





XI DOMENICA T.O.:Poichè ha molto amato è perdonata.
16 GIUGNO – 11a Domenica del Tempo Ordinario.
« POICHE’ HA MOLTO AMATO E’ PERDONATA »
In questa Domenica, nella relazione che Gesù pone con il fariseo Simone e la donna peccatrice, siamo chiamati a contemplare l’amore di Dio che perdona quando si ama molto. Gesù è stato invitato da Simone perché vuole ascoltarlo insieme ai suoi amici, per conoscerlo, lo chiama « Maestro », e non contesta le sue parole. Essendo, però, della classe dei farisei, che comincia a guardare Gesù con sospetto, Simone non gli offre i gesti cortesi della ospitalità come si usa verso gli ospiti di riguardo: il bacio all’entrata, il lavargli i piedi attraverso i servi, ungergli di profumo il capo. Egli, come buon fariseo, osservante dei precetti della legge, non si considera peccatore come quelli a cui Gesù annunzia la conversione. Simone si considera, più che figlio che ama Dio come padre, come un osservante della legge anche nei minimi dettagli e, quindi, si sente a posto con la propria coscienza.
Nel confronto con gli altri, che sono poveri e miseri peccatori, egli si stima come persona giusta e, perché no, anche migliore di questi e di tanti altri. Avverte un certo disagio per quella donna peccatrice che è entrata nella sua casa e compie gesti non gradevoli ai suoi e agli occhi degli altri ospiti. Gesù, a lui come agli altri farisei, rimprovererà, entrando in contrasto con essi, proprio il peccato di superbia, il peggiore, la chiusura egoistica, il disprezzo dei fratelli. Essi non si sen- tono nemmeno peccatori, per cui non viene loro nemmeno in mente di chiedere perdono a Dio.
L’incontro con la donna peccatrice.
La donna, conosciuta per la sua vita non corretta, sa di aver vissuto una vita di peccato, ma ha ascoltato l’invito di Gesù alla conversione, a ritornare all’amore di Dio, che come un pastore cerca la pecora perduta, e che, trovatala, più che punirla, se la pone sulle spalle e fa festa con gli amici per averla ritrovata. Ha sentito Gesù parlare di Dio come un padre che aspetta con pazienza il figlio, che si è allontanato da casa, e quando torna fa festa per averlo ritrovato. Così la donna ha riscoperto l’amore per questo Dio che la sta aspettando, e piangendo per la sua vita disordinata, chiede perdono per i suoi molti peccati.
Verso Gesù, che le ha rivelato che Dio è amore e misericordia, ella vuole compiere un gesto di riconoscenza e vuole avvicinarsi a lui. Ma come potersi avvicinare a Gesù, lei che è riconosciuta come « pubblica peccatrice ? ». Piena di coraggio sfida l’opinione di quella gente per bene, entra nella casa di Simone, e, avvicinandosi a Gesù, si inginocchia ai suoi piedi, scoppia in pianto, gli bagna i piedi con le lacrime e li asciuga con i suoi capelli. E come se non bastasse questo gesto di profonda umiltà glieli unge con un profumo prezioso. Simone con i suoi ospiti si indignano, perché Gesù si lascia toccare da una donna di tal genere. Perché, si chiedono, se è un profeta, dovrebbe sapere che razza di donna è quella che lo tacca e, dovrebbe scacciarla, invece di permetterle di compiere quei gesti.
« L’Amore copre una moltitudine di peccati ».
Attraverso la breve parabola dei due debitori, che dovevano ognuno verso un unico creditore, uno cinquecento denari e l’altro cinquanta, a cui, non avendo essi di che restituire, viene condonato loro il debito, Gesù chiede a Simone chi dei due amerà di più quel creditore.
