





Triduo pasquale: GIOVEDI' SANTO.
17 APRILE - GIOVEDI’ SANTO
Nel Triduo pasquale, in cui celebriamo il mistero della morte e risurrezione, il primo grande incontro di questo evento del mistero pasquale è l’ultima Cena, l’istituzione dell’Eucaristia.
L’Eucaristia è il sacramento della passione e della morte di Gesù, che egli lascia ai discepoli prima di consegnarsi ai suoi carnefici, per rendere la sua presenza nel tempo della sua assenza. La celebrazione della Cena è un dono che ancora oggi accompagna la vita della Chiesa ed è un impegno di vita per coloro che si pongono alla sua sequela. Nel banchetto del pane e del vino i discepoli faranno memoria del Signore ed entreranno in comunione con il suo Corpo e con il suo Sangue.
Nell’Eucaristia Gesù rende presente e disponibile la sua carità, il suo consegnarsi per noi. In essa egli ha affidato « alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore ». Quello che egli fa è all’opposto di ciò che compie Giuda. Questi lo vende, come fosse una cosa; Gesù invece si offre, come « vittima di salvezza ». Restiamo stupefatti e partecipi di questa umiltà di Cristo, che ci purifica dalle colpe, che si mette ai nostri piedi, che continua a lavarci la coscienza, che ci insegna a prendere l’ultimo posto, che genera ala nostra fraternità. Soprattutto questa sera sentiamo di formare, « qui riuniti, un solo corpo », perché Cristo ci ha raccolti. « Via le lotte maligne, via le liti, e regni in mezzo a noi Cristo Dio ».
Prima Lettura: Es 12,1-8.11-14.
Nello sfondo della Pasqua ebraica, in cui Israele deve mangiare l’agnello e con il sangue, a protezione, tingere gli stupiti delle case, segno e memoriale del passaggio di Dio e della liberazione, si colloca la celebrazione dell’Ultima Cena di Gesù. Intuiamo immediatamente che si tratta di un simbolo dell’Agnello di Dio, Gesù, che, immolato, toglie i peccati del mondo e muore sulla croce come l’agnello pasquale vero, nel cui sangue siamo liberati dal peccato. Ogni volta che riceviamo l’Eucaristia rinnoviamo la Pasqua, la manducazione del vero agnello immolato sulla croce.
Seconda Lettura: 1 Cor 11,23-26.
La Chiesa di Corinto aveva perso il senso sell’Eucaristia. Paolo allora rintraccia l’immagine originale del banchetto cristiano. Esso è la Cena del Signore, risale all’iniziativa e all’invenzione di Cristo, che all’Ultima Cena nel segno del pane e del vino consegna il suo Corpo e il suo Sangue, cioè il sacrificio di se stesso. Non vi si può prendere parte in qualche modo, ma con il proposito di entrare in comunione viva con la passione e la morte di Gesù per risorgere con lui.
Vangelo: Gv 13,1-15.
Per l’evangelista Giovanni, nella celebrazione della « Festa di Pasqua », Gesù vuole celebrare una Pasqua diversa da quella ebraica « sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre », accogliendo liberamente la volontà del Padre e offrendo, nella sua passione e morte, la vita per amore degli uomini. Nel contesto della sua Passione, che ha per contraltare l’istituzione dell’Eucaristia, raccontata dai Sinottici a questo punto della vita di Gesù, è la chiave per comprendere il gesto che Giovanni, nel vangelo di oggi, racconta: l’umile gesto della lavanda dei piedi che Gesù fa ai discepoli. Egli « avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine »: e il segno di questo amore estremo, illimitato, è il dono che egli fa di se stesso. E’ la sua vita resa usufruibile per i suoi. La lavanda dei piedi è come il simbolo di questa donazione: Gesù è venuto per servire. L’amore non è vero se non serve. Gesù sa di essere « il Signore e il Maestro », ma non per questo eserciterà la potenza ma porterà al massimo l’amore.
C’è un richiamo all’interno del vangelo di Giovanni: sulla croce, morendo Gesù dice: « Tutto è compiuto ». Usa la stessa parola che, posta in questi due momenti dell’ultima Cena e della croce, dice la qualità dell’amore. Questo estremo amore si esprime con il gesto del deporre le vesti e cingersi il panno. Del gesto Gesù dice due cose: « Se non ti laverò i piedi non avrai parte »; e : « Vi ho dato un esempio, infatti, perché come ho fatto io, facciate anche voi ». Il gesto di Gesù ci interroga. L’estremo limite dell’amore dice povertà radicale, umiltà, servizio. Povertà ben espressa dall’Eucaristia. Dietro quella povera forma, la gloria del Risorto. Il sacramento più caro alla Chiesa, così estremamente debole.
