





Dio, Padre misericordioso.
3 MARZO - 3a Domenica di Quaresima.
Dio è un Padre misericordioso verso i suoi figli.
Dio, che con li uomini intrattiene un rapporto di amore, dopo il peccato, ha sempre riannodato questo rapporto e, con Noé, con Abramo, con il popolo eletto attraverso Mosè, realizza concretamente la sua salvezza nella storia degli uomini e chiede agli uomini una libera adesione al suo amore.
A Mosè, cresciuto in Egitto, in mezzo al suo popolo schiavo del faraone, Dio, attraverso il roveto ardente, si rivela come il Dio dei Padri, e , nella sua fedeltà, lo invia a compiere la missione della liberazione del popolo oppresso.
La storia della liberazione è la prova della fedeltà di Dio, che, anche davanti alla infedeltà degli Israeliti, dimostra il suo amore misericordioso. Davanti alla gratuità di questo amore, il popolo chiederà sempre segni e prodigi potenti ed efficaci di Dio. Dio ama ugualmente questo popolo dalla “dura cervice e infedele”.
San Paolo nella lettera ai Corinzi, oggi, esorta gli israeliti che sperimentarono nei loro padri la nube di protezione di Dio, il passaggio prodigioso nel Mar Rosso, la manna con cui furono sfamati, l’acqua dalla roccia con cui furono dissetati, ad accogliere Cristo, come roccia spirituale, per non cadere nella tentazione di desiderare “cose cattive, come essi le desiderarono”, a “non mormorare…” per non “cadere vittime dello sterminatore”. Se da una parte Dio verso tutti riversa la sua bontà, è anche vero che non tutti gli uomini rispondono allo stesso modo. E’ possibile vincere la tentazione della mormorazione solo se si è radicati profondamente nella fede in Dio.
Cristo e gli uomini del suo tempo
Gesù, a coloro che lo informano sulla sorte toccata a quei Galilei che furono giustiziati da Pilato, risponde dicendo che quei Galilei non erano più peccatori di coloro che erano morti nel crollo della torre di Siloe, ma invita a convertirsi perché se no si perisce allo stesso modo. Così Gesù vuol correggere la concezione religiosa del tempo per la quale si credeva che le sventure dovevano ritenersi conseguenze del peccato e punizione di Dio. Forse ancora oggi questa convinzione serpeggia nella mentalità di tanti cristiani. Gli eventi negativi devono solo farci riflettere che questi possono verificarsi in qualsiasi momento della vita dell’umanità, sia per cause naturali che per colpa volontaria o involontaria degli uomini, e che devono considerarsi segni e richiami a vivere in continua conversione, per trovarsi sempre pronti a comparire davanti al giudizio di Dio: Gesù quindi parla di peccato in cui tutti ci troviamo e invita alla conversione sotto pena di dannazione. Gesù non vuole stabilire chi è colpevole o meno ma invita ad interrogarsi sui propri atteggiamenti e azioni per guardare avanti e rinnovarsi nella fedeltà a Dio, vivendo il rapporto con Lui in maniera più intensa, convertendosi e dando il giusto senso alla propria esistenza secondo l’esempio di Gesù e secondo la volontà di Dio. La nostra vita deve annunciare qualcosa di diverso e nuovo.
L’invito alla conversione.
La parabola del vignaiolo che conclude la pericope evengelica ci invita a riflettere sulla misericordia di Dio. La supplica del vignaiolo al padrone della vigna perché gli dia la possibilità di zappare e concimare attorno al fico perché porti frutto, rivela il volto misericordioso di Dio che Gesù è venuto ad annunciarci. Dio permette sempre che coloro che sono preposti a coltivare la sua vigna la curino con la sua parola e con i sacramenti, perché ognuno porti frutti secondo la propria indole spirituale e secondo la volontà di Dio.
Convertirsi e portare frutti significa orientare tutta l propria vita secondo le esigenze del vangelo, cosicché esso permei via via tutta la nostra vita, sicuri che solo perdendosi e dandosi ai fratelli come Cristo ognuno ritrova la sua esistenza più piena e realizzata. Se da una parte,allora, la misericordia di Dio attende, dobbiamo sempre ricordare che se non ci convertiamo possiamo tutti perire come ci ammonisce Gesù: “Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no lo taglierai”.
