





Maria assunta in cielo: segno di consolazione e speranza.
15 AGOSTO – ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA AL CIELO.
La celebrazione dell’Assunzione al cielo di Maria nella Chiesa occidentale o della Dormizione della Vergine nella Chiesa orientale, ricorda ai cristiani la stessa verità di fede riguardante la Beata Vergine Maria, che da Pio XII venne solennemente proclamata con il Dogma della Assunzione al Cielo di Maria nel 1950.
Maria, per la sua umiltà, per la sua conformità a Gesù sulla terra, per la sua obbedienza a Dio, come il Figlio, per singolare privilegio, è resa partecipe già in cielo, come primizia e immagine della Chiesa, in tutto il suo essere, della stessa gloria del Signore risorto. Così l’essere per lei come membro eletto della Chiesa nella gloria, non la allontana da noi, ma la inserisce in maniera più intima nella comunità dei credenti.
La Chiesa, celebrandola, guarda a lei, dopo Gesù, come a modello al quale tendere con la fede, la speranza e la carità e la invoca perché, per sua intercessione, possa ottenere di partecipare anch’ essa della pienezza della redenzione in cielo. Il popolo cristiano, « pellegrino sulla terra », in Maria, assunta in cielo, guarda a lei come « segno di consolazione e di sicura speranza ».
Prima Lettura: Ap11,19-12,6-10.
Il libro dell’Apocalisse, nella lettura di oggi, ci fa contemplare, da una parte, l’immagine dell’Arca nel santuario del cielo e la Donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e in capo una corona di dodici stelle, che sta per dare alla luce un figlio e, dall’altra, quella dell’ « enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna … che con la coda trascina le stelle e le precipita sulla terra » e vuole farci riflettere sulla lotta che ingaggia lo spirito del male, Satana, con la Chiesa a cui si riferisce l’immagine della donna descritta nella lettura, e di cui Maria, come tipo e modello esemplare, fa parte.
Seconda Lettura: 1 Cor 15,20-27.
Cristo risorto è la primizia di coloro che risorgono dai morti. In lui, per coloro che gli appartengono, perché hanno creduto in lui e hanno ricevuto il dono della vita divina, è preannunziato ciò che avverrà ad essi nella risurrezione dei morti. In Maria, madre di Cristo, « immagine e modello della Chiesa », Dio « ha rivelato il mistero di salvezza » perché sia per il popolo cristiano « segno di consolazione e di sicura speranza », recita il Prefazio di oggi.
Vangelo: Lc 1,39-56.
Maria, piena di grazia, per la sua fede, scelta da Dio per diventare la Madre del Figlio dell’Altissimo, ha collaborato in piena disponibilità e libertà al piano di salvezza dell’uomo, ed esente, per singolare privilegio, dal peccato originale, non ha subito quella conseguenza di cui tutti gli uomini hanno esperienza, cioè la morte.
Ancora. Come Maria che si proclama l’umile e povera serva del Signore nel suo incontro con Elisabetta ed eleva a Lui la preghiera di lode del Magnificat riconoscendo le opere e le meraviglie compiute per gli uomini e, con tutta la sua persona, ha seguito e cooperato fin sotto la croce all’opera della redenzione di Gesù, suo Figlio, il quale morendo e risorgendo ha vinto la morte e vive nella gloria del Padre, così, ora, Lei partecipa della pienezza di gloria del Figlio, in quanto, fin dal momento finale della sua esistenza terrena, Dio non ha « voluto che subisse la corruzione del sepolcro, Colei che ha generato l’autore della vita ».
La solennità di oggi, in cui contempliamo il mistero della salvezza degli uomini operata da Dio per mezzo del suo Figlio e realizzata pienamente in Maria, assunta nella gloria del cielo, siamo chiamati a rinnovare la nostra fede e la nostra speranza nella risurrezione, che è il rovesciamento della morte, causata dal peccato originale, alla vita rinnovata, oggi, come figli di Dio e domani, quando con tutta la creazione, che attende come una donna nelle doglie del parto, saremo trasformati, per il volere e la potenza di Dio, nella sua gloria.