Resistenze all’amore; amore divinizzante.
Il povero gesto di Gesù, così denso di significato, non è compreso neppure da Pietro. Un amore così radicale, che cerca la comunione muove subito delle resistenze. Pietro, come noi, è resistente alla radicalità di una tale gratuità. Vi possono essere diverse cause di resistenza. Per accettare un tale amore bisogna riconoscersi peccatori salvati, allontanando ogni presunzione di auto salvarsi. Bisogna abbandonarsi alla salvezza offerta gratuitamente da Dio che cerca la comunione con noi. Ecco che l’Eucaristia è sacramento della presenza di Cristo nella sua Chiesa e della comunione di chi crede in lui. Il gesto ancora ci convoca a fare come Gesù, ad autoconsegnarci ai nostri fratelli e al mondo. L’esempio di Gesù allora più che dare un imperativo morale vuole fare di noi, nel nostro amore radicale, altri Cristo. E’ un gesto allora divinizzante, perché dove « c’è carità e amore, qui c’è Dio ».
Questa sera – nel « memoriale », nel « rito perenne », di cui ci parla la prima lettura dell’Esodo, e che per noi è ormai l’Eucaristia – possiamo più intensamente misurare la carità che ci ha redento e che dobbiamo attestare.
Il rito della lavanda dei piedi è ricco di significato profetico: è la norma della vita interiore della Chiesa ( la carità), una testimonianza di fede. E’ rendere presente Dio, è la nostra beatitudine. Ci riporta al gesto umile di Gesù, che proclama il primato di chi serve il prossimo, non di chi lo domina. In questo gesto Gesù prefigura la sua passione, che è un servire e un dare la vita per la redenzione degli uomini. Gesù che lava i piedi ai discepoli richiama anche l’Eucaristia, dove prosegue il servizio di amore; richiama insieme la purezza di cuore per prendervi parte, e infine il sacramento del Battesimo, che lava e rende commensali di Cristo.
Ingresso trionfante di Gesù a Gerusalemme.
13 Aprile – DOMENICA DELLE PALME.
Con la domenica delle Palme – l’ingresso di Gesù in Gerusalemme – si apre la Settimana Santa, la principale di tutto l’anno liturgico.
Essa è la più ricca delle memorie dei misteri della redenzione: la passione, la morte, la sepoltura, la risurrezione del Signore. La comunità cristiana è chiamata a raccogliersi frequentemente:
- per l’ascolto della Parola di Dio, che rievoca, dalla Bibbia, i grandi momenti della nostra
salvezza;
- per la preghiera, risposta riconoscente e piena di lode ai gesti della misericordia divina;
- per la celebrazione dell’Eucaristia, che è il sacramento dove ritroviamo, nei segni del pane e
del vino, il Corpo di Gesù offerto per noi e il suo sangue effuso per la remissione dei peccati;
- per la solenne adorazione dellA croce del Venerdì Santo;
- per la solenne Veglia di Pasqua.
Gesù, condividendo la nostra fragilità umana, attraverso la sua umiliazione, il dolore, la sofferenza e la sua passione, ci ha insegnato a superare questi limiti, accogliendo la volontà salvifica di Dio nell’obbedienza della croce e confidando nella forza che viene da Lui e non nelle nostre forze.
Sono giorni di passione della Chiesa, che rivive in sé i dolori di Cristo; giorni di raccoglimento e di silenzio, nella meditazione del disegno sorprendente e stupendo del Figlio di Dio che ci ha amati fino a morire in croce; giorni di speranza, perché il Male è stato vinto definitivamente e alla morte si è sostituita la risurrezione; giorni, quindi, di serenità e di gioia, via via che scopriamo la forza della carità che ci ha riscattato e della vita nuova che esce dal sepolcro di Gesù, inizio e germe di vita risorta per tutti gli uomini.
In questa domenica delle Palme, che è come varcare una soglia, dal clima della quaresima a quello più intimo e solenne della Settimana Santa, ripercorriamo spiritualmente l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. per entrare poi nel Triduo pasquale, in sintonia col mistero della Morte e Risurrezione del Signore.
Riviviamo gli eventi della salvezza facendo esperienza della grazia ricevuta già una volta nel battesimo; riscopriamo il significato della passione del giusto innocente, per continuare a fare tesoro dei meriti salvifici di Cristo, evitando che il ripercorrere gli eventi della passione ci coinvolga solo superficialmente.
