





INCONTRIAMO GESÙ RISORTO NELL'EUCARISTIA.
23 – APRILE - 3a DOMENICA DI PASQUA
L’incontro con i due discepoli di Emmaus.
Con la risurrezione di Gesù inizia il cammino della Chiesa e quello dei due discepoli, che vanno verso Emmaus e lo riconoscono nello spezzare il pane.
Questo cammino rappresenta il percorso di fede che, partendo dall’ascolto delle Scritture, culmina nello spezzare il pane dell’Eucaristia, memoriale del sacrificio di Cristo, e rimette i discepoli in cammino di testimonianza di quello che hanno sperimentato con il Signore risorto.
I discepoli di Emmaus fanno trasparire delusione e tristezza, perché gli eventi che attendevano non si sono verificati e, perciò, la loro speranza è infranta. Sono frustrati per il fraintendimento che essi hanno della figura del Messia, che non contempla la passione, per cui la notizia della risurrezione di Gesù resta per loro inaccessibile. Essi, mentre si allontanano da Gerusalemme, si allontanano dal luogo della crocifissione, dalla comunità dei discepoli. Conversano e discutono manifestando una memoria conflittuale degli eventi accorsi a Gesù e nel pellegrino, che si accompagna loro lungo il cammino, non riescono a riconoscerlo e comprenderlo risorto.
Il pellegrino, a differenza dei due, interpreta le Scritture e gli eventi partendo dalla gloria: « Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria ?» (Lc 24,26). Gesù inserisce la passione all’interno del piano di salvezza che ha il suo centro nella risurrezione. Egli, con delicatezza, accompagna i due nel cammino di fede, così come la Chiesa è chiamata a fare con gli uomini di oggi, accostandoli, ascoltandoli, camminando con loro e accompagnandoli con pazienza, fino a far loro scoprire la sua presenza: « quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro » (Lc 24,30).
Con il richiamo dell’Ultima Cena, Gesù lega l’Eucaristia agli eventi pasquali e viceversa, rendendoli attuali ed efficaci quando vengono rivissuti nel suo memoriale. Così i discepoli, riconoscendolo nello stesso momento in cui scompare e sostituendo alla vista e percezione fisica la fede in lui, rileggono il loro cammino e la vicenda di Gesù alla luce dell’esperienza del Risorto.
Nella colletta iniziale ci rivolgiamo a Dio dicendo:« O Dio, che in questo giorno santo raduni la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci di conoscere il Cristo crocifisso e risorto che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture e si rivela a noi nello spezzare il pane ».
La comunità ricostruita.
Incontrare Gesù risorto comporta un ritornare dagli altri fratelli, per raccontare la propria esperienza del Signore e, come i due, « Ritrovare riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro »(Lc 23,33). Così ci si riconosce nella comunione ecclesiale, dalla quale ci si allontana per vari motivi, e che, intorno alla fede nel Risorto, viene ritessuta.
In tutte le letture della Parola di Dio di questa domenica centrale è la narrazione degli eventi pasquali, con tutte le emozioni e livelli di comprensione propri dei vari personaggi a cui Gesù appare.
Il Cristo risorto è sempre presente nella Chiesa, specialmente nei sacramenti pasquali, cioè nell’Eucaristia. In essa noi lo riconosciamo come il Cristo crocifisso e risorto, che ci accompagna nel nostro pellegrinaggio nel mondo. Lo riconosciamo non separati l’uno dall’altro, ma tutti insieme. La comunità cristiana, che si raccoglie per spezzare il pane, è il segno dell’ « umanità nuova pacificata nell’amore », l’amore che deriva dal Figlio di Dio, « vittima di espiazione per i nostri peccati ».
Siamo fratelli, dotati dell’identica e della più grande dignità che è quella di essere figli di Dio. Parte da qui la carità vicendevole e la speranza di essere un giorno in comunione con Gesù risorto. Rimeditando questo e applicandoci a metterlo in pratica, facciamo l’esperienza della « rinnovata giovinezza dello spirito » di cui parla una colletta. Gli anni che trascorrono possono sì lasciare in noi tracce di vecchiezza, ma non nella vita interiore che già è una condivisione della risurrezione di Gesù.
Prima Lettura: At 2,14.22-33.
Dopo la passione, sopportata per dare compimento alla volontà del Padre nel suo disegno misterioso e salvifico, Gesù è risuscitato dal Padre. Così, quello che sembrava un fallimento risulta una riuscita. Ma quel che ora è importante è accogliere tutta la grazia che è contenuta nel mistero della morte e della risurrezione del Cristo redentore. E’ difficile per l’uomo comprendere la ragione per cui Dio abbia scelto il cammino della croce per salvare l’umanità: appartiene al suo segreto insondabile. Di fatto dalla croce fluisce la grazia che ci riconcilia con lui e ci reintegra nel rapporto di amore che Dio aveva stabilito creandoci.
Seconda Lettura: 1 Pt 1,17-21.
La lettura degli eventi pasquali, sui quali siamo chiamati a riflettere, vuole condurci a meditare sui risvolti pratici che essi hanno nella vita dei credenti: la Chiesa, costituita da coloro che accolgono la predicazione apostolica e si fanno battezzare, è la comunità di coloro che credono in Dio e si riconoscono nella comune fede nel Cristo crocifisso e risorto.