ORARI DELLE SANTE MESSE NEL MESE DI AGOSTO
15 AGOSTO: Solennità di MARIA ASSUNTA IN CIELO
Ore : 08.15 – 10.30 – 19.00
16 AGOSTO: SANTA MESSA alle ore 19.00
17 AGOSTO: SANTE MESSE:
Ore: 0815 - 10.30 - 19.00.
18 AGOSTO: Festa di SANT’ELENA
Ore : 18.30 Celebrazione della SANTA MESSA presso la Grotta di Sant’Elena, vicino alla ROTONDA nel quartiere Sant’Elena.
24 AGOSTO: DOMENICA: Saranno celebrate solo due Sante Messe:
Ore : 08.00 - 19.00
31 AGOSTO: DOMENICA: Saranno celebrate solo due Sante Messe:
Ore : 08.00 - 19.00
Non sarà celebrata la Messa vespertina Nei periodi
- Dal 21 al 23 Agosto,
- Dal 25 al 30 Agosto.
- Dal 1 al 2 Settembre.
5 SETTEMBRE: Celebrazione in onore di SANTA LIBERATA: Santa Messa alle ore 19.00 presso la Fam. Consentino.
Signore, Salvaci !
10 AGOSTO-XIX DOMENICA del TEMPO ORDINARIO
Soprattutto la domenica, in cui Dio Padre ci raduna insieme come famiglia dei credenti e di figli adottivi, possiamo con il Figlio Gesù sperimentare la sua paternità e, nella fede, ricevere la grazia di sentire la sua azione nella nostra vita e in quella degli uomini tutti, così da poter superare le prove di ogni giorno: egli è sempre presente nella vita delle sue creature e dei suoi figli.
Affrontare con la serenità dei figli di Dio, ad imitazione di Gesù, le prove quotidiane, vuol dire vivere le difficoltà, i travagli della vita e, anche la sofferenza, con la fiducia e la certezza che il Signore ci è vicino. Egli accompagna ogni sua creatura, tutti i suoi figli, la sua Chiesa in mezzo ai marosi nel mondo, finché non giungiamo alla contemplazione della luce del volto di Dio nel cielo. Nel giorno del Signore, vivere il nostro incontro con lui accresce il desiderio del cielo, pregustando fin d’ora la gioia che ci sarà data in pienezza nell’ eternità.
Prima Lettura: 1 Re 19,9.11-13.
Nel lungo cammino nel deserto, fortificato dal cibo che Dio gli provvede, Elia giunge sul monte Oreb dove incontra Dio, non nell’ esperienza eclatante del vento impetuoso e gagliardo, non nel terremoto o nel fuoco, come lo fu per Mosè, ma in una brezza leggera e, al suo passaggio, si copre il volto con il mantello. Così Elia riceve la conferma della missione a cui Dio lo manda.. E,’ quella di Elia, un’esperienza misteriosa di intimità e di quiete. Certo Elia sta « alla presenza del Signore » ma non può vederlo coprendosi il volto. Solo con la rivelazione che il Figlio fa del Padre è possibile vedere il volto di Dio, perché, dice Gesù, chi vede lui vede il Padre.
Seconda Lettura: Rm 9,1-5.
Paolo avverte nell’ animo un’angosciosa sofferenza, tanto da voler essere, se potesse, anatema, cioè staccato da Cristo, che egli pur ama intensamente, a vantaggio dei suoi fratelli israeliti a lui consanguinei, i quali non hanno accolto il Messia, il Cristo, israelita anch'egli secondo la generazione umana, venuto per realizzare le promesse divine. E’ un mistero di cui l’apostolo non sa darne una spiegazione. Egli si affida a Dio, certo che verso tutti e sopra tutti si manifesta la misericordia divina.
Ci è di insegnamento sia questo consegnarsi all’ insondabile disegno di Dio, sia questa passione per la conversione dei fratelli israeliti.
Vangelo: Mt 14,22-33.