Quello celebrato in questa domenica è un evento glorioso per Cristo acclamato come il re d’Israele, che viene nel nome del Signore. Ma, insieme, questa gloria e regalità di Cristo è solo preannunciata: Egli deve prima passare attraverso la passione. Con questa domenica si apre la Settimana Santa in cui Gesù apparirà come il Servo umiliato fino alla morte, che « consegnandosi a un’ingiusta condanna, porta il peso dei nostri peccati » e nella sua morte lava le nostre colpe.
La processione osannante di oggi, con i suoi canti e la sua festosità, non deve farci dimenticare che alla risurrezione non arriveremo per via diversa da quella che passa per il Calvario.« Chie- diamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione ».
Gesù entra in Gerusalemme non con la prepotenza ma con l’umile mitezza. Viene accolto festosamente. Ma non illudiamoci troppo: dopo pochi giorni non mancherà chi lo vorrà crocifisso. Gesù va accolto nel cuore e imitato nel suo doloroso cammino. Soltanto così non lotradiremo mai.
Egli entra come un re nella città santa, e il suo dono è la pace. Noi ci affatichiamo invano di ottenerla se non dominiamo i nostri istinti di prepotenza, se non riconosciamo in Gesù, che cavalca umilmente un puledro, lo stesso Figlio di Dio, venuto a riconciliarci con il Padre e tra noi.
La Settimana Santa ha per scopo la venerazione della Passione di Gesu Cristo dal suo ingresso messianico in Gerusalemme.
Le ferie della Settimana Santa, dal lunedì al giovedì, hanno la precedenza su tutte le altre celebrazioni.
Il Giovedì della Settimana Santa, al mattino, il vescovo, celebrando la Messa col suo presbiterio, benedice gli oli santi e fa sacro il crisma.
I colori liturgici sono: rosso per la domenica delle Palme, viola per il lunedì, martedì, mercoledì, bianco per la Messa crismale.
Prima Lettura: Is 50,4-7.
Il Servo di Dio è l’esemplare della docilità, dell’ascolto della Parola e della volontà divina. Il suo è un destino misterioso: è oggetto di flagello, di sputo, di scherno e tuttavia non si ribella, non si disanima. Egli ha certezza di compiere un disegno, una missione di salvezza. Mentre leggiamo in questa domenica delle Palme il brano di Isaia, la mente corre subito a colui che non è venuto per essere servito, ma per essere servo e offrire la propria vita come prezzo di liberazione.
Seconda Lettura: Fil 2,6-11.
San Paolo scrivendo ai Filippesi ci esorta a contemplare il mistero di Cristo, dalla sua preesistenza eterna fino alla sua glorificazione.
Nella prima parte dell’inno contempliamo Gesù che, condividendo con il Padre dall’eternità la sua condizione divina, ha assunto la condizione umana di servo, divenendo simile a noi. Nel mistero dell’incarnazione la divinità riduce se stessa a vantaggio dell’umanità, perché « non ritenne un privilegio l’essere come Dio »: ecco lo spogliamento del Figlio di Dio, che nell’umiliazione e nell’obbedienza, con atteggiamento di fedeltà estrema al Padre, giunge all’abbassamento della croce, in un’obbedienza fino alla morte nella sua forma più ignominiosa.
Nella seconda parte dell’inno, dopo l’umiliazione, dopo l’obbedienza, viene cantata la risurrezione, la esaltazione del Servo suo Figlio: se la croce è il suo « sì » di amore al Padre e di consenso alla fraternità, la esaltazione è la fedeltà del Padre verso il Figlio.
Nella passione e morte del Figlio, che non sono fine a se stesse, e nella sua risurrezione abbiamo, strettamente uniti tra loro, i due grandi misteri di morte e di esaltazione del Cristo, di colui che oggi e sempre è il Signore di tutto e che ha aperto l’umanità alla speranza cristiana della gloria.
Consapevoli della volontà salvifica del Padre, ottenuta per la obbedienza del Figlio, possiamo bandire ogni forma di scoraggiamento e di sfiducia nei momenti difficili e della croce, perché il Cristo « pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono » ( Eb 5,8-9).
Le espressioni che in alcuni momenti si è soliti dire:« Ma posso avere il perdono di Dio ? Per me non c’è possibilità di perdono …» non devono indurci alla disperazione, perché Dio, anche se a volte crediamo di essere immeritevoli di perdono, nella sua misericordia lo offre per il suo grande amore e per avere mostrato la sua volontà salvifica riguardo all’uomo nella croce redentrice di Cristo e nella sua glorificazione, da dove intercede perennemente per noi tutti.
Vangelo: Mt 26,14-27,66.