Avendo Simone risposto: « Suppongo sia colui al quale ha condonato di più », Gesù gli fa capire che egli, credendo di non avere nulla da farsi perdonare da Dio, lo amerà di meno, a differenza della donna, che sentendosi una grande peccatrice e avendo molti peccati da farsi perdonare, certamente amerà di più Dio di lui e lo ringrazierà maggiormente della sua misericordia verso i peccatori. A differenza di lui, che non l'ha accolto con gentilezza, la donna ha dimostrato un grande amore per Dio e per Gesù, avendo compiuto gesti più proporzionati al perdono che ha ricevuto. Il Signore allora conclude con una sentenza che è valida per tutti: « Poiché ha amato molto, molto le viene perdonato ». Così Gesù riafferma quel grande e unico comandamento:
« Amate tanto Dio e amatevi tanto tra voi. Questa è tutta la legge ». San Giovanni Crisostomo soleva dire ai cristiani:« Se vuoi essere perdonato, ama. L’amore copre una moltitudine di peccati ». Anche nel Salmo responsoriale Davide canta che ciò che conta è credere nell’amore di Dio e amare. Il perdono di Dio è vissuto nella capacità di sentirsi amati gratuitamente, al di là dei propri meriti, nonostante tutte le debolezze umane. E questa è l’esperienza più grande che possiamo fare dell’amore di Dio. Nel sacramento della riconciliazione Dio offre a noi questo dono di grazia e il peccatore rinnova il suo incontro con Gesù e con il Padre celeste. A Lui, allora, offriamo le nostre lacrime, il nostro pentimento, il nostro ringraziamento, sicuri che il Padre ci riaccoglie con il suo abbraccio paterno: siamo riconciliati con Dio e rinnovati nella vita divina della sua grazia.
Santa Teresina di Lisieux e la « piccola via « dell’amore.
Questa santa, morta giovanissima, aveva capito profondamente il pensiero di Gesù e che l’unica cosa importante era l’amore, tanto da scrivere: « Gesù non bada tanto alla grandezza delle azioni che facciamo, neppure alla loro difficoltà. Guarda invece all’amore che ci fa fare quelle azioni… Non si tratta di cercare gli atti più difficili, ma di vivere con amore tutte le situazioni quotidiane ». Scriveva ancora: « Quando non sento nulla, quando sono incapace di pregare, quello è il momento di fare quelle cose da nulla che piacciono a Gesù più della conquista del mondo: per esempio “un sorriso”, “una parola gentile”, anche quando non ne ho proprio voglia ». La vita semplice di Santa Teresina non contiene miracoli, ma è una vita vissuta nella sua normalità, segnata da una grande amore per Dio e le sue sorelle nelle piccole azioni di tutti i giorni: voleva essere nella Chiesa il cuore pulsante di amore per Dio, Gesù e gli uomini. Attraverso questa “piccola via” santa Teresina ha raggiunto in brevissimo tempo un alto grado d santità.
Prima Lettura: 2Sam 12,7-10.13.
Natan, in maniera ferma, lucida e inflessibile, accusa e condanna il re Davide per i suoi peccati di adulterio e di omicidio. Ma la condanna non è l’ultima parola: questa è lasciata alla misericordia, dal momento che il re riconosce la sua colpa e si pente. Egli, avendo fatto male agli uomini, ha peccato contro Dio, e in questa offesa Davide riconosce la ragione della gravità della colpa: poiché in ogni uomo è presente Dio e ogni peccato è mancanza di fedeltà a lui. E’ Dio che gli rimette il suo peccato. Noi guardiamo a Gesù crocifisso, che versa il suo sangue, presente in ogni eucaristia, per la remissione dei peccati. Dal perdono deve sgorgare una vita nuova, nell’intima beatitudine di essere riconciliati.
Seconda Lettura : Gal 2,16.19-21.
Dice San Paolo che siamo salvati perché siamo in comunione con Cristo crocifisso e perché siamo entrati in intimità di viva e reale con lui: « Non vivo più io, ma Cristo vive in me ». Questa è la fede e la grazia: in noi vive il crocifisso come pegno della vita risorta. Per questa unione siamo giustificati, amati e nella sua morte si è conse- gnato a noi con un gesto infinito di amore. Pensiamo che possiamo salvarci da soli, noi deprezziamo e annulliamo il valore salvifico del Sacrificio di Gesù. Non distogliamo mai lo sguardo dalla croce se vogliamo essere salvati.
Vangelo : Lc 7,36-8,3.
Gesù perdona alla donna pentita dei suoi peccati perché riconosce di essere peccatrice e, esprime il suo ringraziamento attraverso gesti concreti, come segno del suo molto amore perché ha avuto perdonati molti peccati. Il fariseo Simone non può capire il perdono, perchè non è cosciente delle sue colpe e non si sente peccatore. Per questo non riceve la grazia fatta alla peccatrice, perché, sentendosi pulito e giusto, ha il cuore chiuso all’amore. La sventura più grande che possa accaderci è quella di sentirsi giusti, non bisognosi di misericordia.