Siamo stati liberati dal peccato con un prezzo altissimo, impensabile, il Sangue di Gesù: da ciò comprendiamo che siamo stati amati con un amore davvero grande, immenso, poiché il Figlio di Dio, come aveva detto agli apostoli, ha dato per noi la sua vita e ci ha posti in rapporto filiale col Padre (1 Pt 1,21).
L’uomo, è importante agli occhi di Dio, se per liberarlo Gesù ha sopportato la passione ed è morto in croce. E’ un disegno – come dice san Pietro – che è stato oggetto della scelta divina « già prima della fondazione del mondo »: disegno eterno, manifestatosi negli ultimi tempi « per voi ». E’ per tutti noi, e per ogni uomo che in Gesù è stato concepito e salvato.
Se i cristiani, nel mondo, vivono come stranieri, perché perseguono una patria che non è di questo mondo visibile, ciò non significa che sono alieni. Anzi, il cristiano deve, anche se si sente straniero, partecipare attivamente e con pieno coinvolgimento nella terra dove abita per il bene e la salvezza degli uomini, ma contemporaneamente sa di essere cittadino di un’altra patria, verso cui il cristiano si sente in cammino. Questo è il senso del camminare dei due discepoli del Vangelo verso l’Emmaus, come anche il nostro: siamo, lungo la nostra esistenza in cammino e condividendo un tratto di percorso, accompagnati da Gesù che ci spiega le Scritture, quando ci sentiamo tristi e sfiduciati. Egli ci fa comprendere, coinvolgendoci, le sue vicende, fino a riconoscerlo risorto, quando spezziamo il pane dell’Eucaristia, come avvenne nell’Ultima Cena, e tutte le volte che la comunità la celebra in sua memoria.
Vangelo: Lc 24,13-35.
I discepoli di Emmaus sono guidati da Gesù a rileggere la Scrittura e a comprendere che la passione, sopportata dal Signore, non è stato un incidente improvviso e contrario al disegno di Dio, ma ne è stata il compimento della sua vicenda terrena, passaggio per entrare nella sua gloria. Questa « provvidenza » della passione ora prosegue in noi, non senza suscitare incomprensione a motivo della tardezza e ottusità del nostro cuore. Dobbiamo anche noi tornare alle Scritture per attingervi conforto alla fede e alla speranza. Dobbiamo chiedere a Gesù che sia lui a introdurci in esse e a spiegarcele in modo tale che ci arda il cuore, come ai due discepoli.
Osserviamo poi che Gesù è riconosciuto alla frazione del pane: così anche da noi nell’Eucaristia viene avvertita la sua presenza e la sua compagnia. Spiegazione delle Scritture e frazione del pane: è già la nostra Messa, cui prendiamo parte per poter compiere con Gesù la nostra Pasqua.
BEATI QUELLI CHE NON HANNO VISTO E HANNO CREDUTO:LA RISURREZIONE DI CRISTO SORGENTE DI SALVEZZA.
16 APRILE - IIa DOMENICA DI PASQUA.
Domenica in « albis » o della « Divina Misericordia ».
Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.
Ogni domenica commemoriamo la Pasqua del Signore, la sua risurrezione, che noi accogliamo nella fede, per cui, come disse Gesù a Tommaso « siamo beati perché crediamo senza aver visto ».
Gesù risorto appare agli apostoli che lo riconoscono e noi sulla loro testimonianza fondiamo la nostra fede, che ha sorretto lungo i secoli, in mezzo alla tribolazioni e il martirio, i credenti in lui.
Nella colletta iniziale preghiamo dicendo: « Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati ad una speranza viva, accresci in noi la fede nel Cristo risorto, perché credendo in lui abbiamo la vita nel suo nome ».
Prima Lettura: At, 2, 42-47.
La primitiva comunità cristiana viveva nell’ascolto della parola degli apostoli e nella carità vicendevole, celebrava l’Eucaristia, e pregavano insieme. Tutto questo era motivo di gioia che veniva trasmessa a coloro che si avvicinava alla comunità, che così godeva della stima da parte di tutto il popolo. Un altro segno privilegiato che i credenti vivevano era che « avevano ogni cosa in comune ». Fede e amore reciproco erano strettamente uniti nella vita degli apostoli e di tutti coloro che aderivano al Signore. Separare questi due aspetti, credendo che la fede sia vera e sufficiente anche quando non sia animata e provata dalla carità è certamente una visione falsata e riduttiva della testimonianza cristiana. In un cuore chiuso alla carità fraterna non vi può più abitare la Parola di Dio; e quando non sono presenti nel credente l’amore a Dio e la sua Parola incarnati attraverso la pratica della carità fraterna la fede si spegne.
Dalla fede nel Risorto, per coloro che credono in lui, nasce un nuovo stile di vita. Ripensiamo al sangue che ci ha liberato, allo Spirito che abbiamo ricevuto, e quindi in modo particolare al Battesimo che è stato l’inizio della nostra comunione al mistero pasquale.
A queste meraviglie della salvezza deve corrispondere « il frutto della vita nuova » e la testimonianza a Gesù Vivente che, nelle nostre opere, comporta: - l’essere assidui « nell’insegnamento degli apostoli, ( ascolto del vangelo ); - nella « comunione fraterna » (condivisione dei beni ); - nello «spezzare il pane » ( celebrazione dell’Eucaristia); - nelle « preghiere » ( pratica costante della relazione con Dio ) ». Con questa testimonianza, che comporta ciò che la comunità deve vivere e realizzare e non fidando in progetti e marketing, « Il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati ».