La conversione, allora, è veramente cristiana se sarà una risposta all’amore di Dio che continuamente ci interpella, se accogliamo il suo perdono che ci rinnova tutte le volte che coscienti del nostro peccato torniamo fiduciosi alla sua misericordia.
Una vita nuova nel Signore
Dio, nella sua grande bontà, attende che noi ritorniamo a Lui. Non si rassegna a perderci. Lascia che con il tempo il fico, la nostra vita, produca i suoi frutti. Questo non deve, però, significare, né che dobbiamo essere impazienti o assillati da idealismi, che ci possono far scoraggiare se non vediamo risultati immediati di conversione e di bene, né che ci culliamo nel nostro peccato e ritardiamo il cambiamento in senso evangelico della nostra vita. Dobbiamo scoprire il volto misericordioso di Dio che scommette sui suoi figli e sulle sue creature proprio quando ormai pare irragionevole sperare qualcosa di buono. Questa è la prospediva di Dio: saper attendere, che il peccatore, come il Figlio prodigo, prenda coscienza del suo male e ritorni fiducioso al suo abbraccio paterno.
Prima lettura : Es 3,1.8.13.15
A Mosè appare il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Signore della storia, non un idolo, cui si possa dare un nome e piegare a sé. E’ il Dio delle promesse, il Dio trascendente ma anche così vicino all’uomo, al suo popolo. Un Dio che sente le miserie del suo popolo e decide di liberarlo dalla schiavitù. “IO sono colui che sono!”: l’uomo non può comprenderlo e dominarlo, e pure sarà il redentore, la guida, la sicurezza. Se Israele sarà riscattato con l’esodo,ogni uomo sarà salvato quando “Colui che è” si rivelerà in Gesù, che davanti ai soldati nel Getsemani si proclamerà l’”IO SONO”.
Seconda lettura : 1 Cor 10,1-6.10-12
I segni che accompagnavano il popolo lungo il deserto hanno avuto piena realizzazione in Cristo. Così il lavacro, il cibo, e la bevanda spirituali per la maggior parte del popolo d’Israele non hanno potuto salvarla, a motivo della diffidenza e della mormorazione. Ciò che avvenne ai nostri padri, dice Paolo, è un ammonimento per i Corinzi e per noi, così spesso percorsi dalla ribellione , dalla mormorazione contro Dio, dalla diffidenza e dalla pretesa dei nostri meriti, e anche esposti alla tentazione di infedeltà al dono del Vangelo e della grazia. Senza una adesione interiore, fatta di fede e di opere, nessun atto sacro, nessuna comunione ai sacramenti, ci può veramente salvare.
Vangelo : Lc 13,1-9.
Senza conversione ci ammonisce Gesù si perisce. E tutti ne abbiamo bisogno. La rovina che ci toccherebbe non sarebbe solo quella materiale, sarebbe anche quella definitiva e totale, il fallimento dell’intera vita, in maniera irrevocabile. Sarebbe il castigo per la sterilità e per una esistenza improduttiva, in cui il disegno divino non è stato realizzato. Dio è paziente e per questo nella Quaresima, segno della pazienza di Dio, è insistente l’esortazione a mutar vita. Ma non dobbiamo dimenticare che se non porteremo frutti non potremo godere della salvezza.
Pregare nell'esodo.
24 Febbraio
2a Domenica di Quaresima
PREGARE NELL’ESODO
La luce folgorante della trasfigurazione è legata al buio del Venerdì Santo, giorno della croce. La manifestazione della divinità di Cristo, e quindi della sua gloria, è in qualche modo unita alla sofferenza del corpo crocifisso e morente. Viene da pensare a quante volte un eccessivo trionfalismo ha portato la Chiesa sul monte Tabor, illudendola di potere evitare il buio della passione. La Parola di Dio oggi offre in tutta la sua pienezza l’immagine di un Dio che salva gli uomini, assicurando loro fedeltà per sempre.