Ascolteremo la narrazione della passione di Gesù dal Vangelo di Matteo: dall’istituzione dell’Eucaristia fino alla passione e sepoltura. Anche per Matteo la passione di Gesù è l’adempimento delle Scritture che annunziano la salvezza. Non si tratta del resoconto staccato, oggettivo, di una storia che si sta solo ad ascoltare. Dobbiamo risentire in noi questi avvenimenti. Cristo li ha patiti per noi. Nell’addentrarci nella Settimana Santa rivediamo il nostro atteggiamento:
- rispetto al nostro peccato, lato oscuro della nostra vita, possiamo, come Giuda che si suicida perché non ha più speranza se non nella morte, essere presi dalla disperazione;
- di fronte alla croce, invece, possiamo avere i sentimenti di Pietro, che parla, promette e, di fronte alla prova dei fatti, tradisce, fugge e lascia solo Gesù; ma al canto del gallo, in un profondo senso di pentimento, lava con le lacrime il suo peccato e apre il suo cuore al perdono di Gesù,
- o quelli del cireneo che, coinvolto per caso nella situazione, condivide la croce con Cristo e ci invita a portare la croce di Cristo, in tanti fratelli che abbiamo intorno e che ci chiedono di portare i pesi gli uni degli altri.
Nessuno può giudicare o condannare i protagonisti suddetti, perché tutti, iniziando dal primo peccato che, all’inizio della Quaresima, ci è stato ricordato, ne siamo coinvolti, per cui è necessario per tutti partecipare alla storia della salvezza che si compie sulla croce. Per la solidarietà che ci lega tutti e non solo quelli che erano presenti al tempo degli eventi della passione del Signore, ognuno, assumendo la responsabilità per il male che compie, deve dire: per me il Signore è stato tradito ed ha sudato sangue; per me ha subito gli sputi e gli schiaffi; per me è stato bastonato, ha portato la croce, è morto ed è stato sepolto.
Solo con questi atteggiamenti, riconoscendoci tutti peccatori, possiamo aprirci la via alla redenzione e alla salvezza.
Questa deve essere la passione che ripassa nel cuore di ogni discepolo, nel cuore della Chiesa, che la ripercorre con la sofferenza e la riconoscenza della Sposa fedele.
Il Signore è nostra vita e risurrezione.
6 Aprile – V Domenica di Quaresima.
L’amore di Dio e la risurrezione dei morti.
Veniamo abitualmente chiamati « fedeli »; e lo siamo realmente, perchè col battesimo siamo stati « inseriti come membra vive nel Cristo ». E’ soprattutto nella comunione al Corpo e al Sangue del Signore che continua questo inserimento e questa relazione vitale che, se non ci sottrae alla morte fisica un giorno, ci è tuttavia pegno di risurrezione.
La morte, da parte dell’uomo, nonostante i suoi sforzi, può solo essere rimandata fino a sperimentare una breve o lunga agonia. Ma Gesù ha detto di essere venuto « perchè gli uomini abbiamo la vita e l’abbiano in abbondanza ».
Gesù dopo essersi presentato come il Buon Pastore, per non essere lapidato, si allontana da Gerusalemme, ma viene raggiunto dalla notizia della malattia grave del suo amico Lazzaro, fratello di Marta e Maria di Betania. Gesù si prende cura della loro sofferenza e, anche se non si recherà subito a Betania, vi andrà per compiere qualcosa di più grande che la semplice guarigione dalla malattia dell’amico, pur sapendo che la risurrezione di Lazzaro indurrà i suoi nemici alla decisione di ucciderlo, per cui confermerà le sue parole che « il buon Pastore dà la vita per le sue pecore » (Gv 10,11). Così, se la morte dell’amico rimanda alla sua morte e la risurrezione di Lazzaro alla sua risurrezione, la vita a cui è riportato l’amico rimanda alla missione di Gesù di dare la sua vita di Pastore agli uomini: « Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano » ( Gv 10,28).
Ecco perchè Gesù, per il suo amore, libera dalla morte coloro che si lasciano salvare da lui e gli sono fedeli.
Questa fedeltà a lui si manifesta prima nell’essere partecipi attraverso il battesimo « alla passione redentrice » di Gesù, morire come muore un seme; poi, nel tempo della sequela terrena, essere continuamente rinnovati nella vita nuova di grazia dalla forza dello Spirito che viene dall'Eucaristia; e infine divenire partecipi della sua gloriosa risurrezione nel cielo..
La risurrezione di Lazzaro, ultimo segno, il più eccellente, il più evidente della sua identità: « Io sono la risurrezione e la vita », è un segno, un presagio di quanto avverrà per ciascuno di noi, quando saremo richiamati non tanto a un altro tratto di esistenza terrena, ma a quella celeste.