Dopo la moltiplicazione dei pani, per cui la folla ammirò la straordinaria potenza di Gesù, egli costringe i discepoli a precederlo sull’ altra riva del lago e « sapendo che venivano per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo, a pregare ». Nel Vangelo di Matteo la moltiplicazione dei pani era stata un segno della sua messianicità, anche se fraintesa da parte dei discepoli e da quelli che avevano assistito all' evento , volendolo fare re. Così congeda la folla e li costringe a partire, affinché non cedessero alla tentazione della gloria.
Nella sua pedagogia Gesù vuole insegnare ai suoi discepoli che non ci si deve appropriare dei segni della benevolenza di Dio, né di chi ha sperimentato un evento o un dono di grazia di Dio, per ottenere, a proprio beneficio o interesse, il consenso o soddisfare la propria sete di dominio sugli altri.
Ancora. Nella preghiera solitaria e a contatto con il Padre celeste, Gesù vuole vincere la tentazione di rivelarsi nella sua identità di Messia e di Figlio di Dio, perché vuole ancora una volta insegnarci che il bene, che i suoi discepoli fanno, deve portare gli uomini a dare gloria al Padre celeste e a porre Dio al centro della propria testimonianza e non alla ricerca di gloria o di successi propri: tentazione sempre presente nella vita di ognuno e della sua Chiesa, a cui difficilmente si sfugge, se si perde il vero senso del rapporto con Dio che, nella preghiera e nel rapporto intimo con lui, ci fa riscoprire la nostra identità di figli nella sua giusta luce.
Essere saliti sulla barca di Cristo, la sua Chiesa, e trovarsi in mezzo al lago della storia, agitato da forte vento e da onde paurose, è certamente anche un altro momento che ci può cogliere come discepoli di Gesù e di credenti in lui, lungo la nostra vita e nella vita della Chiesa. Se allora Gesù è assente, come lo era nella barca, nell’ episodio del vangelo di oggi, la comunità del Signore è incapace di compiere serenamente la traversata verso l’altra riva e si è presi facilmente dalla paura degli eventi più o meno sconvolgenti che agitano la nostra e la vita della Chiesa e del mondo. Solo se si crede alla reale presenza di Gesù in mezzo alla vita degli uomini e della sua Chiesa, e non lo si crede un fantasma, e se ascoltiamo la sua parola: « Coraggio, sono io, non abbiate paura! », con cui manifesta la sua identità divina, allora la sua presenza ci dà coraggio e serenità.
E anche quando come Pietro, rassicurati dalla sua presenza e dal calmarsi dei travagli e delle vicende tormentate della nostra esistenza, gli chiediamo di camminare verso di lui, chiamandoci a svolgere una missione, non dobbiamo perdere la nostra fede in lui e non aver paura, perché rischiamo di affondare.
In quel momento, solo rivolgendoci a lui e non pensando alle difficoltà e ai travagli in cui versiamo, gridando come Pietro: « Signore, salvami! », potremo aggrapparci alla mano che Gesù ci tende e trovare salvezza nella rinnovata fiducia in Lui..
Con la presenza di Gesù tra noi, ogni tempesta si placa, ogni dissidio si risolve, ogni difficoltà si supera, ogni turbamento si rasserena e, facendo esperienza della sua presenza anche a noi ci viene spontaneo rinnovare la stessa professione di fede degli apostoli: « Davvero tu sei il Figlio di Dio ». Dall’ accogliere nella fede questa identità di Gesù ci viene la nostra serenità e la forza per vincere ogni forma di timore che può sorprenderci nella “traversata della vita nostra, della Chiesa e dell'umanità tutta”.
Ultimo aggiornamento (Sabato 09 Agosto 2014 20:23)
Gesù viene a saziare il nostro desiderio di Dio.
XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
Gesù soddisfa il nostro desiderio di Dio.
Le realtà terrene, di cui l’uomo ha bisogno, come il cibo, la casa, il vestito, sono certo necessarie, ma anche l’amore, la speranza, la gioia, sono realtà che desideriamo e perseguiamo con tenacia. Che tipo di fame noi abbiamo? Chi è benestante non esaurisce spesso nel cibo, nei beni terreni, nel denaro, nel sesso, nell’apparire il suo orizzonte esistenziale?