La via della croce
Gesù parla con Mosè ed Elia del suo esodo, che sta per compiersi a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano vissuto il loro esodo verso la libertà definitiva attraverso la sofferenza e la persecuzione. Così sarà anche dell’esodo di Gesù, il Messia. Mosè è stato il laeder del primo esodo; Elia ha difeso l’originalità di quell’esperienza al punto tale da diventare il protagonista ideale della rinascita spirituale attesa per il tempo finale ( Ml3,23-24; Sir 48,10). Il nuovo e definitivo esodo sta ora per compiersi con la morte di Gesù a Gerusalemme. Il tema dell’esodo, allora, dice riferimento alla croce: ne è un’anticipazione, un annuncio. E i discepoli percepiscono qualcosa del mistero di Gesù, ma sono lontani dal penetrarlo. Mosè ed Elia rappresentano le Scritture che già avevano annunciato la via del Figlio dell’uomo. Gesù la comprende e vi riconosce il disegno di Dio su di sé. Pietro, Giacomo e Giovanni hanno penetrato la nube, ciò che Mosè non aveva potuto fare, ma pur vedendo e ascoltando, i discepoli non comprendono. Ecco, allora, l’invito dall’alto rivolto ai discepoli:« Ascoltatelo ». Un ascolto che implica il saper cogliere in profondità la logica che guida l’esodo di Gesù a Gerusalemme e il suo compimento. Egli è il Figlio, l’Eletto; eppure la via che deve seguire è la via della croce. Una via che anche il discepolo è chiamato a comprendere e a fare propria.
La trasfigurazione ( o cambiamento d’aspetto) Degli esseri era attesa per la fine dei tempi secondo l’ apocalittica giudaica ( Dn 12,3). Poiché questa trasformazione avviene con Gesù, è segno che questa fine dei tempi è giunta. Il desiderio di Pietro di innalzare tre tende (9,33) fa supporre che l’apostolo ritenesse giunta questa fine dei tempi e che egli si pensasse già introdotto nella dimora celeste simbolizzata dalle tende eterne (16,9). Ma Pietro confonde un anticipo di pienezza con la pienezza!
Ripensare la propria vita
Mentre nella sua vita si vanno accumulando i segni della tragedia che appare prossima, Gesù si rivolge ancora al Padre: « Salì sul monte a pregare ».
La sua manifestazione luminosa nasce nella preghiera. E’ spontaneo chiedersi quale esperienza di dialogo con il Padre viviamo. Nella preghiera si approfondisce la comunione con il Signore riconoscendosi davanti a lui come figli bisognosi. Prega chi ha riposto la sua fiducia in Dio, chi ha occhi capaci di contemplare lo splendore del suo volto. E’ dunque la preghiera il contesto in cui si accoglie la luce. La parola di Dio chiama anche oggi ad una verifica personale e comunitaria, da cui possono scaturire energie nuove e tesi a rinnovare la propria vita spirituale.
Pietro vuole catturare l’aspetto glorioso della vicenda di Gesù. Noi tutti abbiamo la tentazione di mettere le nostre mani su Dio per catturarlo dentro i nostri schemi e le nostre attese. Pietro vuole fare con le sue mani una dimora a Dio. Ma il testo capovolge la prospettiva. Non è l’uomo che costruisce una casa a Dio ma è Dio che si incammina sulle strade dell’uomo, che pone la sua dimora tra di noi. Il Signore ci anticipa anche nella preghiera. E’ questa sconvolgente presenza dentro la nostra storia che deve essere compresa.
E’ a partire da essa che dobbiamo rivedere il nostro modo di intendere Dio, la sua presenza, il suo amore, la sua « onnipotenza ».
La trasfigurazione offre al discepolo un criterio di lettura della vicenda di Gesù: il Messia che si incammina, sofferente e apparentemente sconfitto verso Gerusalemme è il Messia che è nella gloria. Essa, allora, indica al discepolo che è la via della Croce che porta alla risurrezione. Al discepolo che segue il maestro deve essere sufficiente un anticipo di gloria, un lampo che conferma nel cammino. Ora è temo di esodo.
Prima Lettura ( Gn 15,5-12.17-18)
Dio stipula l’alleanza con Abramo fedele…
Abramo si fida di Dio oltre ogni ostacolo e smentita. Dio si impegna con giuramento e prende su di sé la maledizione qualora la sua fedeltà verso Abramo dovesse venir meno.
Salmo 26
Il Salmo esprime – nella prima parte – fiducia nonostante le difficoltà e i pericoli che minacciano il credente. La convinzione profonda che il Signore non abbandona il credente non induce questi ad ignorare paura e difficoltà.
Seconda Lettura ( Fil 3,17-4,1)
Cristo ci trasfigura nel suo corpo glorioso.
L’apostolo esorta i credenti a fidarsi della croce di Cristo e della logica di vita che ne deve conseguire. La carne (intesa come logica mondana) non è destinata alla risurrezione. Solo chi professa il Signore Gesù Cristo come salvatore sarà da lui trasfigurato.