Così, alle soglie della Veglia Pasquale, richiamati di nuovo alla realtà battesimale, evento di grazia con il quale Dio ci ha fatto il dono di passare dalla morte del peccato alla sua vita divina e, innestati in Cristo, che si fa compagno compassionevole della nostra miseria, ci perdona ogni colpa, in una vita rinnovata continuamente dallo Spirito, siamo in cammino verso la vita eterna e alla risurrezione alla fine dei tempi.
Prima Lettura: Ez 37,12-14 .
L’esilio che finisce, i morti a cui è ridonata la vita per la virtù rinnovatrice dello Spirito : era profezia e inizio per Israele, ed è divenuto realtà per noi con la risurrezione di Gesù Cristo. Da lui, asceso alla destra del Padre, riceviamo lo Spirito Santo, e quindi il principio della risurrezione. Anche la conversio-ne, il ritorno in grazia, che avviene sempre per opera dello Spirito, è una vera risurrezione: la gloria sarà il suo compimento e la sua manifestazione. La Quaresima ci è proposta come itinerario di risurrezione.
Seconda Lettura: Rm 8,8-11.
Lo Spirito Santo non sta all’esterno di noi, ma ci è comunicato nell’intimo: « Lo Spirito di Dio abita in noi », dice san Paolo. Se non fosse così, non apparterremmo neppure a Cristo: egli non sarebbe in noi. In realtà essere in grazia vuol dire avere lo Spirito di Gesù e Gesù stesso. Da qui la speranza della risurrezione, a dispetto della mortalità ancora attuale del nostro corpo. Chi ha risuscitato Cristo, risusciterà anche noi, ci renderà conformi a lui nel suo stato glorioso. La fede, oltre le apparenze, ci fa percepire questa straordinaria condizione cristiana; ci fa sperare.
Vangelo: Gv 11,1-45.
Alla notizia dell’arrivo di Gesù, Marta gli corre incontro e, alle parole di Gesù che dice: « Tuo fratello risorgerà », lei professa dapprima la sua fede nella risurrezione escatologica, ma dopo che Gesù dirà: « Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo? » (Gv 11,25-26), precisa la sua fede in lui e risponde : «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo »( Gv 11,27). Subito, allora, Marta corre a chiamare la sorella Maria, compiendo così la sua missione di discepola che crede e testimonia.
Dall’auto-proclamazione di Gesù, capiamo che il suo temporeggiare prima di andare a Betania dicendo:« questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio »(Gv 11,4) e il tempo dei «quattro giorni » trascorso da Lazzaro nella tomba, espressione certa della sua morte, senza alcuna speranza di ritorno in vita, preannunciano che il Signore della vita è più potente della morte, su cui Gesù comanda, gridando in modo autorevole e solenne: la morte è sconfitta.
Lazzaro immagine dell’umanità peccatrice.
Davanti alla tomba di Lazzaro Gesù si commuove fino alla lacrime e, dopo aver pregato, lo richiama alla vita: Lazzaro che esce legato dal sepolcro è immagine dell’umanità sotto il regime della schiavitù del peccato, situazione che si connette alla morte e che è promessa di risurrezione per coloro che credono in Gesù.
L’onnipotenza di Dio viene in soccorso alla fragilità, al dolore umano e se, con i nostri peccati e debolezze, ci affidiamo a Dio, egli, da parte sua, ci libera dal dominio della morte.
Se Cristo richiama Lazzaro dalla tomba è il segno che egli ha il potere sulla morte. Ancora con la venuta di Cristo, e dopo di essa, la morte colpisce l’uomo; Gesù ne sente tutta l’amarezza e la condivide, giungendo a piangere con coloro che piangono lo strappo di una persona amata. Ma la fede dev’essere più forte del pianto: con essa è superata la morte definitiva. Allora neppure questa, che ancora ci prende, ci invade di disperazione: « Io sono la risurrezione e la vita. Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno ». E’ tutto qui: essere in comunione con Gesù, mediante la fede che è il vincolo che ci lega a lui ed è come il passaggio dello Spirito. Tutto il resto, come tutte le vicende, compresa la morte fisica, non importa definitivamente.
Cristo, Luce del mondo.
30 Marzo - IV Domenica di Quaresima
Cristo Luce del mondo.
Dio Padre in Gesù tende la mano all’uomo, che così è messo nella possibilità di afferrarla. Sta alla nostra libertà volerlo. Come il cieco nato guarito da Gesù anche noi siamo raggiunti dalla grazia di Dio, ma siamo disponibili a farci illuminare da lui, per crescere in una fede matura?