Al « timore dei giudei », forti della presenza dello Spirito, i discepoli e i credenti in Gesù sostituirono una missionarietà fondata sulla fedeltà al mandato di Gesù di annunziare la sua risurrezione, anche a costo di andare incontro a persecuzioni o peripezie varie. Chiudersi nella propria referenzialità o nella pigrizia della propria intima testimonianza senza il coraggio dell’annunzio, badare solo alla propria sopravvivenza nell’ambito della propria comunità o nel proprio gruppo , significa tradire, come Chiesa, come comunità più o meno grande che sia, la propria natura missionaria che Cristo ci ha comandato di avere, per continuare la sua missione: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Gv 20,21).
Questo compito nobile, entusiasmante, è capace di aprire, nel nome del Signore, nuovi orizzonti, sperimentare nuovi linguaggi, percorrere nuove vie di evangelizzazione, che lo Spirito del Risorto suggerisce e per cui dà forza e coraggio per realizzarle.
Seconda Lettura: 1 Pt 1,3-9.
La risurrezione di Cristo è, come dice San Paolo, per il nostro cuore fonte di speranza « viva », capace di farci raggiungere l’eredità dei cieli, ed essere così nella comunione gloriosa con il Signore Gesù risorto. L’apostolo ci ricorda ancora che questa eredità è tutta diversa da quella che viene trasmessa da un padre al figlio: quella cristiana « Non si corrompe, non marcisce ».
L’eredità terrena è sempre precaria esposta a vari rischi e al deperimento. Spesso è causa di implacabili risse e divisioni anche nell’ambito degli stessi eredi. Sperare di raggiungere l’eredità del cielo, cioè – la vita eterna con Cristo – è fonte di gioia, la quale è ben diversa da quella superficiale e passeggera che spesso ricerchiamo. Nella speranza e nella gioia che speriamo ci conseguire nel cielo riusciamo a sopportare le prove che ci affliggono. Queste ci purificano e danno pregio alla fede e la rendono purificata, come l’oro che viene provato con il fuoco. Sarebbe troppo facile dichiararci credenti, se ci tirassimo indietro e non seguissimo il Signore che ci chiama ad associarci alla sua passione. Non è scansando la croce, ma morendoci sopra che Gesù ci ha acquistato l’eredità che non perisce.
Vangelo : Gv 20, 19-31.
Gesù risorto, apparendo agli apostoli, augura la pace, con l’insieme dei beni che il mistero della Pasqua ha procurato agli uomini: la grazia divina, la gioia, la speranza. Poi l’effusione dello Spirito, per cui ci possono essere rimessi i peccati.
La Chiesa è il luogo e il sacramento della misericordia e del perdono, dal momento che in essa vive lo Spirito Santo. Non sono i ministri della Chiesa che trasmettono la propria santità ma è lo Spirito che sa rinnovare e purificare la vita degli uomini.
L’episodio di Tommaso, che non vuole credere se prima non tocca e non vede, ha fatto di lui un discepolo incredulo, un resistente alla fede, ma è il prototipo dell’uomo di sempre. Egli, che aveva visto la radicalità e la potenza della morte di Gesù, non può accettare la sua risurrezione. E se il Risorto non fosse il crocifisso? Avrà pensato. Se così, l’annunzio degli apostoli non avrebbe avuto valore. Ma otto giorni dopo, quando anche Tommaso è con gli altri nel Cenacolo, davanti a Gesù che lo invita a toccarlo e a mettere le sue dita nel foro dei chiodi e la sua mano nel costato, egli, profondamente sconvolto, professa la sua fede dicendo : « Mio Signore e mio Dio ». Questo di Tommaso è un traguardo a cui giunge attraverso un travaglio interiore, di ricerca, di domanda e di sfida per una fede facile e superficiale. Come a Tommaso, anche a noi, Gesù dice di « non essere più increduli, ma credenti »: davanti al problema del male è facile cadere nell’incredulità. E Gesù allora proclama « beati quelli che non hanno visto e hanno creduto ». La vicenda di Tommaso, con la sua preghiera-adorazione – come risposta al Risorto, può essere anche la nostra.
Così il mostrare le piaghe da parte di Gesù risorto nel suo corpo glorioso accentua lo scandalo del male, perché segni della sua passione.
Davanti all’enigma del male, a cui l’uomo con la sua riflessione teologica, filosofica, psicologica non ha saputo dare una soddisfacente spiegazione, Dio, nel suo Figlio, lo affronta e lo vince e non dà spiegazioni razionali di esso, se non ponendo l’atteggiamento dell’amore, che per dimostrarlo a chi si ama, si è disposti a donare la vita.
La professione di fede di Tommaso, che riconosce Gesù come Signore e Dio è un altro momento dell’incontro di Gesù risorto con gli apostoli. Gesù affida quindi l’impegno della predicazione e la narrazione stessa del Vangelo affinché gli uomini scoprano in lui il vero Dio e il Signore glorioso. Per questo siamo chiamati fedeli e discepoli. Solo che la nostra fede non deve vacillare ».
ACCOMPAGNIAMO CRISTO LUNGO I GIORNI DELLA SUA MORTE E RISURREZIONE.
2 APRILE – DOMENICA DELLE PALME.
Con la domenica delle Palme – l’ingresso di Gesù in Gerusalemme – apriamo la Settimana Santa, la principale settimana di tutto l’anno liturgico.