Dio solo, vuol dirci Gesù moltiplicando i pani, appaga la fame dell’uomo; non solo la fame di cibo, ma anche quella spirituale attraverso la sua parola, le realtà divine, poiché “ Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, e ci insegna così che non possiamo limitarci al solo orizzonte terreno.
Davanti alle diverse forme di fame che l’uomo sperimenta e che Dio può soddisfare, la Chiesa ci ricorda che, non possiamo deresponsabilizzarci di fronte ai bisogni dell’umanità, standocene con le mani in mano, aspettando tutto da Dio, perché la sua provvidenza giunge all’uomo attraverso la giustizia, la uguaglianza e la solidarietà economica tra i popoli e, in supplenza, attraverso la carità, come dice Gesù ai discepoli: « Voi stessi date loro da mangiare ». Davanti alla nostra indigenza, come a quella sperimentata dagli apostoli, segno dell’incapacità umana di soddisfare le necessità dell’umanità, Gesù che moltiplica i pani, come il nuovo Mosè che guida il popolo e lo sazia in « un luogo deserto », dice: « Portatemi qui i pani che avete »: così la nostra povertà è resa sovrabbondante dalla potenza di Dio.
Prima Lettura: Is 55,1-3.
Il banchetto dell’era messianica.
Come la provvidenza di Dio, nei quarantanni del deserto, venne incontro al popolo ebraico, così il profeta Isaia ai deportati di Babilonia, preannunzia le promesse di Dio, che sfamerà gratuitamente il suo popolo: « O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? » (Is 55,1-2).
Un’acqua che disseta e un cibo gratuito e buono è ciò che Dio promette al popolo degli esiliati : meglio, a quelli che tornano a lui con la conversione e con l’ascolto della sua parola. L’alleanza vera, nonostante le apparenze, non è distrutta. Anzi Dio ne promette una eterna.
Il profeta, quindi, non si riferisce solo al cibo materiale, ma anche alle realtà spirituali della dignità, della speranza di libertà di cui quello è simbolo, che Dio realizzerà rinnovando l’alleanza fondata, non sui meriti o la fedeltà del popolo, ma sul suo amore: « Io stabilirò per voi un’alleanza eterna »(Is 55,3).
Dietro il linguaggio immaginoso sta la realtà della grazia che viene elargita quando l’alleanza è stabilita da Dio nel suo stesso Figlio che, nel suo ministero, pone la sua opera a sfamare nel deserto la folla in maniera gratuita e sovrabbondante, nel suo Sangue pone una inscindibile comunione con il Signore e imbandisce il banchetto dell’Eucaristia, dov’è distribuita la vera sapienza ed elargito il dono dello Spirito, la vera acqua che disseta per sempre e che sgorga dal cuore di Gesù.
Seconda Lettura: Rm 8,35.37-39.
Il legame, che unisce il cristiano a Gesù Cristo è talmente forte, che non c’è condizione, pur difficile o disagevole che sia, che valga a scioglierlo.
Gesù è il segno assoluto dell’amore di Dio per gli uomini. E’ un amore forte quello di Dio, datoci nel suo Figlio, per cui Paolo ci ricorda che nessuno « Potrà separarci dall’amore di Cristo »,
C’è poi la forza di « colui che ci ha amati ». Questo amore divino resiste davanti a qualsiasi aggressione, davanti al tentativo di qualsiasi creatura e in tutte le difficoltà « noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati … né morte né vita … né presente né avvenire … né alcun altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù » ( Rm 8,39).
Si tratta di credere a questa carità, che ci precede e che ha trovato la sua manifestazione in Cristo.
Vangelo: Mt 14,13-21.
Gesù, dopo aver appreso della morte di Giovanni il Battista, si ritira nel deserto e la gente lo cerca, lo segue, lo trova, perché spera di poter essere soddisfatta nel bisogno di una guarigione, nei desideri e nelle varie attese, anche se non sempre tutte queste cose corrispondono a ciò che Gesù rivela di sé e di Dio. L’uomo, ma soprattutto il credente, deve valutare e vagliare se i propri desideri o le proprie attese corrispondono a ciò che Dio vuole da lui e, per il cristiano, se sono conformi alle istanze evangeliche.