San Paolo scrive agli Efesini e, illustrando loro la nuova identità derivata dal battesimo, poiché dalle tenebre di prima sono diventati luce nel Signore, li esorta a camminare nella luce di Cristo, che guarisce e giudica. Infatti « tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce »(Ef 5,13).
La guarigione del cieco nato, la cui cecità non deriva da nessun peccato, né personale né dei suoi genitori, è il simbolo di una condizione di cecità di tutta l’umanità: è la situazione di peccatori, precedente e indipendente dal peccato commesso.
Gesù passa, vede il cieco e di sua iniziativa gli fa la grazia della vista. Così compiendo il gesto del fango spalmato sugli occhi, che rimanda all’evento della creazione, egli rifà l’opera divina della creazione e ri-crea il cieco ridandogli la vista. sia nel corpo che dello spirito attraverso la fede.
Inviandolo a lavarsi alla piscina di Siloe, egli chiede al cieco la collaborazione all’evento della sua guarigione, così come nel battesimo, in cui Dio ci fa dono della sua grazia, frutto della sua benevolenza, ci ri-crea e chiede all’uomo di corrispondere al suo dono con una vita illuminata dalla sua luce.
Prima Lettura: 1 Sam 16,1-4.6-7.10-13.
E’ un principio fondamentale, che guida tutte le iniziative di Dio: egli non si lascia impressionare dall’esteriorità: « Non conta quel che vede l’uomo. L’uomo vede l’apparenza, Ma il Signore vede il cuo-re ». E infatti per i suoi disegni sceglie chi è umile, chi è consapevole della propria povertà e confida in lui. Non devono risaltare i nostri meriti, ma la potenza della grazia. Per questo Dio elegge Davide, il più piccolo dei figli di Iesse, così come sceglierà Maria, l’umile ancella del Signore. E’ il capovolgimento esaltato dal Vangelo: l’orgoglio che è rigettato, primo è chi si fa ultimo per amore.
Seconda Lettura: Ef 5,8-14.
La condotta di un cristiano deve essere totalmente limpida da non avere nulla da coprire e da nascondere. Non compie azioni di cui vergognarsi, non cerca la complicità delle tenebre per agire, senza farsi vedere. Egli – dice Paolo – è « luce nel Signore », e quindi si comporta come « figlio della luce », nella quale nascono e maturano i frutti della bontà, della giustizia e della verità. Quella del cristiano è una vita nuova. In Quaresima dobbiamo avere il coraggio di esaminare la nostra condotta alla luce del Vangelo, di scandagliare i luoghi più segreti della coscienza le intenzioni più riposte delle scelte, che forse non riveliamo neppure a noi stessi, come per una istintiva paura.
Vangelo : Gv 9,1-41;
L’evento della guarigione operata da Gesù suscita discussioni e interrogativi: nei vicini, che domandano al cieco chi lo ha guarito e come, e nei farisei, davanti ai quali portano il cieco guarito, che chiedono con quale potere e perché lo abbia fatto. Questi ultimi, esperti in cose religiose, che vogliono conferme ai loro pregiudizi manifestando un’ostilità di fondo nei confronti di Gesù, il quale non rispetterebbe il sabato avendolo guarito, non comprendono che il Sabato è il giorno del compimento della creazione e che il miracolo di ri-creazione compiuto da Gesù ne è conferma, non trasgressione.
I farisei si pongono sempre più in atteggiamento di giudizio nei confronti di Gesù, dei genitori e del cieco. I genitori del cieco, intimiditi dal clima accusatorio dei farisei, declinano ogni responsabilità riguardo alla guarigione del figlio e nemmeno ne gioiscono.
Per il cieco guarito rispondere alle domande dei farisei è il modo con cui può dare testimonianza e crescere nella fede in Gesù, ritenendolo dapprima come profeta e, poiché gli ha aperto gli occhi, riconoscere che in lui opera Dio, diversamente dai farisei che ritengono Gesù un peccatore, perché viola il sabato.
Questi, davanti alla sollecitazione che fa loro il cieco guarito: « Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? » , rispondono che, essendo discepoli di Mosè, non sanno di dove sia Gesù. Ma il cieco ribatte: « Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla ».
Gesù da inquisito, si trasforma in giudice, perché il suo miracolo ha diviso i presenti tra coloro che credono e coloro che non credono, fra coloro che riconoscono di essere ciechi e ricevono la vista e coloro che pretendono di vedere e invece sono ciechi, come appare dalla parole di Gesù: « Se foste ciechi, non avreste nessun peccato, ma siccome dite: “Noi vediamo ”, il vostro peccato rimane ».
Peccato e redenzione.