Essa è la più ricca delle memorie dei misteri della redenzione: la passione, la morte, la sepoltura, la risurrezione del Signore. La comunità cristiana è chiamata a raccogliersi frequentemente:
- per l’ascolto della Parola di Dio, che rievoca, dalla Bibbia, i grandi momenti della nostra salvezza;
- per la preghiera, come risposta riconoscente e piena di lode ai gesti della misericordia divina che il Padre celeste ci concede nel suo Figlio.;
- per la celebrazione dell’Eucaristia, sacramento in cui ritroviamo, nei se- gni del pane edel vino, il Corpo di Gesù offerto per noi e il suo sangue del sparso per la remissione dei peccati;
- per la solenne adorazione della croce del Venerdì Santo, nel ricordo della passione del Signore;
- per la solenne Veglia di Pasqua.
Gesù, condivide la nostra fragilità umana, attraverso la sua umiliazione, il dolore, la sofferenza e la sua passione, ci insegna a superare questi limiti, e chiede di accogliere la volontà salvifica di Dio, confidando nella forza che viene da Lui e non nelle nostre forze.
Sono giorni di passione della Chiesa rivivendo in sé i dolori di Cristo; sono giorni di raccoglimento e di silenzio per meditare il disegno sorprendente e stupendo del Figlio di Dio che ci ha amati fino a morire in croce; sonogiorni in cui dobbiamo nutrire la speranza, perché Cristo ha vinto il Male definitivamente e ha sostituito alla morte la risurrezione; giorni, quindi,
che ci riempiono di serenità e di gioia, se scopriamo la forza della carità che ci ha riscattato e della vita nuova che ci viene da Gesù risorto, inizio e germe di vita risorta per tutti gli uomini.
In questa domenica delle Palme, che è come varcare una soglia, dal clima della quaresima a quello più intimo e solenne della Settimana Santa, ripercorriamo spiritualmente l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. per entrare poi nel Triduo pasquale, in sintonia col mistero della Morte e Risurrezione del Signore.
Riviviamo gli eventi della salvezza facendo esperienza della grazia ricevuta già una volta nel battesimo; riscopriamo il significato della passione del giusto innocente, per continuare a fare tesoro dei meriti salvifici di Cristo, evitando che il ripercorrere gli eventi della passione ci coinvolga solo superficialmente.
Quello celebrato in questa domenica è un evento glorioso per Cristo acclamato come il re d’Israele, che viene nel nome del Signore. Ma, insieme, questa gloria e regalità di Cristo è solo preannunciata: Egli deve prima passare attraverso la passione. Con questa domenica si apre la Settimana Santa in cui Gesù apparirà come il Servo umiliato fino alla morte, che « consegnandosi a un’ingiusta condanna, porta il peso dei nostri peccati » e nella sua morte lava le nostre colpe.
La processione osannante di oggi, con i suoi canti e la sua festosità, non deve farci dimenticare che alla risurrezione non arriveremo per via diversa da quella che passa per il Calvario.« Chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione ».
Gesù entra in Gerusalemme non con la prepotenza ma con l’umile mitezza. Viene accolto festosamente. Ma non illudiamoci troppo: dopo pochi giorni non mancherà chi lo vorrà crocifisso. Gesù va accolto nel cuore e imitato nel suo doloroso cammino. Soltanto così non lo tradiremo mai.
Egli entra come un re nella città santa, e il suo dono è la pace. Noi ci affatichiamo invano di ottenerla se non dominiamo i nostri istinti di prepotenza, se non riconosciamo in Gesù, che cavalca umilmente un puledro, lo stesso Figlio di Dio, venuto a riconciliarci con il Padre e tra noi.
La Settimana Santa ha per scopo la venerazione della Passione di Gesù Cristo dal suo ingresso messianico in Gerusalemme.
Le ferie della Settimana Santa, dal lunedì al giovedì, hanno la precedenza su tutte le altre celebrazioni.
Il Giovedì della Settimana Santa, al mattino, il vescovo, celebrando la Messa col suo presbiterio, benedice gli oli santi e fa sacro il crisma.
I colori liturgici sono: rosso per la domenica delle Palme, viola per il lunedì, martedì, mercoledì, bianco per la Messa crismale.
Prima Lettura: Is 50,4-7.
Il Servo di Dio è esempio di docilità, di ascolto della Parola e della volontà divina. Destino misterioso è quello del Servo: Egli è fatto oggetto di flagelli, di sputo, di scherni e tuttavia non si ribella. In lui prevale l’accoglimento di un disegno per una missione di salvezza. Leggendo in questa domenica delle Palme il brano di Isaia, con la mente corriamo subito a colui che non è venuto per essere servito, ma per essere servo e offrire la propria vita come prezzo di per la nostra liberazione dal male.
Seconda Lettura: Fil 2,6-11.
San Paolo scrivendo ai Filippesi ci esorta a contemplare il mistero di Cristo, dalla sua preesistenza eterna fino alla sua glorificazione.
Nella prima parte dell’inno contempliamo Gesù che, condividendo con il Padre dall’eternità la sua condizione divina, ha assunto la condizione umana di servo, divenendo simile a noi. Nel mistero dell’incarnazione la divinità riduce se stessa a vantaggio dell’umanità, perché « non ritenne un privilegio l’essere come Dio »: ecco lo spogliamento del Figlio di Dio, che nell’umiliazione e nell’obbedienza, con atteggiamento di fedeltà estrema al Padre, giunge all’abbassamento della croce, in un’obbedienza fino alla morte nella sua forma più ignominiosa.