Gesù, vedendo tutta quella folla che lo seguiva ormai da più giorni, « sentì compassione per loro », non resta indifferente, mette al servizio dell’umanità la sua potenza, guarendo i malati e moltiplicando i pani. Manifesta così la sollecitudine fattiva di Dio per l’uomo. Fin dall’inizio della sua attività, Gesù ha guarito malati, scacciato demoni, rivelando che la potenza di Dio è più forte del male, che pur manifestando dopo la tragedia del peccato originale, il suo dominio sull’uomo, Dio però non ha abbandonato l’uomo. Come attesta la storia biblica e la vita di Gesù, Dio non accetta, né permette, né sopporta il male che affligge l’uomo, così come dimostra tutta l’attività di Gesù e la sua stessa morte, che viene vinta dalla sua risurrezione.
Ma dietro al miracolo, già intravvediamo l’istituzione dell’Eucaristia, dove Gesù stesso è il Pane della vita per la Chiesa lungo il cammino, nel tempo del suo esodo. Il miracolo della moltiplicazione dei pani si rinnova, a livello ancora più sorprendente e portentoso, ogni volta che prendiamo parte alla mensa del Signore, specialmente nel giorno che commemora la Pasqua.
Non basta, però, offrire al Padre il sacrificio della croce, cioè Gesù, la vittima assolutamente gradita al Padre. Bisogna a nostra volta entrare realmente a far parte di quell’offerta. L’Eucaristia deve trasformare « in offerta perenne tutta la nostra vita ». E’ questo che devono manifestare i segni del sacrificio di Cristo, diventato nostro sacrificio. Ogni aspetto dell’esistenza deve portare le impronte della carità di Cristo, anche il lavoro e l’attività quotidiana, svolti con spirito di carità e fraternità verso « i poveri e i sofferenti » a imitazione di Cristo, e con impegno di dialogo e di servizio verso tutti gli uomini.
Scegliere il Signore è la vera sapienza
27 LUGLIO -XVII DOMENICA - TEMPO ORDINARIO
E’ una grazia immensa poter « partecipare al sacrificio eucaristico ». E infatti l’Eucaristia è «me- moriale perpetuo della passione del Figlio di Dio » in virtù dello Spirito, che trasforma le nostre offerte nel Corpo di Gesù, ci dà la possibilità di « condividere il pane vivo disceso dal cielo », alla mensa del Signore fratello e Salvatore. Lo stesso Spirito ci suggerisce la preghiera filiale al Padre.
Davanti a questi doni i beni terreni si trovano giustamente collocati: vanno usati saggiamente, ma senza che intralcino « la continua ricerca dei beni eterni ». Anzi non ci deve mancare la prontezza « ad ogni rinunzia » per l’acquisto del Regno di Dio, che è « il tesoro nascosto » e la « perla preziosa ».
Prima Lettura : 1 Re 3,5.7-12.
Salomone domanda al Signore la saggezza nel governare e il Signore la concede largamente al re. E’ una grazia che vale molto più della longevità, delle ricchezze e delle vittorie. Essa è necessaria ad ognuno di noi, per saper distinguere il bene dal male, per essere giusti e non lasciarsi prendere dalla passione, dalla vanità, dal tornaconto. Il dono della sapienza è anzi un dono dello Spirito Santo che è posseduto da ogni anima in grazia e che domanda un « cuore docile », attento, disposto a lasciarsi guidare. Anche la nostra vita ha bisogno di un saggio governo spirituale.
Seconda Lettura: Rm 8,28-30.
Siamo oggetto di un provvidenziale amore da parte del Padre. Non ci sono situazioni, per difficili e complicate che siano, che possano far fallire il piano d’amore di Dio su noi. Del resto basta considerare quanto Dio ha fatto per noi: siamo stati predestinati ad essere conformi al Figlio stesso di Dio, divenuto nostro fratello, e con tale destinazione siamo stati chiamati alla vita, abbiamo ricevuto la giustificazione, la redenzione; e adesso siamo avviati e attesi per la gloria. Questi sono i punti veri della nostra storia.
