TI ADORIAMO, O CRISTO, E TI BENEDICIAMO, PERCHÉ CON LA CROCE HAI REDENTO IL MONDO
Oggi, in questa Domenica. La liturgia ci fa celebrare l’Esaltazione della Santa Croce del Signore Gesù. Nella preghiera iniziale ci rivolgiamo a Dio di-cendo: « O Padre, che hai voluto salvare gli uomini con la croce del tuo Figlio unigenito, concedi a noi, che abbiamo conosciuto in terra il suo mistero, di ottenere in cielo i frutti della sua redenzione. Egli vive e regna con te…»
Contemplando la croce del Signore, con cui Dio ha voluto esprimere la sua onnipotenza salvifica per mezzo del suo Figlio, il quale ci ha manifestato visibilmente l’amore del Padre celeste, siamo chiamati, essendo stati rigenerati nel Battesimo dal sangue versato sulla croce, a farci attrarre da Gesù che ha detto: « Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me ». Questo invito è rivolto ad ogni uomo che voglia accogliere Cristo come redentore universale del mondo. La croce del Signore Gesù, più che strumento di morte e supplizio, di vergogna o stoltezza, e segno di gloria e di vita, poiché per mezzo di essa Cristo ha vinto per noi la morte.
Nm. 21,4-9
Nel deserto in cui, il popolo che Dio aveva condotto dopo la liberazione dall’Egitto, si era ribellato a Dio e a Mosè, dicendo che avrebbe preferito morire in Egitto, dove aveva cibo e acqua, è messo alla prove con dei serpenti che mordevano gli israeliti, procurando la morte. A Mosè, a cui il popolo si rivolge, riconoscendo di aver peccato contro Dio ribellandosi, Dio ordina a Mosè di preparare un serpente di bronzo su un’asta, perché chiunque fosse morso, guardandolo sarebbe rimasto in vita.
In questa vicenda vissuta dal popolo di Dio, i cristiani vedono un’anticipazione di quello che avviene tra gli uomini, che vivendo in mezzo a tribolazioni varie, sono morsi da vari mali che li affliggono. Dio, allora, volendo liberare gli uomini da tante schiavitù, ha voluto salvarli per mezzo di Colui che ha fatto innalzare sulla croce, perché, come il buon ladrone, guadandolo, siano guariti spiritualmente, per potere giungere alla terra promessa, che è quel regno assicurato al ladrone pentito.
Fil 2, 6-11
Paolo, da persecutore dei discepoli di Cristo, sulla via di Damasco, si è lasciato “attrarre “ da lui e cadendo da cavallo ha fatto cadere tutte le convinzioni passate del giudaismo che ritiene come spazzatura, divenendo un “vaso di elezione”. Innamorato di Cristo professa la sua fede in lui scrivendo ai Filippesi: « Gesù Cristo, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce », considerandolo il fondamento della propria salvezza e liberazione. Seguire Cristo era per lui tutto, per cui ogni fatica o prova, persecuzione e oltraggi, lapidazione battiture, naufragi e pericoli vari, tutto egli sopporta per compiere nella sua carne quello che manca alla passione di Cristo a beneficio della Chiesa. La croce però non è fine a se stessa, perché con la risurrezione è dal Padre esaltato e riceve un nome davanti al quale ogni ginocchio si pieghi e ogni lingua proclami che « Gesù Cristo è Signore ».
La croce che sant’Elena ricercò è il segno della redenzione universale degli uomini:
Gv 3,13-17
Gesù, parlando con Nicodemo, riporta l’episodio del serpente di bronzo che Mose elevò, per ordine di Dio, perché coloro che lo guardavano venivano salvati dai morsi dei serpenti velenosi e conclude dicendo che quando egli, il Figlio dell’uomo, sarebbe stato innalzato da terra, colui che avrebbe creduto in lui avrebbe avuto la vita eterna.
Gesù crocifisso così diventa per gli uomini il segno del grande amore del Padre che lo ha mandato nel mondo non per condannare ma per salvare il mondo per mezzo di lui.
SEGUIRE CRISTO COMPORTA UNA SCELTA RADICALE.
7 SETTEMBRE – XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
SEGUIRE CRISTO COMPORTA UNA SCELTA RADICALE.
Nella celebrazione della Messa ci accostiamo a due mense: « quella della Parola di Dio » e « quella del pane della vita ». Entrambi questi doni sono lui stesso. E’ Cristo la Parola, la sapienza che è diffusa nella Scritture e soprattutto nel Vangelo, che ci guida e illumina nella vita quotidiana con il suo insegnamento, per una continua ricerca della volontà di Dio Padre, così come è il Pane della vita, datoci in cibo. In segno di riconoscenza a Dio per questi doni, noi celebriamo nella Messa il nostro ringraziamento e la nostra lode con la preghiera. Come figli lodiamo, adoriamo ed esprimiamo la pietà dei « figli adottivi, resi partecipi della vita divina, destinati alla vita eterna ed eredi del regno di Dio, pur nella nostra povertà e piccolezza ». Tutto questo lo condividiamo con i fratelli, con cui siamo uniti dalla stessa sorte, secondo quanto ci ha insegnato Gesù con il comandamento dell’amore fraterno, che compendia tutta la legge e i profeti.