Nella seconda parte dell’inno, dopo l’umiliazione, dopo l’obbedienza, viene cantata la risurrezione, la esaltazione del Servo suo Figlio: se la croce è il suo « sì » di amore al Padre e di consenso alla fraternità, la esaltazione è la fedeltà del Padre verso il Figlio.
Nella passione e morte del Figlio, che non sono fine a se stesse, e nella sua risurrezione abbiamo, strettamente uniti tra loro, i due grandi misteri di morte e di esaltazione del Cristo, di colui che oggi e sempre è il Signore di tutto e che ha aperto l’umanità alla speranza cristiana della gloria.
Consapevoli della volontà salvifica del Padre, ottenuta per la obbedienza del Figlio, possiamo bandire ogni forma di scoraggiamento e di sfiducia nei momenti difficili e della croce, perché il Cristo « pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono » ( Eb 5,8-9).
Le espressioni che in alcuni momenti si è soliti dire:« Ma posso avere il perdono di Dio ? Per me non c’è possibilità di perdono …» non devono indurci alla disperazione, perché Dio, anche se a volte crediamo di essere immeritevoli di perdono, nella sua misericordia lo offre per il suo grande amore e per avere mostrato la sua volontà salvifica riguardo all’uomo nella croce redentrice di Cristo e nella sua glorificazione, da dove intercede perennemente per noi tutti.
Vangelo: Mt 26,14-27,66.
Ascolteremo la narrazione della passione di Gesù dal Vangelo di Matteo: dall’istituzione dell’Eucaristia fino alla passione e sepoltura. Anche per Matteo la passione di Gesù è l’adempimento delle Scritture che annunziano la salvezza. Più che di un l resoconto oggettivo, staccato, è una storia che non si deve solo ascoltare, dobbiamo risentire in noi questi avvenimenti: Cristo li ha patiti per noi. Nell’addentrarci nella Settimana Santa rivediamo il nostro atteggiamento:
- rispetto al nostro peccato, lato oscuro della nostra vita, possiamo, come Giuda che si suicida perché non ha più speranza se non nella morte, essere presi dalla disperazione;
- di fronte alla croce, invece, possiamo avere i sentimenti di Pietro, che parla, promette e, di fronte alla prova dei fatti, tradisce, fugge e lascia solo Gesù; ma al canto del gallo, in un profondo senso di pentimento, lava con le lacrime il suo peccato e apre il suo cuore al perdono di Gesù,
- o quelli del cireneo che, coinvolto per caso nella situazione, condivide la croce con Cristo e ci invita a portare la croce di Cristo, in tanti fratelli che abbiamo intorno e che ci chiedono di portare i pesi gli uni degli altri.
Nessuno può giudicare o condannare i protagonisti suddetti, perché tutti, iniziando dal primo peccato che, all’inizio della Quaresima, ci è stato ricordato, ne siamo coinvolti, per cui è necessario per tutti partecipare alla storia della salvezza che si compie sulla croce. Per la solidarietà che ci lega tutti e non solo quelli che erano presenti al tempo degli eventi della passione del Signore, ognuno, assumendo la responsabilità per il male che compie, deve dire: per me il Signore è stato tradito ed ha sudato sangue; per me ha subito gli sputi e gli schiaffi; per me è stato bastonato, ha portato la croce, è morto ed è stato sepolto.
Solo con questi atteggiamenti, riconoscendoci tutti peccatori, possiamo aprirci la via alla redenzione e alla salvezza.
Questa deve essere la passione che ripassa nel cuore di ogni discepolo, nel cuore della Chiesa, che la ripercorre con la sofferenza e la riconoscenza della Sposa fedele.
CRISTO GESÙ, VITA NUOVA DI CHI CREDE.
26 APRILE – V DOMENICA DI QUARESIMA.
L’amore di Dio e la risurrezione dei morti.
Con il battesimo siamo entrati nella famiglia di Dio e, « inseriti come membra vive nel Cristo », dobbiamo vivere fedelmente questa nostra figliolanza. E’ nella comunione al Corpo e al Sangue del Signore che continua questo questo nostro essere uniti a Cristo. Questa è una relazione vitale che, se non ci sottrae alla fine dei nostri giorni terreni alla morte fisica, è tuttavia pegno di risurrezione.
Ma per entrare in questa risurrezione dobbiamo prima essere partecipi con Cristo alla sua passione redentrice, e l’Eucaristia, che ci dà la forza lungo il cammino terreno per giungere alla beata risurrezione, ne è pegno di gloria futura per partecipare al Corpo mistico glorioso.
La morte, nonostante i suoi sforzi che l’uomo compie, non può essere eliminata, solo è possibile rimandarla. Ma Gesù, dicendo di essere venuto « perché gli uomini abbiamo la vita e l’abbiano in abbondanza », ci dà la certezza che la nostra vita non è tolta da Dio, ma sarà trasformata alla maniera della vita del Cristo risorto, di cui la risurrezione dell’amico Lazzaro ne è un segno anticipatore..
Nella Colletta della Messa preghiamo dicendo: « O Dio dei viventi, che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, ascolta con benevolenza il gemito della Chiesa, e chiama a vita nuova coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte ».
Prima Lettura: Ez 37,12-14 .