Da qui la speranza che Dio non ci abbandonerà mai, ma ci tiene cari e ci sorregge. E’ la ragione dell’ottimismo cristiano.
Vangelo: Mt 13,44-52.
Fare nella vita anche scelte radicali secondo la sapienza del Signore è essere evangelicamente saggi. Per chi intraprende questo cammino le cose che prima parevano importanti passano in secondo ordine e si diventa capaci anche di rinunziarvi, per acquistare realtà più preziose.
Il Vangelo di oggi ci propone un’istanza opposta a quella di un cupo cristianesimo. La fede cristiana è un’ esperienza da viversi con gioia benché sia un cammino ascetico. Certamente si esclude la gioia se si pone l’accento solo nell’ascesi, necessaria per la vita spirituale. Una visione cupa del cristianesimo, un’accentuazione della sofferenza e delle penitenze, un’esaltazione del dolore rendono la sequela di Cristo non conforme alla visione evangelica della vita cristiana.
Riformulare la concezione e le pratiche di vita ascetica e mistica, riscoprendo il perché di certe scelte, è come restaurare un’opera d’arte per recuperarla nella sua originaria bellezza e farla fruire agli appassionati. Così, accogliendo l’esortazione del Vangelo, il discepolo di Gesù « è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche »(Mt 13,52). In questo tesoro vi sono cose antiche, ma non per questo vecchie, inutilizzabili, come la preghiera, lo spirito di rinunzia, l’esigenza di accettare le sofferenze della vita con la rassegnazione evangelica, le esigenze della sequela del Signore, e cose nuove, come le esigenze , le domande e le scoperte dell’oggi che rinnovano e riattivano le cose antiche.
I personaggi delle parabole, l’agricoltore, il mercante che trovano oggetti di grande valore sono « pieni di gioia » e, di conseguenza, sono motivati a vendere tutto pur di acquistare il campo o comprare la perla preziosa. Così la gioia della scoperta di cose preziose e le conseguenti scelte nulla tolgono all’agire prudente del saggio: la gioia, allora, è compatibile con le difficoltà e le conseguenze che le scelte comportano: Se capissimo il valore del Regno di Dio, che è poi il valore di Gesù Cristo!
Di fronte a lui tutto diviene invalido e si deprezza. Tutto si vende; da tutto ci si distacca: si supera ogni difficoltà, pur di averlo: è il tesoro nascosto e la perla preziosa. I veri discepoli lasciano ogni cosa per lui: tutto è riferito a Lui. Ma questo – si noti – deve valere per ogni cristiano, che semplicemente abbia compreso il Vangelo.
Una concezione corretta e non patetica della gioia sa distinguere tra la serenità d’animo, pacificante, inalterabile, anche di fronte alle difficoltà, e l’esaltazione dell’euforia tanto vivace quanto effimera. La scelta del Regno è motivata da una gioia che è capace di reggere lo sforzo ascetico, vissuto non come fine a se stesso ma come predilezione per Gesù e per il Regno, che richiede discernimento, virtù spirituale volta all’azione, come fa Salomone nella preghiera al Signore, a cui chiede il discernimento per governare e amministrare la giustizia e assolvere meglio al proprio compito come servizio a Dio e al popolo.
Se scegliere di seguire Cristo e il Regno comporta un orientamento di fondo della propria esistenza, bisogna poi saper incarnare tale scelta con azioni concrete in cui ognuno si trova, per porsi sempre al servizio di Dio e dei fratelli.
Tra le difficoltà e il conflitto di interessi e il valore del Regno, i primi possono soffocare la scelta del secondo, così come accade con il giovane ricco, che mosso da un autentico desiderio di perfezione, davanti alla risposta radicale di Gesù, che comportava un prezzo non indifferente, il vendere i suoi beni e seguirlo, « se ne andò, triste » (Mt19,22).