CREDERE NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE GESù.
Ultimo aggiornamento (Sabato 08 Giugno 2013 19:26)
Solennità del CORPO E SANGUE DEL SIGNORE.
2 Giugno – Solennità del Corpo e Sangue di Cristo.
Il Pane di Dio dato agli uomini.
La vita degli uomini soffre speso la precarietà: senza lavoro, immersi spesso nella sofferenza, con delusioni, insuccessi, tristezze, angosce, calamità, ecc. Chi può soddisfare la fame che l’uomo ha di una vita migliore?
Il pane e le cose necessarie per la vita materiale dell’uomo sono problemi di giustizia sociale, che possono risolversi con maggiore equità distributiva delle risorse della terra, riducendo o azzerando il debito dei popoli poveri verso quelli più benestanti, rispettando la vita e la dignità di ogni individuo e essere umano. Tutte queste proclamatiche possono essere risolte con il solo sforzo dell’uomo? L’uomo senza Dio non si sente forse più fragile, angosciato, senza speranza e affamato non solo di beni materiali, ma anche di realtà spirituali che lo appaghino in maniera più duratura? Non basta, per i credenti, avere tavole più imbandite per sfamarsi, bisogna avere anche il coraggio di accedere alla mensa di Dio per non avere più fame.
Il pane di Dio è quello disceso dal cielo.
La fede e la parola di Dio ci fanno riconoscere il pane quotidiano come dono di Dio e per questo lo ringraziamo. Esso è dono della sua provvidenza, ma anche « frutto della terra e del lavoro dell’uomo ». Il credente sa che dipendiamo da Dio e lui ci ha donato ogni cosa: la vita, il mondo, la terra e ciò che essa produce. Ogni cibo è preparato, certo, dalle mani dell’uomo, ma è anche preparato dalla Provvidenza di Dio, il quale, dice Gesù « sa di ciò di cui abbiamo bisogno…poiché Egli fa crescere i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo » (Mt 6).
Nella prima Lettura della Parola di Dio di quest’oggi, Melchisedek offre ad Abramo pane e vino, come segno della benedizione di Dio, per avergli messo in mano i suoi nemici; Elia, il profeta, nel suo cammino lungo il deserto, viene sfamato da ciò che l’angelo gli appresta, per ben due volte, perché è lungo il cammino che deve affrontare fino all’Oreb, il monte di Dio; Gesù moltiplica i pani per sfamare la folla perché possa seguirlo nel deserto, ma soprattutto perché gli uomini capiscano che il pane del cielo che Egli avrebbe dato, è quello che essi devono ricercare per giungere alla risurrezione e alla vita.
Gesù risorto offre il pane e il pesce arrostito perché lo riconoscano e ai due discepoli di Emmaus spezza il pane perché lo riconoscano in quel gesto come « il pane disceso dal cielo che viene offerto come nutrimento da Dio ».
Se il pane materiale è segno della benedizione e della provvidenza di Dio per l’uomo e del dovere di dividere il nostro pane con chi è affamato, Gesù ci dà la sua Parola, il Corpo e il Sangue come cibo e bevanda di vita eterna per alimentare nel nostro spirito la vita divina; ci comunica il suo amore per la salvezza delle nostre anime e il suo Spirito come luce e forza per camminare fino al cielo.
Gesù è il vero pane del cielo che Dio ci dà.
Gesù nell’Eucaristia, come ha fatto nell’Ultima Cena prima di morire, ha dato se stesso come cibo di vita. Il mangiare, allora, il suo Corpo e bere il suo Sangue, non è compiere un rituale magico, in cui mangiamo carne e beviamo sangue, ma è un condividere la sua stessa vita, perché carne e sangue sono la sua stessa persona. Come durante un pasto che si condivide con gli amici e i parenti si esprime l’amicizia e l’amore dello stare insieme, così Gesù, nella sua Cena pasquale, ha espresso il desiderio che i discepoli diventino, quando fanno la sua memoria e mangiano il pane e il vino, che egli trasforma nel suo Corpo e Sangue, una cosa sola con lui, uniti dagli stessi sentimenti, dal medesimo stile di vita e orientati all’amore del Padre. Mangiare di questo pane, che è Gesù stesso, significa condividere la sua morte e la sua risurrezione e avere il pegno e l’anticipazione della vita eterna.