Il Signore, per bocca del profeta Ezechiele, dice al suo popolo: « Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, vi condurrò nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore…. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra ».
L’esilio che finisce, i morti che escono dai sepolcri per la virtù rinnovatrice dello Spirito :che il profeta preannunzia, sono diventate per noi realtà con la risurrezione di Gesù Cristo, poiché, dopo l’ascensione alla destra del Padre, abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, che è principio della risurrezione. Ancora: la grazia del perdono, il ritorno alla vita divina avvengono sempre per opera dello Spirito e sono fin da questa terra una vera risurrezione nello Spirito, mentre la gloria del cielo sarà il suo compimento e la sua piena manifestazione. Nella Quaresima ci viene riproposto un itinerario di risurrezione.
Seconda Lettura: Rm 8,8-11.
San Paolo ci ricorda che con il battesimo siamo stati sottratti al potere di Satana e non siamo più « sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi », per cui se non abbiamo lo Spirito di Cristo non apparteniamo a lui. Cristo in noi ci fa morire alle opere del corpo, ma il suo Spirito ci dà la vita e la giustizia di Dio. Se dunque abbiamo in noi lo Spirito che ha fatto risorgere Gesù dai morti, il Padre celeste « darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi ».
Lo Spirito Santo di Dio che ci viene dato nell’intimo: « abita in noi », dice san Paolo, e ci fa appartenere a Cristo. Essere in grazia e nella comunione in Cristo vuol dire avere il suo Spirito. Da qui la speranza della risurrezione, a dispetto della mortalità ancora attuale del nostro corpo. Chi ha risuscitato Cristo, risusciterà anche noi, ci renderà conformi a lui nel suo stato glorioso. La fede, oltre le apparenze, ci fa percepire questa straordinaria condizione cristiana e ci fa sperare in una vita trasformata e migliore..
Vangelo: Gv 11,1-45.
Gesù dopo essersi presentato come il Buon Pastore, per non essere lapidato, si allontana da Gerusalemme, ma viene raggiunto dalla notizia della malattia grave del suo amico Lazzaro, fratello di Marta e Maria di Betania. Gesù si prende cura della loro sofferenza e, anche se non andrà subito a Betania, vi si reca per compiere qualcosa di più grande che la semplice guarigione dalla malattia dell’amico, pur sapendo che la risurrezione di Lazzaro indurrà i suoi nemici alla decisione di ucciderlo, confermando così le sue parole che « il buon Pastore dà la vita per le sue pecore » (Gv 10,11). Così, se la morte dell’amico rimanda alla sua morte e la risurrezione di Lazzaro alla sua risurrezione, la vita a cui è riportato l’amico rimanda alla sua missione di dare la sua vita di Pastore per gli uomini: « Io dò loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano » ( Gv 10,28).
Dopo due giorni dall’aver appreso la notizia della malattia dell’amico, Gesù dice ai discepoli: « Andiamo di nuovo in Giudea !». E poiché i discepoli lo dissuadono di andarvi dicendo che i Giudei cercavano di lapidarlo, Gesù, rivolgendosi loro, dice: « Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo ». Avendo essi capito che Lazzaro si sarebbe salvato, Gesù apertamente dice: « Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui! ».
Alla notizia dell’arrivo di Gesù, Marta gli corre incontro e, rivolgendosi a Gesù, gli dice: « Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà ». E Gesù le dice: « Tuo fratello risorgerà ». Marta professa dapprima la sua fede nella risurrezione escatologica, ma dopo che Gesù le dice: « Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo? » (Gv 11,25-26), ella precisa la sua fede in lui e, dopo aver risposto : «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo »( Gv 11,27), corre a chiamare la sorella Maria, compiendo così la sua missione di discepola che crede e testimonia.
Quando Maria, insieme ai Giudei che erano in casa per consolarla, giungono dove si trova Gesù, gettandosi ai suoi piedi, gli dice: « Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! ». Gesù allora, vedendo piangere lei e coloro che sono accorsi con lei, si commuove profondamente e, turbato, domanda dove l’hanno posto. Al loro invito di andare a vedere Gesù scoppia in pianto, suscitando nei presenti l’esclamazione: « Guarda come l’amava! ». Giunti intanto al sepolcro, alla richiesta di Gesù di rimuovere la pietra che era posta davanti all’ingresso, Marta gli dice: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni ». Ma Gesù la rassicura dicendole che se crede vedrà la gloria di Dio. Tolta la pietra, dopo una breve preghiera di Gesù al Padre, ringraziandolo perché sempre lo ha ascoltato, grida a gran voce: « Lazzaro, vieni fuori! ». All’apparire del morto, che viene fuori avvolto dal sudario e legato con bende, dice ai presenti: « Liberatelo e lasciatelo andare ». Conclude l’evangelista che molti dei Giudei, venuti da Marta e Maria, vedendo ciò credettero in lui.
La risurrezione di Lazzaro, ultimo segno, il più eccellente, il più evidente della sua identità: « Io sono la risurrezione e la vita », è un segno, un presagio di quanto avverrà per ciascuno di noi, quando saremo richiamati non tanto a un altro tratto di esistenza terrena, ma a quella celeste.
Gesù, per il suo amore, libera dalla morte coloro che si lasciano salvare da lui e gli sono fedeli.