Vangelo (Lc 9,28b-36)
Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò di aspetto.
Siamo al termine del ministero in Galilea. Nella esperienza della « trasfigurazione » Gesù fa comprendere più a fondo come la sua missione non debba seguire la via del messianismo trionfale ma la via della croce. Gesù incompreso ma si incammina deciso verso Gerusalemme.
L'amicizia di Dio.
Dal trattato «Contro le eresie» di sant'Ireneo, vescovo (Lib. IV, 13, 4-14, 1; Sc 100, 534-540)
L'amicizia di Dio
Nostro Signore, Verbo di Dio, prima condusse gli uomini a servire Dio, poi da servi li rese suoi amici, come disse egli stesso ai discepoli: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 15). L'amicizia di Dio concede l'immortalità a quanti vi si dispongono debitamente.
In principio Dio plasmò Adamo non perché avesse bisogno dell'uomo, ma per avere qualcuno su cui effondere i suoi benefici. In effetti il Verbo glorificava il Padre, sempre rimanendo in lui, non solamente prima di Adamo, ma anche prima di ogni creazione. Lo ha dichiarato lui medesimo: «Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria, che avevo presso di te prima che il mondo fosse»(Gv17,5).
Egli ci comandò di seguirlo non perché avesse bisogno del nostro servizio, ma per dare a noi stessi la salvezza. Seguire il Salvatore, infatti, è partecipare della salvezza, come seguire la luce significa essere circonfusi di chiarore.
Chi è nella luce non è certo lui ad illuminare la luce e a farla risplendere, ma è la luce che rischiara lui e lo rende luminoso. Egli non dà nulla alla luce, ma è da essa che riceve il beneficio dello splendore e tutti gli altri vantaggi.
Così è anche del servizio verso Dio: non apporta nulla a Dio, e d'altra parte Dio non ha bisogno del servizio degli uomini; ma a quelli che lo servono e lo seguono egli dà la vita, l'incorruttibilità e la gloria eterna. Accorda i suoi benefici a coloro che lo servono per il fatto che lo servono, e a coloro che lo seguono per il fatto che lo seguono, ma non ne trae alcuna utilità.
Dio ricerca il servizio degli uomini per avere la possibilità, lui che è buono e misericordioso, di riversare i suoi benefici su quelli che perseverano nel suo servizio. Mentre Dio non ha bisogno di nulla, l'uomo ha bisogno della comunione con Dio. La gloria dell'uomo consiste nel perseverare al servizio di Dio. E per questo il Signore diceva ai suoi dicepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16), mostrando così che non erano loro a glorificarlo, seguendolo, ma che, per il fatto che seguivano il Figlio di Dio, erano glorificati da lui. E ancora: «Voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria»(Gv 17, 24).
SOLO AL SIGNORE TUO DIO TI PROSTRERAI!
17 FEBBRAIO
1a Domenica di Quaresima
« SOLO AL SIGNORE TUO DIO TI PROSTRERAI ».
Le letture di questa domenica ci invitano a riscoprire chi è il Dio di Israele e il modo con il quale egli conduce la storia. In questa duplice prospettiva si delinea il cammino del credente: comprendere il volto del Dio di Gesù per seguirlo concretamente.
Nella prima lettura è narrato il centro della fede ebraica: Dio interviene – per primo e gratuitamente – per scegliere il suo popolo; dopo averlo liberato dalla schiavitù d’Egitto, dona al popolo la terra, e al dono occorre rispondere con la lode. La seconda lettura ci invita a proclamare la salvezza che viene da Gesù, il crocifisso risorto. Una salvezza proposta ora non solo ad uno, ma a tutti i popoli : il Dio di Gesù è un Dio per tutti.
Una prospettiva teologica
Nel racconto delle tentazioni abbiamo l’incontro di due personaggi. Da una parte Gesù, « guidato dallo Spirito », e dall’altra il diavolo, l’avversario, colui che verifica la consistenza della fede del credente. Gesù è coinvolto in un dibattito-provocazione-verifica.
Nella prima tentazione è in gioco il significato della filiazione di Gesù, appena proclamata dal Padre (3,22). Gesù è spinto a servirsi del suo potere di Figlio per cercare cibo e nutrimento altrove e diversamente da come il Padre richiede; ma egli rifiuta di fare miracoli e si richiama alla parola di Dio, unico e vero cibo. Gesù afferma non la sua ma l’autorità della Scrittura ( « Sta scritto » ): la sua autorità deriva dalla parola di Dio, non può prescindere da essa; invece di imporre il proprio « io » co-me vorrebbe il tentatore, Gesù si colloca in una relazione di totale fiducia nei confronti del Padre.