Si possono chiudere gli occhi dinnanzi alla luce; e allora è come se si fosse ciechi. Così è per i farisei-Giudei che, chiudendo gli occhi dinanzi a Cristo, l’unico senza peccato, venuto come Luce del mondo per liberare dalle tenebre del male e per la condanna di chi crede di vedere ed è senza luce, non ne scorgono il mistero. Il vero peccato per loro non è la cecità, ma l’indisponibilità a lasciarsi guarire basata sulla presunzione di essere già vedenti
Davanti a questo atteggiamento di rigetto e di chiusura – che in definitiva è l’orgoglio – non servono neppure i miracoli più stupendi e clamorosi, come non servono, per chi è cieco, i panorami dai colori vivaci e attraenti. Gesù condanna i farisei proprio per la loro pretesa di vedere da sé, per la loro opposizioni a lasciarsi illuminare da lui.
Anche per noi, che abbiamo ricevuto nel battesimo la grazia della luce di Cristo, credere con umile e riconoscente fervore come il cieco, al quale sono stati aperti gli occhi, significa perseverare nella luce per essere autenticamente cristiani.
Crediamo anche noi, se la nostra ricerca della verità è sicura e volenterosa, se non chiudiamo gli occhi dello spirito alla luce di Cristo, se caduti nelle tenebre riconosciamo la nostra cecità, se consideriamo la fede un dono di Dio, perché l’unico vero peccato insanabile è quando non crediamo che Gesù è il Cristo, Luce venuta per illuminarci nel cammino di ritorno a Dio Padre.
La Pasqua è ormai vicina. Dobbiamo affrettarci « con fede viva e generoso impegno ». La fede è viva anzitutto quando ci fa riconoscere Gesù quale Figlio di Dio e inviato dal Padre, così come lo ha riconosciuto il cieco nato. Essa è una grazia, un miracolo che ci apre gli occhi del cuore. E’ il miracolo di Gesù che continua, una guarigione della cecità spirituale, dalle tenebre del peccato, dai « morsi del maligno ».
L’impegno è generoso quando accogliamo l’appello a tornare come figli pentiti al Padre e a riguastare la « la gioia nella cena pasquale dell’Agnel-lo ». Tuttavia una ricchezza di motivi alimenta i nostri pensieri in questo giorno del Signore.
Cristo, fonte d'acqua viva.
23 - Marzo – III Domenica di Quaresima.
Cristo, fonte di acqua viva.
In un mondo pervaso dal peccato e dalle divisione Gesù annunzia la salvezza. Nella incapacità ad essere fedele a Dio e ai valori profondi dell’uomo, la nostra umanità è divisa da appartenenza etniche, religiose e siamo, nella nostra debolezza, invasi dalla sfiducia. Cristo, davanti al peccato dell’uomo, che nella Samaritana ha un prototipo, rivolge verso di lui in suo amore, per renderlo capace di amare Dio e di adorarlo in spirito e verità. Cristo, che è acqua, luce, vita ( simboli di realtà spirituali), in questa Quaresima ci chiama a fare un cammino di conversione e non ci abbandona alla solitudine della nostra colpa. Ci offre la sua misericordia, come un giorno alla Samaritana ha offerto l’ acqua che purifica e rigenera, cioè lo Spirito Santo, che sarebbe scaturito dal suo fianco aperto sulla croce.
L’acqua, come simbolo ambivalente, nella Bibbia, se nel diluvio è stata simbolo apportatrice di morte, solitamente è considerata come il simbolo della vita, della Parola di Dio, della Legge, dello Spirito Santo.
Gesù ancora adesso elargisce « all’umanità riarsa l’acqua viva della grazia », così noi diventiamo « tempio vivo » dell’amore di Dio. Il cammino della conversione, della ripresa interiore, della riparazione della colpa passa attraverso il digiuno, la preghiera e le opere della carità fraterna. Su questa strada – quando non si limita ad essere proclamata nella liturgia, ma diventa esperienza concreta di vita – viene vinto il nostro egoismo e infranta « la durezza della mente e del cuore ».
Prima Lettura: Es 17,3-7.
La sete, che attanaglia gli ebrei che vagano nel deserto, è un banco di prova per la loro fede in Dio e per la fedeltà dell’assistenza di Dio verso il suo popolo. E’ ancora lontananza da Dio ed anche occasione per il manifestarsi della misericordia di Dio, che farà scaturire acqua dalla roccia.
Alla sete della Samaritana corrisponde il progressivo rivelarsi di Gesù, di cui la donna ne comprende l’identità attraverso un crescendo espresso dai titoli che l’evangelista Giovanni usa: giudeo, più grande di Giacobbe, profeta, Cristo.