Questa fedeltà a lui si manifesta innanzitutto nell’essere partecipi attraverso il battesimo « alla passione redentrice » di Gesù, morire come muore un seme; poi, nel tempo della sequela terrena, essere continuamente rinnovati nella vita nuova di grazia dalla forza dello Spirito che viene dall'Eucaristia; e infine divenire partecipi della sua gloriosa risurrezione nel cielo.
Così, alle soglie della Veglia Pasquale, richiamati di nuovo alla realtà battesimale, evento di grazia con il quale Dio ci ha fatto il dono di passare dalla morte del peccato alla sua vita divina e, innestati in Cristo, che si fa compagno compassionevole della nostra miseria, ci perdona ogni colpa. In una vita rinnovata continuamente dallo Spirito, siamo in cammino verso la vita eterna e alla risurrezione alla fine dei tempi.
Lazzaro immagine dell’umanità peccatrice.
Ciò che compie Gesù per l’amico Lazzaro rappresenta per l’umanità, che sta sotto il regime della schiavitù del peccato come nella morte, la promessa di risurrezione per coloro che credono in lui, che ha il potere sulla morte.
L’onnipotenza di Dio viene in soccorso alla fragilità, al dolore umano e se, con i nostri peccati e debolezze, ci affidiamo a Dio, egli, da parte sua, ci libera dal dominio della morte.
Gesù sente tutta l’amarezza per la realtà della morte che colpisce tutti e la condivide, giungendo a piangere con coloro che piangono lo strappo di una persona amata. Ma la fede nella nostra risurrezione, come lo è stato per Cristo, dev’essere più forte del pianto: perché è superata la morte definitivamente. Allora neppure questa, che ancora ci prende, può indurci alla disperazione: « Io sono la risurrezione e la vita. Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno ». E’ tutto qui: essere in comunione con Gesù mediante la fede, che è il vincolo che ci lega a lui, ed è il passaggio, nello Spirito, ad una vita in Dio Padre, per l’eternità, come è stato per Gesù..
CRISTO, LUCE DEL MONDO.
19 MARZO – IV DOMENICA DI QUARESIMA
Cristo, Luce del mondo.
Dio Padre in Gesù tende la mano all’uomo, che così è messo nella possibilità di afferrarla. Sta alla nostra libertà volerlo. Come il cieco nato guarito da Gesù anche noi siamo raggiunti dalla grazia di Dio, ma siamo disponibili a farci illuminare da lui, per crescere in una fede matura?
San Paolo scrive agli Efesini e, illustrando loro la nuova identità derivata dal battesimo, poiché dalle tenebre di prima sono diventati luce nel Signore, li esorta a camminare nella luce di Cristo, che guarisce e giudica. Infatti « tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce »(Ef 5,13).
La guarigione del cieco nato, la cui cecità non deriva da nessun peccato, né personale né dei suoi genitori, è il simbolo di una condizione di cecità spirituale di tutta l’umanità: è la situazione del peccatore. Gesù passa, vede il cieco e di sua iniziativa gli fa la grazia della vista. Così compiendo il gesto del fango spalmato sugli occhi, che rimanda all’evento della creazione, gli ripristina l’opera divina della creazione e, attraverso la terra, la saliva del Figlio di Dio e l’acqua, ricrea il cieco ridandogli la vista. sia nel corpo che dello spirito attraverso la fede.
Inviandolo a lavarsi alla piscina di Siloe, egli chiede al cieco la collaborazione all’evento della sua guarigione, così come nel battesimo, in cui Dio ci fa dono della sua grazia, frutto della sua benevolenza, ci ricrea e chiede all’uomo di corrispondere al suo dono con una vita illuminata dalla sua luce.
Nella Colletta di questa domenica preghiamo dicendo: « O Dio, Padre della luce, che conosci le profondità dei cuori, apri in nostri occhi con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo e crediamo in lui solo: Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro salvatore ».
Prima Lettura: 1 Sam 16,1-4.6-7.10-13.
Dio in tutte le sue iniziative non si lascia impressionare dall’esteriorità: per lui « Non conta quel che vede l’uomo. L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore ». Egli per realizzare i suoi disegni sceglie chi è umile, chi ha consapevolezza della propria povertà e che, confidando in lui, si affida alle mani del Signore. Non tanto i nostri meriti devono risaltare, quanto la potenza della grazia. Per questo Dio mandò da Iesse, il Betlemmita, il profeta Samuele che, passati in rassegna tutti i suoi figli presenti in casa e dopo aver chiesto se tutti fossero presenti, alla risposta di Iesse che mancava il più piccolo, gli dice di mandarlo a prendere, perché non si sarebbero messi a tavola se non fossero stati tutti. Vedendo venire il giovane Davide, che era « fulvo, con begli occhi e bello di aspetto » il Signore dice a Samuele: « Alzati e ungilo: è lui! ». Il profeta allora « prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi ». Così Dio sceglierà Maria, che si proclama l’umile ancella del Signore, per adempiere il suo disegno di salvezza.. E Gesù dirà che gli umili saranno esaltati mentre i superbi saranno abbassati: l’orgoglio e la superbia sono rigettati e “ primo” è chi si fa ultimo per amore.
Seconda Lettura: Ef 5,8-14.