Nella seconda tentazione viene proposto a Gesù di ottenere la regalità di questo mondo mediante un atto di adorazione nei confronti del tentatore. Il rifiuto di Gesù attesta che Egli attende dal Padre – e solo da lui – come e quando stabilire la sua regalità sull’universo intero. Al tentatore, che rivendica per sé un culto riservato solo a Dio, Gesù ricorda che esiste una sola signoria: « Il Signore, Dio tuo adorerai . a lui solo renderai culto ».
La terza tentazione è posta da Luca a Gerusalemme che, nella prospettiva di Luca, è il punto culminante del ministero di Gesù. Il tentatore conduce Gesù là dove deve concludere la sua missione e dove si deve decidere la sua accoglienza o il suo rifiuto da parte del popolo giudaico. Se Gesù si gettasse dall’alto del pinnacolo del tempio, egli farebbe sua l’attesa popolare per la quale il Messia avrebbe dovuto imporsi con segni e prodigi. Ora, la via scelta da Gesù comporta l’entrare nella vicenda umana fino in fondo: Messia sì, ma crocifisso.
Convertirsi al Dio di Gesù.
Accettando di morire per rimanere fedele alla logica del dono e del servizio, Gesù diventa l’immagine perfetta del Dio che fa vivere e che dona la vita. Il racconto delle tentazioni non rivela solo la discussione circa il progetto messianico di Gesù; ci indica come l’uomo – che segue la logica scelta da Gesù – è chiamato a vivere per non cedere alla tentazione e per poter adorare il Dio di Gesù. Nelle scelte di Gesù sono offerte, infatti, precise indicazioni al credente. Gesù si manifesta come: l’uomo che rifiuta di essere figlio di Dio annullando la sua umanità, sottraendosi ai limiti della natura e del tempo che sono il tessuto nel quale si snoda tutta la vicenda umana; il credente, che incontra l suo Dio in una Scritura che apre il cammino e sollecita ad un costante rinnovo della fede.
Le tentazioni trovano la loro migliore attualizzazione nella distinzione di un grande teologo russo, Florenskij, il quale sostiene che è molto diverso conoscere le cose e conoscere le persone. Non si può conoscere il Padre, la Persona per eccellenza, secondo mi principi dell’evidenza, volendolo ridurre ad un’idea chiara e distinta. Non si incontra Dio nella pretesa della scienza, che tende sempre ad allontanare il mistero. Dio, come ogni persona, si conosce nella fiducia e, restando in sua compagnia, nella comprensione della sua storia. Si comincia a prestargli fede, poi si mantiene il contatto con lui per scoprire di amare Dio al di sopra di ogni cosa. E’ questo il senso della preghiera.
1a Lettura Dt 26,4-10:Professione di fede del popolo eletto.
Al centro della fede ebraica non sta un’idea di Dio ma un’esperienza storica nella quale in Signore si è fatto conoscere. E il deserto è , nella tradizione biblica, il luogo dove il popolo verificherà la propria fiducia nel Dio liberatore. Si scontrano così due progetti: quello di Dio e quello,legato alle speranze degli uomini.
Sal Resp. 90;
L’inizio del salmo è un invito alla professione di fede;Dio agisce in favore dei suoi fedeli, ma questo intervento non sottrae ai conflitti, alle situazioni difficili.
2a Lettura Rm 10,8-13: Professione di fede per chi crede in Cristo.
Il testo della lettera ai Romani ci presenta la professione di fede del cristiano. Egli è invitato a proclamare che Gesù è il Signore e che Dio è intervenuto nella sua storia - una storia che sembrava chiusa sul legno della croce – risuscitandolo dalla morte. Non basta credere a tutto ciò: è necessario proclamarlo, annunciarlo.
Vangelo 4,1-13: Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo.
Nel racconto di Luca sia il tentatore sia Gessi richiamano alla Scrittura. Ma solo il modo con il quale Gesù legge e interpreta la Scrittura permette il manifestarsi il volto del Dio di Israele e del Dio di Gesù. L’interpretazione della Parola fatta da Satana è, invece, una tentazione dalla quale anche i credenti non sono esenti.