Dal pane terreno, che ci aiuta a vivere e risolvere il problema della nostra quotidiana sopravivenza, mantenendoci in buona salute e nella gioia di vivere in fraternità, Gesù ci chiede di passare a mangiare il suo Pane, con cui ci aiuta a raggiungere lo scopo per cui esistiamo: ritornare a Dio. Il cristiano, che vive e crede in Gesù, munito della sua forza e del suo Spirito. realizza anche la sequela di Lui nel dono della propria vita al Padre e nell’amore condiviso con i fratelli.
L’Eucaristia è il pane della condivisione.
Luca, nell’episodio della moltiplicazione dei pani distribuiti alla folla, ha ben presente questo rito compiuto dagli Apostoli nella Chiesa primitiva. Il Signore prende ciò che gli apostoli gli offrono e con questo gesto di solidarietà trasforma la condivisione in un gesto di amore e tutti mangiano a sazietà. Partecipare, allora, all’Eucaristia e non nutrirsi del pane eucaristico non è segno pieno della condivisione della vita di Gesù, vita offerta al mondo per amore e al Padre per obbedienza. Non partecipare pienamente dell’Eucaristia significa svuotare il rito di quello per cui è stato istituito. Partecipare alla Cena del Signore e non condividere il pane del nostro tempo, delle nostre gioie e fatiche, del nostro amare ogni giorno con tutti, mettendosi a disposizione degli altri, significa non accogliere Gesù, pane disceso dal cielo.
Come non si può vivere senza pane, così non si può vivere senza amore e soprattutto non si può vivere senza accogliere Gesù nella nostra esistenza quotidiana, in cui dobbiamo mettere in pratica la sua Parola e il suo Amore.
Prima Lettura : Gn 14,18-20.
L’offerta del pane e del vino da parte di Melchisedek - figura misteriosa che appare nel Vecchio Testamento – è una profezia, un preannunzio dell’offerta che verrà fatta dal vero Sommo Sacerdote, Gesù, costituito tale, come dice la Lettera agli Ebrei, non secondo l’ordine levitico, ma secondo l’ordine di Melchisedek, sacerdote del Dio Altissimo. Gesù, immolandosi sulla croce compirà questa offerta, e nei segni del banchetto eucaristico consegnerà se stesso con il suo Corpo e il suo Sangue, in sua memoria, come cibo di vita eterna.
Seconda Lettura : 1 Cor 11,23-26.
L’Eucaristia non è stata inventata dalla Chiesa. Essa la riceve dalla tradizione, cioè dal Signore stesso. E’ lui che nella notte in cui veniva tradito, ha consegnato ai discepoli il suo Corpo e il suo Sangue in sacrificio nei segni del pane e del vino, comandando loro di fare questo gesto in sua memoria. Il cibo e la bevanda eucaristica ci affidano la morte del Signore, la grazia di questa morte che ci ha redenti. Con l’Eucaristia entriamo a far parte dell’alleanza con Dio che Gesù ha reso possibile e ha confermato con il suo Sangue e il suo amore. Tutto questo deve essere vissuto il più degnamente possibile realizzando anche gesti di comunione con i fratelli.
Vangelo : Lc 9,11-17.
Gesù invita, come leggiamo nel Vangelo, gli apostoli a dividere alla folla del pane che però essi non hanno: lo fa Gesù moltiplicando i pani e i pesci di cui essi dispongono. Dopo aver reso grazie e averli spezzati tutti ne mangiano e sono saziati. Questa moltiplicazione preannunzia già l’Eucaristia, ciò che Gesù farà nell’ultima Cena e che Egli ha affidato agli Apostoli e alla sua Chiesa, dove a essere distribuiti non sono dei semplici pani e pesci, ma lo stesso Corpo del Signore. Gesù ci sazia con il dono di sé tramite il ministero della Chiesa, che continua al suo posto a sfamarci del pane della Vita.
La SANTA TRINITA'
26 Maggio – Santissima TRINITA’
La nostra vita nell’amore di Dio.