Nella Colletta iniziale preghiamo dicendo: « O Dio, che ti fai conoscere da coloro che ti cercano con cuore sincero, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo diventare veri discepoli di Cristo tuo Figlio, vivendo ogni giorno il Vangelo della Croce. Egli è Dio, e vive e regna con te...».
Prima Lettura: Sap 9,13-18.
Nessuno, ci dice il Libro della Sapienza, può conoscere il pensiero di Dio, né cosa Egli vuole. Timidi sono i ragionamenti dell’uomo e incerte le sue riflessioni, perché il suo corpo corruttibile e d’argilla appesantisce l’anima e rende la mente piena di preoccupazioni. Chi può conoscere le cose celesti se a stento immaginiamo le terrene e fatica conosciamo quelle a portata di mano?. E’ per la sapienza data da Dio all’uomo e avergli inviato dall’alto il suo santo spirito che l’uomo può conoscere il suo volere. Per questo sono stati raddrizzati i sentieri di chi cammina sulla terra: gli uomini sono stati istruiti su ciò che è gradito al Signore e vengono salvati per mezzo della sapienza.
Seguire la sapienza di Dio, posta da lui nell’uomo, può farlo giungere alla salvezza. La sapienza è un dono di Dio e frutto dello Spirito Santo. Da solo, allora, l’uomo, con le sue sole forze, fa fatica a raggiungere la salvezza, perché nella sua fragilità non ne è facilmente capace. La venuta del suo Figlio, Sapienza eterna, ha portato agli uomini, nella pienezza dei tempi, la parola e la strada sicura per giungere alla salvezza.
Seconda Lettura: Flm 9,10.12-17.
Paolo, scrive a Filémone, che ha messo a disposizione dell’apostolo in catene lo schiavo Onèsimo, e lo esorta ed invita a trattarlo bene, perché l’apostolo lo ha generato per il battesimo come figlio ed è divenuto a lui caro. Pur desiderando tenerlo ancora con sé per assisterlo, rimandandolo a Filemone perché rimanga per sempre con lui, gli scrive: « Non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario». Ancora: lo esorta ad averlo non più come schiavo, ma come fratello carissimo: « in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore ». E se considera Paolo amico, accolga Onèsimo come se accogliesse lui.Discrezione e tenerezza caratterizzano le parole di Paolo nel ringraziare Filemone per aver messo a sua disposizione Onèsimo e nell’invitarlo a considerare questi, divenuto ormai cristiano da lui generato per il battesimo, come fratello nel Signore. La fede e la grazia, che ci rigenerano come figli di Dio, in Cristo Gesù, sono a fondamento della libertà e della fraternità cristiane, di cui sono insigniti i cristiani, che quindi agiscono conla libertà, la spontaneità e la validità derivanti dall’amore e non dalla costrizione.
Vangelo: 14,25-33.
Gesù, alla folla numerosa che lo segue, dice: « Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo » e prosegue ancora: « Colui che non porta la propria croce e non viene dopo a me, non può essere mio discepolo ». Parole forti e impegnative quelle del Signore, che non vogliono dire che non si debbano amare coloro che sono vicini a noi negli affetti, ma che questi affetti non devono precedere l’amore per lui e il seguirlo da discepoli. Attraverso due brevi parabole, della torre da costruire o del re che deve andare in guerra contro un altro re, Gesù insegna che bisogna ponderare le possibilità che ognuno ha, prima di intraprendere un’impresa, se può portarla compimento, per evitare di restare a metà dell’opera e di essere deriso, o di mandare un’ambasceria al nemico per chiedere la pace, se le sue forze militari sono inferiori e non rischiare la sconfitta. E conclude: « Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi avere, non può essere mio discepolo ». Per seguire il Signore sono necessarie determinazione, coerenza, ponderatezza e, in aggiunta, si richiede distacco da tutto, avendo solo Cristo come l’assoluto, a cui non anteporre nessun altro. Ogni altro legame, che non può essere trascurato, deve essere vissuto in lui. Seguire Cristo significa condividere il suo stesso destino, morto sulla croce: seguirlo portando ognuno dietro a lui la propria croce, che non manca a nessuno e, partecipando alle sue sofferenze, completare ognuno, nel proprio corpo, ciò che manca ai suoi patimenti a favore della Chiesa, come scrive Paolo. Alimentare il coraggio e seguirlo con la pazienza dei figli di Dio possiamo farlo vivendo il sacramento della Croce, l’Eucaristia.
SEGUIRE CRISTO COMPORTA UNA SCELTA RADICALE.
7 SETTEMBRE – XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
SEGUIRE CRISTO COMPORTA UNA SCELTA RADICALE.