Ultimo aggiornamento (Domenica 17 Febbraio 2013 14:15)
qUARESIMA - MERCOLEDI' DELLE CENERI.
13 Febbraio 2013
MERCOLEDI’ DELLE CENERI
« Lasciatevi riconciliare con Dio »
« Lasciatevi riconciliare con Dio… Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza » ( 2a lettura). « Convertitevi e credete al Vangelo! » ( Mc 1,15). Alla luce di questi due imperativi inizia l’itinerario quaresimale cristiano il mercoledì delle Ceneri. E’ un pressante invito a riscoprire innanzitutto l’amore di Dio che precede e chiama a conversione gli uomini.
La comprensione cristiana del peccato e della conversione diventa possibile solo a partire dalla constatazione delle nostre debolezze, dei nostri limiti.
Riscoprire il volto di Dio
All’inizio di questo cammino quaresimale è certamente utile richiamare almeno le costanti più significative che emergono dal messaggio biblico circa il peccato e la conversione, per orientare in modo corretto il nostro camminare.
Il peccato è il rifiuto, da parte dell’uomo, della proposta dell’amore gratuito di Dio che, per primo e incondizionatamente, gli va incontro. Nella vicenda biblica in primo piano – e dall’inizio - sta sempre la proclamazione dell’amore di Dio, non la constatazione e la denuncia del peccato dell’uomo.. La perdita del « senso del peccato » non è da collegare - a diversi livelli e per molteplici cause – a una mancanza di annuncio della « lieta notizia » di Gesù, morto e risorto? Di un annuncio capace di interpellare l’uomo d’oggi nella concretezza del suo quotidiano vivere?
In questo senso la riconciliazione è proclamazione dell’amore misericordioso di Dio oggi per noi e – allo stesso tempo – della speranza che un domani altre riconciliazioni saranno possibili, perché questo amore di Dio e incommensurabile e ci precede sempre.
Digiuno, preghiera e carità.
Comprendiamo l’invito rivoltoci al digiuno, alla preghiera , alla carità: attenzioni di fondo , che chiedono però di diventare visibili, per attestare da una parte il primato di Dio; dall’altra, la necessità dell’uomo di riconoscere – nella propria vicenda personale – questo primato. Non si digiuna perché le realtà create siano da disprezzare; si digiuna per attestare che tutto quello che abbiamo è dono di Dio; si prega – come persone e come comunità – non per chiedere a Dio qualcosa a proprio vantaggio ma per affermare il primato della Parola alla quale rispondere in atteggiamento di lode e di riconoscenza; si pratica la carità quale manifestazione di una novità di vita che invochiamo e che ci raggiunge nel mistero della morte e risurrezione di Gesù.
Non dovremmo mai dimenticare che tutto l’itinerario quaresimale ha senso e solo unica-mente perché Dio, per primo, ci viene incontro. L’iniziativa dell’uomo è sempre e solo risposta a una chiamata. Diversamente si corre il rischio di cadere nel moralismo, nella pratica che cerca di autogiustificarsi di fronte a Dio e non di mettersi in discussione.
Prima Lettura : Gl 2,12-18
Laceratevi il cuore e non le vesti. La prima scena del libro di Gioele ( V sec. a.C.) racchiude una doppia liturgia penitenziale per un duplice flagello che colpisce Israele, quello della siccità e quello dell’invasione delle cavallette, due piaghe dell’agricoltura orientale. Alla liturgia partecipa tutto Israele, dai piccoli agli anziani. Durante il rito i sacerdoti, posti « tra il vestibolo e l’altare », elevano a Dio una supplica ardente, che è quella che diverrà nella liturgia latina il «Parce, Domi-ne, parce populo tuo », una delle più intense preghiere penitenziali. Dio non può lasciare il suo popolo nell’umiliazione così da far scattare il sarcasmo degli empi, pronti ad infierire su chi ha come unico sostegno e liberatore il Signore.
Seconda Lettura: 2Cor 5,20-6,2
Riconciliatevi con Dio…Ecco il momento favorevole.