Può l’uomo nel suo cammino terreno raggiungere la verità tutta intera? Può raggiungere la totalità delle cose per cui vive: l’amore, la felicità, la libertà? Può l’uomo sperimentare un po’ d’amore, un po’ di felicità, un po’ di libertà. Ma finché siamo in cammino sulla terra tutte queste cose sono limitate. L’uomo da sempre ha ragionato su queste cose che gli mancano pienamente e come raggiungerle.
Solo Dio è il nostro tutto.
Nel Vecchio Testamento, prima della definitiva rivelazione, avvenuta con Gesù, la Sapienza narra gli interventi di Dio nelle realtà umane per trasfigurarle: le cose da Dio create prendono senso dalla Sapienza di Dio e sono orientate alla perfezione finale da essa, per cui la storia diventa la realizzazione del progetto di Dio al di là delle resistenze dell’uomo; l’uomo e la donna ricevono una dignità che non ha paragoni con le altre realtà create, perché ha fatto “ l’uomo poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo ha coronato e gli ha dato potere su tutto il creato ” (Salmo responsoriale).
Coloro che quindi non intravedono, nella perfezione del creato e negli avvenimenti che accadono, la presenza nascosta del creatore non vi scorgono il senso, la forza e l’amore che li sospinge verso la perfezione stessa, verso Dio. Questi sono tutto e ciò che Dio ha creato al di fuori di Sè, - Uomo, creato, universo -, non sono altro che ombra della sua presenza, della sua perfezione: esse, limitate, tendono però verso la perfezione fino all’incontro con il « Senza limiti ». Oltre le cose visibili, la vita, oltre il tempo e la storia i credenti, con lo sguardo della fede, scorgono la sapienza di Dio che tutto crea, tutto conserva in esistenza e sospinge tutto verso la perfezione: quando tutta quanta la creazione sarà trasformata nella gloria dei figli di Dio.
In Dio è il nostro futuro: la nostra piena realizzazione.
La nostra esistenza presente aspira alla piena realizzazione di sé, non solo in questa fase terrena, ma siamo aperti alla speranza, ad una realtà dopo la nostra morte, in cui avremo la felicità che in questa vita non abbiamo potuto avere pienamente. Noi ancora non abbiamo una piena conoscenza di Dio, del mondo, di Gesù che è venuto e ci ha rivelato il Padre, il suo progetto di amore, la sua volontà, e ci ha insegnato a vivere la nostra figliolanza imparandola da lui. Ma quanto è difficile realizzare questa nuova identità adottiva, ricevuta come dono, per cui, a volte, non riusciamo a sorreggere la fatica di vivere questa realtà. Nella fede camminiamo e, anche se immersi nelle difficoltà di una terra d’esilio, attendiamo che Dio porti a compimento il suo progetto e si riveli totalmente a noi come il Tutto che ci avvolge, come luce che ci illumina, come libertà piena, come gioia incomparabile, come vita nella sua immensità, liberata dalla corruzione della carne e trasformata dalla sua potenza divina.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Nel nome della Trinità noi siamo stati segnati nel nostro Battesimo; ci segniamo ancora con il segno della croce; nel nome della Trinità ci raduniamo in preghiera. Tutto questo deve portarci a vivere la nostra vita orientati alla comunione con le tre Persone divine e ciò significa: ringraziare il Padre creatore, per il dono dell’esistenza e dei suoi doni; ringraziare il Figlio che con il dono totale di sé ci ha redenti; ringraziare lo Spirito Santo che ci santifica con la sua presenza, attraverso i Sacramenti, la sua Parola, i suoi doni, nella vita della Chiesa, di ognuno di noi, e nella vita e nell’impegno di tutti gli uomini di buona volontà. Questa comunione con la Trinità ci porta a nutrire la speranza di giungere alla meta, che non è il nulla o l’insoddisfazione del parziale, ma è una meta di vita piena e di eterna beatitudine che Gesù Salvatore ci ha meritato. Memori del passato che ci educa, radicati nel presente che contiene frammenti di Dio, noi siamo orientati verso un futuro che appartiene a Dio e a noi, per suo dono, con Lui. Il segno di croce con cui ci tracciamo ci indica che noi siamo da Lui, viviamo e a Lui apparteniamo e in Lui vivremo. Siamo della Trinità tutta e dalle Persone divine riceviamo la perfezione della libertà, dell’amore, della vita. Il nostro futuro in Dio è una speranza che possiamo è dobbiamo ormai conseguire, perché la vita eterna non sarà più un tormento, ma solo estasi, non ci sarà più né lutto, né dolore, né affanno, ma pienezza di gioia. Non più mezze verità, ma la verità tutta intera. La verità sull’uomo e sul mondo è la Trinità nella sua Sapienza e nel suo Spirito e nella Comunione del-l’amore, finalmente liberi dalla corruzione e dalla morte, pienamente appagati per l’eternità dall’amore della Trinità
Prima Lettura: Prv 8,22-31
La Sapienza è la personificazione di Dio stesso, il Creatore e il Salvatore: nel Nuovo Testamento Gesù sarà la Sapienza, il Verbo incarnato. Nel creato Dio vi ha posto la sua sapienza e per questo il credente è chiamato a contemplarla e riconoscerla in esso.