Nella celebrazione della Messa ci accostiamo a due mense: « quella della Parola di Dio » e « quella del pane della vita ». Entrambi questi doni sono lui stesso. E’ Cristo la Parola, la sapienza che è diffusa nella Scritture e soprattutto nel Vangelo, che ci guida e illumina nella vita quotidiana con il suo insegnamento, per una continua ricerca della volontà di Dio Padre, così come è il Pane della vita, datoci in cibo. In segno di riconoscenza a Dio per questi doni, noi celebriamo nella Messa il nostro ringraziamento e la nostra lode con la preghiera. Come figli lodiamo, adoriamo ed esprimiamo la pietà dei « figli adottivi, resi partecipi della vita divina, destinati alla vita eterna ed eredi del regno di Dio, pur nella nostra povertà e piccolezza ». Tutto questo lo condividiamo con i fratelli, con cui siamo uniti dalla stessa sorte, secondo quanto ci ha insegnato Gesù con il comandamento dell’amore fraterno, che compendia tutta la legge e i profeti.
Nella Colletta iniziale preghiamo dicendo: « O Dio, che ti fai conoscere da coloro che ti cercano con cuore sincero, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo diventare veri discepoli di Cristo tuo Figlio, vivendo ogni giorno il Vangelo della Croce. Egli è Dio, e vive e regna con te...».
Prima Lettura: Sap 9,13-18.
Nessuno, ci dice il Libro della Sapienza, può conoscere il pensiero di Dio, né cosa Egli vuole. Timidi sono i ragionamenti dell’uomo e incerte le sue riflessioni, perché il suo corpo corruttibile e d’argilla appesantisce l’anima e rende la mente piena di preoccupazioni. Chi può conoscere le cose celesti se a stento immaginiamo le terrene e fatica conosciamo quelle a portata di mano?. E’ per la sapienza data da Dio all’uomo e avergli inviato dall’alto il suo santo spirito che l’uomo può conoscere il suo volere. Per questo sono stati raddrizzati i sentieri di chi cammina sulla terra: gli uomini sono stati istruiti su ciò che è gradito al Signore e vengono salvati per mezzo della sapienza.
Seguire la sapienza di Dio, posta da lui nell’uomo, può farlo giungere alla salvezza. La sapienza è un dono di Dio e frutto dello Spirito Santo. Da solo, allora, l’uomo, con le sue sole forze, fa fatica a raggiungere la salvezza, perché nella sua fragilità non ne è facilmente capace. La venuta del suo Figlio, Sapienza eterna, ha portato agli uomini, nella pienezza dei tempi, la parola e la strada sicura per giungere alla salvezza.
Seconda Lettura: Flm 9,10.12-17.
Paolo, scrive a Filémone, che ha messo a disposizione dell’apostolo in catene lo schiavo Onèsimo, e lo esorta ed invita a trattarlo bene, perché l’apostolo lo ha generato per il battesimo come figlio ed è divenuto a lui caro. Pur desiderando tenerlo ancora con sé per assisterlo, rimandandolo a Filemone perché rimanga per sempre con lui, gli scrive: « Non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario». Ancora: lo esorta ad averlo non più come schiavo, ma come fratello carissimo: « in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore ». E se considera Paolo amico, accolga Onèsimo come se accogliesse lui.Discrezione e tenerezza caratterizzano le parole di Paolo nel ringraziare Filemone per aver messo a sua disposizione Onèsimo e nell’invitarlo a considerare questi, divenuto ormai cristiano da lui generato per il battesimo, come fratello nel Signore. La fede e la grazia, che ci rigenerano come figli di Dio, in Cristo Gesù, sono a fondamento della libertà e della fraternità cristiane, di cui sono insigniti i cristiani, che quindi agiscono conla libertà, la spontaneità e la validità derivanti dall’amore e non dalla costrizione.
Vangelo: 14,25-33.
Gesù, alla folla numerosa che lo segue, dice: « Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo » e prosegue ancora: « Colui che non porta la propria croce e non viene dopo a me, non può essere mio discepolo ». Parole forti e impegnative quelle del Signore, che non vogliono dire che non si debbano amare coloro che sono vicini a noi negli affetti, ma che questi affetti non devono precedere l’amore per lui e il seguirlo da discepoli. Attraverso due brevi parabole, della torre da costruire o del re che deve andare in guerra contro un altro re, Gesù insegna che bisogna ponderare le possibilità che ognuno ha, prima di intraprendere un’impresa, se può portarla compimento, per evitare di restare a metà dell’opera e di essere deriso, o di mandare un’ambasceria al nemico per chiedere la pace, se le sue forze militari sono inferiori e non rischiare la sconfitta. E conclude: « Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi avere, non può essere mio discepolo ». Per seguire il Signore sono necessarie determinazione, coerenza, ponderatezza e, in aggiunta, si richiede distacco da tutto, avendo solo Cristo come l’assoluto, a cui non anteporre nessun altro. Ogni altro legame, che non può essere trascurato, deve essere vissuto in lui. Seguire Cristo significa condividere il suo stesso destino, morto sulla croce: seguirlo portando ognuno dietro a lui la propria croce, che non manca a nessuno e, partecipando alle sue sofferenze, completare ognuno, nel proprio corpo, ciò che manca ai suoi patimenti a favore della Chiesa, come scrive Paolo. Alimentare il coraggio e seguirlo con la pazienza dei figli di Dio possiamo farlo vivendo il sacramento della Croce, l’Eucaristia.