Cristo è però anche il punto di confronto per il giudizio: alla fine della vita, al termine della storia, avverrà la grande divisione, il decisivo discernimento, la separazione del bene dal male, tra pesci buoni e cattivi, dopo che in questa vita avrà avuto luogo la confusione.
Dobbiamo vivere e fare le nostre scelte con questo punto di confronto finale, scelte che oggi facciamo rispetto a ciò che vogliamo essere, quasi anticipando ogni volta il giudizio che poi verrà dato sulle nostre azioni.
Il Signore è lento all'ira e grande nell'amore.
20 Luglio – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
Il Signore è lento all’ira e grande nella sua misericordia.
Quando andiamo a Messa noi presentiamo una modesta offerta: il pane, il vino, e talora anche un’espressione della nostra solidarietà ai bisogni della comunità cristiana. Ma più che dare, noi riceviamo dei doni dal Signore: « i tesori della grazia ». Il pane e il vino, sono consacrati nel Corpo e Sangue di Cristo che il Padre ci elargisce. E’ soprattutto questo sacrificio compiuto da Cristo per la nostra salvezza che noi offriamo al Padre. Non abbiamo meriti, ma abbiamo l’amore di Gesù in croce che si rinnova ogni volta che siamo « convocati per la Pasqua settimanale ».
Giustamente riconosciamo di essere « colmati della grazia dei santi misteri ». Solo che questa grazia deve diventare visibile: essa è come seme e lievito che cresce e trasforma ; è umiltà e mitezza; è accoglienza e servizio del prossimo, perché in esso è presente il Signore.
Prima Lettura: Sap 12,13.16-19.
Mentre tra gli uomini possiamo constatare la protervia del potere, unito alla violenza e al dominio, nei confronti degli altri uomini, Dio esercita la sua forza e potenza, in maniera diversa, con giustizia e pazienza, perché altrimenti chi potrebbe resistergli. Ma se Egli esercita, nei nostri confronti, la sua infinita pazienza e misericordia, perché ci attende nonostante i nostri fallimenti, applica anche per ognuno di noi la sua giustizia.
Il metodo, il modo di agire di Dio, quindi, sorprende per la sua pazienza, mitezza e misericordia verso tutti. Il potere divino non è arbitrio: « Ci governi con molta indulgenza ». Tale modo di agire di Dio deve essere tenuto presente da noi; ad esso si deve conformare il nostro comportamento. Talora vorremmo, infatti, un intervento più preciso nel reprimere il male, ma è proprio questa maniera di fare di Dio che infonde in noi un « buona speranza », e che ci assicura « dopo i peccati » la possibilità di pentirsi. Occorre molta pazienza e fiducia, che accompagna i nostri sentimenti e le nostre inquietudini. D’altra parte, non dimentichiamo che è anche detto che Dio « rigetta l’insolenza ».
Seconda Lettura: Rm 8,26-27.
Credessimo veramente che in noi abita lo Spirito Santo! La nostra certezza rimane spesso una convinzione molto astratta. Egli è realmente in noi: prega dentro di noi; ci suggerisce le intenzioni nella preghiera, ma a condizione di lasciarci guidare da lui, che ci conforma al disegno di Dio.
Vangelo: Mt 13,24-43.
La zizzania.
Se nella vita degli uomini una medesima realtà può essere vissuta in maniera diversa a seconda delle capacità di ognuno, ma anche per le finalità che poniamo nel nostro agire, nel pensare, sognare in grande e, di conseguenza, operare per partecipare ad un grande progetto non significa illudersi. Se i grandi orizzonti, anche un po’ visionari, danno un senso al nostro agire concreto, bisogna, però, mettere in conto le difficoltà che si incontreranno lungo il cammino: far fronte allo smarrimento che può essere causato dalla derisione della gente, affrontare il disincanto di coloro che non condividono il nostro orizzonte, l’assenza di risultati immediati, ecc. Si raggiungono le grandi mete imparando a superare le difficoltà, le deviazioni, le contraddizioni che si incontrano lungo il cammino: esse si raggiungono con fatica e un percorso accidentato può far facilmente scoraggiare.