Seconda Lettura :Rm 5,1-3.
Per mezzo del Signore Gesù possiamo sperare di raggiungere la comunione piena con il Dio Unico in tre Persone: Per questo Paolo saluta i cristiani augurando loro che l’amore del Padre, la grazia e la pace di Cristo e la comunione dello Spirito Santo sia sempre nella loro vita.
Vangelo: Gv 16,12-15,
Poiché quello che il Padre possiede è del Figlio, lo Spirito, che da loro procede e che inviano, rende i discepoli del Signore capaci di comprendere e annunciare ciò che Egli dice loro.
Ultimo aggiornamento (Domenica 26 Maggio 2013 00:25)
La Pentecoste: Gesù dona lo Spirito.
19 Maggio - Domenica di Pentecoste.
Gesù dona lo Spirito per la vita della Chiesa.
Il racconto della Pentecoste degli Atti degli Apostoli segna l’inizio della Chiesa e della sua missione. Luca ci racconta quanto è accaduto e anche che ciò che è accaduto è una realtà che coinvolge la vita delle comunità di tutti i tempi. Lo Spirito del Signore, da quel momento operante nella Chiesa, fa sbocciare l’amore per Cristo nel cuore dei fedeli. Lo Spirito genera nei credenti la comunione con il Padre, come Gesù aveva detto: « Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui ». La Chiesa, oggi, è chiamata a collaborare con lo Spirito per rinnovare il mondo attraverso l’annuncio e la testimonianza di coloro che sanno di essere salvati.
Dalla Pentecoste una nuova e definitiva alleanza.
Nella Pentecoste, festa della mietitura, divenuta successivamente festa della rinnovata alleanza del Sinai tra Dio e il popolo d’Israele, discende lo Spirito Santo che Gesù invia dal Padre dando inizio a una nuova alleanza realizzata da Gesù tra Dio e l’umanità.
Questo avvenimento collocato nel giorno della Pentecoste ebraica, indica che la nuova alleanza, nel nuovo popolo di Dio, la Chiesa, fa superare ogni barriera etnica e religiosa: vi erano, infatti, a Gerusalemme uomini di ogni nazione, e tutti comprendono nella propria lingua nativa ciò che gli apostoli dicevano ripieni dello Spirito Santo. La lieta notizia è compresa da tutti e nuova è ormai la comunicazione tra gli uomini, diversa da quella derivante da Babele.
Lo Spirito effuso permette agli uomini di comunicare l’esperienza del Cristo risorto. Lo Spirito, più che fare ciò che spetta a noi fare o dirci cosa dobbiamo fare, ci dà la forza e la possibilità di operare quanto noi dobbiamo fare e operare. Nella Pentecoste avviene un incontro tra i testimoni di un avvenimento: gli apostoli e coloro che sono presenti a Gerusalemme: uomini in cerca della verità. Lo Spirito permette che tra gli apostoli e questi è possibile comunicare; che la verità del Cristo, morto e risorto per tutti, può raggiungerli e, pur essendo diversi, renderli uniti in un nuovo popolo. Pur mantenendo, allora, la propria identità, cultura e diversità, è possibile comunicare la realtà della lieta notizia e partecipare della salvezza. La diversità diventa così una ricchezza e una rinnovata possibilità di collaborazione e di incontro.
Una comunità missionaria.