Anche Gesù ha sete, causata dalla sua missione per la salvezza dell'umanità e per cui assume la natura umana: così nel massimo della sua rivelazione, nell’ora della prova, della sofferenza e della croce, dirà ancora una volta: « Ho sete» (Gv 19,28).
Gesù prende su di sé la sete della Samaritana e di tutto l’uomo , la sua lontananza da Dio, il suo peccato e la stessa ricerca di Dio. Egli non è venuto per giudicare o condannare l’uomo, ma indica a tutti che la ricerca di Dio non può che passare attraverso il riconoscimento doloroso della propria fragilità e del proprio peccato.
I disagi del deserto insinuano nell’animo degli ebrei la sfiducia, la mormorazione e la contestazione verso Mosè e verso Dio stesso. L’esodo invece che grazia è giudicato gesto irresponsabile:« Ci ha fatti salire dall’Egitto per farci morire! ». Dio placa quella protesta con il miracolo dell’acqua che scaturisce dalla roccia e che è segno della sua presenza in mezzo al popolo liberato.
Non ci sentiamo lontani dagli ebrei in certi momenti della vita, quando pare che Dio ci abbia abbandonato e i miracoli non avvengono. Allora ci deve venire alla mente l’esempio di Gesù nel deserto, la sua fiducia nella Parola di Dio, il suo consenso alla volontà del Padre.
Seconda Lettura : Rm 5,1-2.5-8.
Eravamo peccatori e, ciò nonostante, abbiamo ricevuto da Dio il suo stesso Figlio, Gesù Cristo morto per noi sulla croce. Di fronte a un amore così grande non dobbiamo lasciare spazio ad alcun timore. La speranza ha un fondamento incrollabile e non potrà andare incontro a delusione. Tanto più che questo amore divino « è stato riversato nei nostri cuori » con il dono dello Spirito Santo.
E’ la condizione del cristiano. Solo che spesso non se ne rende conto, e allora si conduce un’esistenza uggiosa, inquieta e insoddisfatta.
Vangelo : Gv 4,5-42.
Gesù, in cammino verso la Samaria, stanco, sì per il viaggio, ma soprattutto per il lavoro apostolico, si siede al pozzo di Giacobbe, dove attende la donna Samaritana, a cui chiede da bere. Egli, però, non ha sete tanto di acqua, quanto della salvezza della donna, a cui promette di dare lui dell’acqua.
E così, via via che la donna samaritana lascia la sua diffidenza e le appare il mistero di Cristo, che non è più lo straniero e il nemico che chiede da bere, ma lui stesso si rivela il « pozzo dell’acqua viva », che è lo Spirito, assetata, gli chiede: « Signore, dammi di quest’acqua, perché io non abbia più sete »( Gv 4,15). E Gesù, per la donna, a conclusione del colloquio, non è tanto un profeta che dice dove Dio va adorato, ma è la Verità, in cui avviene il vero culto e la perfetta adorazione del Padre. E’ la scoperta che anche noi siamo chiamati a fare: Cristo, sorgente dello Spirito che lava le colpe, soddisfa il cuore; Messia al quale ci associamo per dedicarci al Padre con un amore rinnovato dallo Spirito Santo.
La donna, dopo aver trovato la vera acqua, si fa missionaria verso i suoi concittadini: lascia l’anfora con cui attingeva l’acqua materiale, per avere quella che Gesù le dà e che le estingue la sete, e, andando a chiamare gli altri, desidera che anche questi siano dissetati dalla medesima acqua.
Se inizialmente i samaritani vogliono conoscere Gesù per le parole della donna, a cui Gesù aveva detto il suo passato, quando incontrano Gesù anch’essi restano ammirati, lo invitano a restare con loro, e le dicono: « Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo ».
La ricerca spirituale di Dio porta con sé la scoperta della propria umanità nella sua fragilità, per cui solo così ci si può aprire ad accogliere la salvezza, che estingue la fame e la sete di Dio, come scrive Isaia: « Non li colpirà più né la fame né l’arsura né il sole, perché colui che ha misericordia di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti d’acqua »( Is 49-10)
Nel deserto dell’esistenza, in cui si sperimenta la fame e la sete di gioia, di pienezza di vita, di valori perenni e di ricerca di Dio, se la testimonianza dei cristiani può stimolare altri ad andare a Lui, solo con l’esperienza diretta di Dio e sostando con Gesù può estinguersi la sete di Lui, possiamo giungere alla professione di fede e dire come i samaritani: « E’ veramente il salvatore del mondo ».
Ultimo aggiornamento (Sabato 22 Marzo 2014 16:54)