Scrivendo la sua seconda lettera alla comunità cristiana di Corinto, Paolo offre una stupenda definizione del ministero apostolico: noi siamo gli ambasciatori della riconciliazione. Perciò l’appello intenso e pressante:« Lasciatevi riconciliare con Dio ». E’ interessante notare che il verbo usato per indicare la riconciliazione è quello greco usato per la riconciliazione tra due sposi dopo un’infedeltà, uno screzio, un tradimento. Ritorna, così, un simbolismo caro ai profeti: la relazione che intercorre tra Dio e la sua creatura non è quella che si instaura tra un imperatore e uno schiavo, ma quella che unisce due persone innamorate. Paolo, allora, insiste sul non perdere i segni, le occasioni le strade utili per riallacciare questo legame di intimità, e la Quaresima ne è il tempo e la via privilegiata, « il momento favorevole, il giorno della salvezza ».
Il Vangelo: Mt 6, 1-6.16-18
Il Padre tuo, che evede nel segreto, ti ricompenserà.
All’interno di questa « magna charta » del cristianesimo che è il discorso della montagna (Mt 5-7) la liturgia odierna ritaglia un piccolo programma di vita quaresimale attorno a tre temi: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. C’è un filo comune che unisce questa trilogia di vita cristiana. E’ la lotta alla ipocrisia, all’ostentazione, alla ritualità esteriore, soddisfatta e compiaciuta dei suoi atti ma senza incidenza nell’interiorità, nell’impegno esistenziale e sociale. Gesù, invece, introducendo il segreto e l’intimità, libera la religione da ogni dimensione « economica » e affida solo a Dio ogni giudizio e ogni ricompensa. Alla fine di ogni quadretto Gesù, infatti, dichiara : « Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà ».
Q U A R E S I M A 2013
Nella mentalità comune la Quaresima è considerata il classico tempo penitenziale,ma questa caratteristica non è primaria né tanto meno esclusiva. La Quaresima dipende essenzialmente dalla Pasqua., che per la sua massima importanza ha suggerito un periodo di preparazione attestatosi, dopo varie oscillazioni, sul numero di quaranta giorni. E’ un numero simbolico molto significativo, ispirato ai quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto ( e in tempi più lontani da Mosè sul monte Sinai ) prima di iniziare il suo ministero pubblico.
Proprio in ossequio al digiuno effettivo di quaranta giorni ( di domenica non si digiunava), la Quaresima fu anticipata nel rito romano al Mercoledì detto poi delle Ceneri. Anche oggi questa resta la data di inizio, mentre il rito ambrosiano ha conservato l’antico ordinamento.
Il giorno conclusivo è il mercoledì santo. Grande segno sacramentale è la Quaresima, già tempo di salvezza donata, pregustamento della grazia e della gioia pasquale, aurora che riceve la luce del sole di Pasqua.
Concepita come un tempo di ascolto più frequente della parola di Dio, di più intensa preghiera e di digiuno per favorire l’incontro con Dio, la Quaresima fu scelta anche come preparazione dei catecumeni al battesimo ( che avveniva, assieme alla cresima e all’eucaristia, nella notte di Pasqua) e quindi come periodo di penitenza per i peccatori pubblici che venivano riconciliati prima del Triduo pasquale. Così tutta la Chiesa, accresciuta di nuovi figli con i peccatori pentiti e riconciliati, poteva partecipare in pienezza alla vittoria pasquale di Cristo sul peccato e sulla morte
Oggi l’intero popolo di Dio nel suo itinerario verso la Pasqua rivive il ricordo del proprio battesimo, approfondendone il significato e rinnovandone gli impegni di fedeltà a Dio e di lotta contro il male. E, nello stesso tempo, si riconosce peccatore e penitente con opere di penitenza e di carità, pronto ad accogliere il perdono di Dio e la grazia di una vita nuova.
Se per le singole opere di penitenza si è avuto un adeguamento alle mutate condizioni del nostro tempo, si è registrato un lodevole interessamento sul piano sociale e un aiuto concreto per attività missionarie. La liturgia con Il Mercoledì delle Ceneri fa appello a tutta la comunità cristiana perché riconosca il suo peccato – la Chiesa ha bisogno di continua riforma, dichiara il Concilio Vaticano II ( Lumen Gentium, 8 ) – e si ponga in atteggiamento penitenziale. L’imposizione delle ceneri sulla testa del cristiano è un antichissimo rito, usato per i penitenti e poi esteso a tutti, che, accompagnato dalle parole « Convertitevi e credete al Vangelo » vuole risvegliare la coscienza penitenziale per una revisione della propria condotta.