Se nella Babele antica regnava la divisione tra gli uomini, i quali erano incapaci di comunicare tra loro, nella Pentecoste, tutti, pur rimanendo nella diversità che li caratterizza, sono riuniti nella stessa fede nello stesso Signore. Ogni qual volta un gruppo di uomini e di donne, di adulti e giovani, di bambini vecchi, sono riuniti per ascoltare la parola di Cristo risorto, resa presente e operante dalla potenza dello Spirito Santo, la Chiesa ricomincia in una aurora continua. La Pentecoste invita ogni comunità cristiana a mettersi in stato di missione verso tutti gli uomini. Lo Spirito Santo dà ai cristiani, spesso paurosi, la forza di essere testimoni trasformati e convinti, pronti a riprendere il cammino del Cristo per continuare la sua opera di salvezza e di perdono, annunciando così il mondo ha sempre nuovi orizzonti da raggiungere e che camminare e lavorare per rendere l’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo (Ef 4,13b).
Per la crescita di tutti.
Lo Spirito dispensa ad ognuno dei doni che bisogna mettere a disposizione di tutti per il bene di tutta quanta la Chiesa, nella logica e nello spirito del servizio, della disponibilità, dell’accoglienza. Non tutti possono parlare nello stesso tempo, per esempio, perché mancherebbe lo spazio per l’ascolto. Non possono esserci doni per la rivalità o per l’oscuramento degli altri doni: tutti devono concorre al bene di tutta quanta la Chiesa di Cristo. Ognuno non può ritenersi tutto il corpo, né un servizio può pretendere di ricapitolare in sé tutti gli altri servizi, perché altrimenti la vita della comunità sarebbe minacciata e verrebbe smentita la logica del servizio. Con la Pentecoste la comunità è chiamata ad essere missionaria: in essa ogni credente riceve il dono di manifestare lo Spirito per l’utilità comune.
Prima lettura: At 2,1-11.
I discepoli di Gesù sono stati obbedienti. Hanno atteso la venuta dello Spirito Santo promesso, che appare loro sotto forma di lingue di fuoco. Con la venuta dello Spirito comincia l’annunzio delle grandi opere di Dio, che si riassumono nell’avvenimento della morte e risurrezione di Gesù. Ciò che sorprende è che ognuno sente la gioiosa proclamazione nella propria lingua pur essendo dei Galilei a parlare. L’insolenza della torre di Babele e il castigo della confusione sono vinte con la proclamazione del Vangelo. La fede pur volgendosi a popoli, lingue, tradizioni diverse, crea l’unità, perché tutti sono chiamati a divenire figli di Dio. La confusione che la superbia aveva portato tra gli uomini è ricomposta n un ità dallo Spirito Santo. Esaminiamoci se siamo operatori di unità o se invece fomentiamo la discordia; se, rompendo il cerchio che ci chiude in noi stessi, sappiamo uscire versi gli altri e creare comunione.
Seconda Lettura: Rm 8,8-17.
Non siamo più degli schiavi, ma figli di Dio; e infatti lo chiamiamo «Abba », «Padre ». Figli di Dio diventiamo perché riceviamo lo Spirito di Cristo, lo Spirito che ci fa appartenere a lui. Da questo Spirito deriva il principio, la garanzia, il pegno della risurrezione. La morte alla fine della vita è vinta. Certo bisogna vivere adesso secondo lo Spirito, non secondo la forma o il modello che è ancora quello, dice Paolo, della carne, cioè dell’uomo implicato e convivente col peccato. Se poi siamo figli di Dio, siamo eredi insieme con Cristo. Ci aspetta la gloria. Tutto il resto quaggiù passa; nessuna eredità rimane e ci dà piena soddisfazione. Anche le nostre sofferenze allora vengono illuminate: sono quelle di Cristo in noi, motivo quindi di gloria futura.
Vangelo: Gc 14,15-16.23b-26.
Il segno dell’amore a Dio non sono le parole e i propositi, ma le opere. Ossia: l’osservanza della parola di Cristo. Chi pratica i comandamenti riceve il Paràclito, anzi inabitato il lui il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che, in particolare, viene inviato come colui che apre l’intelligenza a comprendere e a trattenere le stesse parole del Signore. E’ lui che rende vivo e fa conservare in noi il Vangelo.