Così, nei primordi dell’annunzio del Regno, molti pensarono che esso si sarebbe realizzato nell'’immediato, ma il passare delle generazioni e dei secoli hanno smorzato l’entusiasmo iniziale e ci è resi conto che lavorare per l’avvento del Regno di Dio non è facile, perché bisogna resistere nelle tentazione, tra le persecuzioni e gli scandali derivanti da comportamenti di infedeltà dei peccatori all’ interno della Chiesa stessa.
A parte il seme che cade lungo la strada ed è beccato, quello che cade in terreno sassoso e secca, tra il buon seme della sua Parola, seminato dal Signore nel suo campo, come nella parabola del Vangelo di oggi, spunta anche la zizzania. Non è stato certo solo nella Chiesa delle origini che si è faticato per non perdere la tensione verso il Regno, ma anche oggi i cristiani devono affrontare le varie resistenze che si oppongono alla realizzazione del Regno di Dio.
Ma tutto il tempo della storia è tempo di misericordia di Dio, perché gli uomini si convertano. La libertà, di cui Dio ha dotato l’uomo, può trascinarlo nelle sue quotidiane scelte di vita, a tradurre gli ideali di bene e le sue capacità, le sue ispirazioni, la sua Parola, seminate nel suo cuore, da buon grano in zizzania. Per ognuno la propria vita è tempo per imparare a discernere il bene e il male, non quello di giudicare il buono e il malvagio. La parabola ci insegna che questo è il tempo della misericordia, della pazienza e del non peccare di presunzione, volendo chiedere a Dio di affrettare il suo giudizio, per estirpare il male.
La parabola della zizzania ci invita ci invita, nel nostro oggi, a prendere posizione a favore del Regno di Dio, ad averlo nelle nostre scelte e nei nostri desideri con l’ampio orizzonte di Dio, trovando in esso il senso del nostro agire.
Le altre parabole, quella del granellino di senape e del lievito, se fanno risaltare la sproporzione tra la piccolezza del seme e la grandezza del realizzarsi finale del Regno di Dio, devono anche farcelo concepire non come un avvenimento clamoroso, invadente, che subito s’imponga. Il Vangelo cresce a poco a poco, con una forza interna, capace di permeare tutta la massa dell’umanità nelle varie epoche di vita degli uomini, qualora questi mostrassero la disponibilità ad accoglierlo nella propria vita. E’ perciò necessario che il seme muoia per poter crescere rigoglioso. Si deve credere, quindi, alla sua forza interna, simile – dice Gesù – a quella del granellino di senape, dagli inizi insignificanti: la croce di Cristo e la sua morte umana, realtà piccole e deboli, hanno espresso la potenza di Dio per l’inizio e l’incremento del Regno.
Il lievito solo sciogliendosi e confondendosi con la farina può farla fermentare, non certo il restare separati e distinti.
La piccolezza del seme e la commistione tra lievito e farina, realtà piccole, producono un effetto grandioso: frutto di una operatività che sfugge all’uomo, che dovrebbe saper vivere realizzando il bene anche in mezzo alle resistenze, alle contraddizioni, alle difficoltà e alle incompiutezze.
La tentazione di accelerare i tempi per il giudizio, che certo ci sarà, ma che è nel tempo e nelle mani di Dio e non nostri, significa non voler accettare l’interiorizzazione delle leggi del Regno, che sono la piccolezza, la commistione di puro e impuro.
Tre insegnamenti dalla pagina del Vangelo che leggiamo.
- Dio non interviene subito nella storia dell’uomo.
- E’ paziente. Aspetta. Ma alla fine il male sarà strappato ed eliminato.
- Non dobbiamo lasciarci sconvolgere dalla presenza del male nel mondo; dobbiamo sopportarlo ed avere fiducia insieme nella giustizia e nella misericordia del Signore. « I figli del Maligno », « quelli che commettono iniquità » non avranno riuscita. Occorre fare il bene con serenità e con la certezza che « i giusti splenderanno ».