L’aspetto battesimale della Quaresima è stato invece dimenticato per la scomparsa del battesimo degli adulti e per la prassi generalizzata del battesimo dei bambini, celebrato al di fuori della notte di Pasqua. Eppure il battesimo è un sacramento tipicamente pasquale, la prima Pasqua del cristiano, il primo e fondamentale passaggio dalla morte alla vita che qualifica l’intera esistenza cristiana. Non a caso la riforma liturgica ha proposto per ala notte di Pasqua la rinnovazione degli impegni battesimali e ha suggerito di celebrare, nella circostanza, qualche battesimo di adulti e di bambini.
Ma è nell’ascolto più frequente della parola di Dio che si esprime maggiormente lo spirito della Quaresima, poiché la parola suscita la volontà di conversione, risveglia la fede, propone il significato del mistero pasquale, provoca il dialogo, ossia la risposta della preghiera.
Le letture bibliche della Quaresima, disposte nel ciclo triennale A, B, C, sviluppano una linea storica salvifica con l’evocazione degli eventi dell’Antico Testamento, e una linea sacramentale con i grandi temi battesimali e i forti richiami alla conversione. Questo è il periodo nel quale si deve comprendere che « non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio ». Dalla parola di Dio Gesù trae la forza per vincere Satana e da essa i cristiani traggono il vigore per combattere il male e restare fedeli a Dio.
Nella prima e seconda Domenica del ciclo triennale si legge il racconto della tentazione e della trasfigurazione di Gesù secondo uno dei Vangeli sinottici.
Le letture delle domeniche dell’anno A – che possono essere usate in tutti e tre gli anni – sono incentrate, in particolare le ultime tre, sul tema battesimale ( samaritana, cieco nato e risurrezione di Lazzaro). Sono le tre classiche letture utilizzate fin dall’antichità per spiegare il significato del battesimo: vita che sgorga dall’acqua ( samaritana), illuminazione per il dono della fede ( cieco nato), passaggio dalla morte alla vita ( risurrezione di Lazzaro). La riscoperta del valore del proprio battesimo è una condizione irrinunciabile per celebrare e vivere la Pasqua. L’anno B propone alcuni aspetti del mistero pasquale prendendo come base paragoni che il Signore fa del tempio, del serpente di bron-zo innalzato da Mosè nel deserto e del grano di frumento che deve morire per dare frutto. I Vangeli dell’anno C girano attorno alla bontà divina per il peccatore: l’atteggiamento assunto da Gesù di fronte ad alcuni fatti pietosi, il figlio prodigo e il perdono accordato all’adultera.
PROGRAMMAZIONE - QUARESIMA 2013
Durante questo tempo quaresimale nella nostra Comunità vivremo le seguenti Celebrazioni.
13 Febbraio – ore 19.00 :Solenne Celebrazione delle Ceneri.
14 Febbraio – ore 19.00 : ADORAZIONE EUCARISTICA. in questo tempo di Quaresima sarà
celebrata ogni Giiovedì anzichè Venerdì.
15 Febbraio - ore 18.30 Santa Messa e Via Crucis in chiesa per tutti Venerdì di Quaresima.
- Durantela celebrazione quotidiana del l’Eucaristia sarà fatta una breve riflessione sulla PAROLA di Dio del giorno.
- Nelle Domeniche sarà fornito un sussidio per vivere la Parola di Dio domenicale.
- E’ a disposizione un sussidio pere la riflessione quotidiana da poter fare in casa.
Nei giorni 20-21-22 Marzo vivremo il pio esercizio della VIA CRUCIS in tre QUARTIERI :
1) 20 MARZO: ore 19.00 COOPERATIVE del Quartiere Sant’Elena e via Papa LUCIANI e
Papa Giovanni Paolo II.
2) 21 MARZO : ore 19.00 Via Buttafuoco – Borsellino – Fontana del 2000 - Via Torretta.
3) 22 MARZO: ore 19.00 Via F. De RoberTi, via Galilei, Leopardi, via Paranà.
NOTA BENE: Si ricorda che il Mercoledì delle Ceneri è impegno penitenziale vivere il Digiuno e l’Astinenza dalla carne e in tutti i Venerdì di Quaresima l’Astinenza dalla carne.
(Al Digiuno sono obbligati i fedeli dai 18 compiuti ai 60 anni incominciati; L’Astinenza per coloro che sono dai 14 anni in sù. Nulla vieta che anche i bambini e i ragazzi adolescenti siano abituati a vivere almeno l’Astinenza).