San Paolo esorta gli Efesini, diventati dalle tenebre luce nel Signore, a comportarsi come figli della luce compiendo frutti di bontà, giustizia e verità. A non partecipare alle opere delle tenebre e a condannarle apertamente e cercando di capire ciò che è gradito al Signore,
La condotta di un cristiano deve essere totalmente limpida da non avere nulla da coprire e da nascondere e di cui vergognarsi, non cercando la complicità delle tenebre per non essere visti del male che si compie. Quella dei cristiani è una vita nuova. In Quaresima dobbiamo spesso esaminare la nostra condotta alla luce del Vangelo, di scandagliare i luoghi più segreti della coscienza, le intenzioni più recondite che ci spingono nelle scelte quotidiane, che forse non riveliamo neppure a noi stessi, spinti da una istintiva paura. Paolo esorta quindi dicendo ad ognuno: « Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà ».
Vangelo : Gv 9,1-41;
Gesù, ai suoi discepoli che lo interrogano, vedendo un cieco dalla nascita, se abbia peccato lui o i suoi genitori, risponde: « Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio »: egli infatti è venuto per compiere le opere di colui che lo ha mandato… Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo ». Così dopo aver fatto con la saliva e un po’ di terra del fango, spalmandoglielo sugli occhi, gli intima di andarsi a lavare nella piscina di Sìloe. E quegli va e torna guarito, che ci vede .
L’evento della guarigione operata da Gesù suscita discussioni e interrogativi: nei vicini, ai quali, riconoscendo colui che chiedeva l’elemosina perché cieco e si domandano se è lui o no, dice quello che gli ha fatto colui che si chiama Gesù; nei farisei, davanti ai quali portano il cieco guarito, a cui chiedono come abbia riacquistato la vista. Egli allora risponde loro: « Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo ». Allora alcuni farisei dicono che Gesù non viene da Dio perché non osserva il sabato, altri si chiedono come un peccatore possa compiere segni di quel genere. Di nuovo chiedono al cieco: « Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi? ».I farisei, davanti alla risposta del guarito che dice: « E’ un profeta! » e non credendo che sia stato cieco e che abbia riacquistato la vista, chiamano i genitori del guarito e li interrogano sulla cecità del figlio e come ora ci veda. Poiché essi rispondono che è nato cieco, ma non sanno come ci veda e non conoscono chi gli ha ridato la vista, dicono, per paura, di chiederlo a lui, che ha la sua età.
Richiamato il cieco guarito gli dicono: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore ». E quello risponde: « Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo ». Avendogli chiesto i farisei di ridire come aveva avuto la vista, risponde dicendo: « Ve lo già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? ». Sentendosi insultati ribattono che essi sono discepoli di Mosè a cui ha parlato Dio; mentre di Gesù, che lo ha guarito, non sanno di dove sia.
Il cieco guarito allora risponde: « Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che , se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla ».
Così irritati da questa risposta dicono: « Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi? ». E lo cacciano fuori dalla sinagoga.
Dopo questi fatti, Gesù lo incontra e gli chiede: « Tu credi nel Figlio dell’uomo?» Egli risponde: « E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli dice Gesù: « Lo hai visto: è colui che parla con te ». E il guarito dice: « Credo, Signore! ». E si prostra dinanzi a lui.
Ai farisei astanti Gesù dice che è venuto in questo mondo perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono diventino ciechi. Essi dicono a Gesù: « Siano ciechi anche noi?». E Gesù conclude: « Se foste ciechi, non avreste alcun peccato, ma siccome dite: “ Noi vediamo”, il vostro peccato rimane ».
I farisei, esperti in cose religiose, che vogliono conferme ai loro pregiudizi, manifestando un’ostilità di fondo nei confronti di Gesù, il quale non rispetterebbe il sabato avendo guarito il cieco , non comprendono che il Sabato è il giorno del compimento della creazione e che il miracolo di ri-creazione compiuto da Gesù ne è conferma, non trasgressione.
I farisei si pongono sempre più in atteggiamento di giudizio nei confronti di Gesù.
Per il cieco guarito rispondere alle domande dei farisei è il modo con cui può dare testimonianza e crescere nella fede in Gesù, ritenendolo dapprima come profeta e, poiché gli ha aperto gli occhi, riconoscere che in lui opera Dio, diversamente dai farisei che ritengono Gesù un peccatore, perché viola il sabato..
Gesù da inquisito, si trasforma in giudice, perché il suo miracolo ha diviso i presenti tra coloro che credono e coloro che non credono. Rivolgendosi ai farisei che credono di vedere dice che sono ciechi, mentre ricevono la vista coloro che sono ciechi e chiedono di vedere, come il cieco nato guarito. Gesù conclude dicendo: « Se foste ciechi, non avreste nessun peccato, ma siccome dite: “Noi vediamo ”, il vostro peccato rimane ».
Peccato e redenzione.
Chiudendo gli occhi dinnanzi alla luce; è come se si fosse ciechi. Così sono i farisei-Giudei che, chiudendo gli occhi dinanzi a Cristo, l’unico senza peccato, venuto come Luce del mondo per liberare dalle tenebre del male e per la condanna di chi crede di vedere ma è senza luce, non ne scorgono il mistero. Il vero peccato per loro non è la cecità, ma l’indisponibilità a lasciarsi guarire basata sulla presunzione di essere già vedenti.
Davanti a questo atteggiamento di rigetto e di chiusura – causato dal-l’orgoglio – neanche i miracoli più stupendi e clamorosi servono per chi è cieco. Gesù condanna i farisei proprio per la loro pretesa di vedere da sé e di aver rifiutato di lasciarsi illuminare da lui.
Anche per noi, che abbiamo ricevuto nel battesimo la grazia della luce di Cristo, credere con umile e riconoscente fervore come il cieco, al quale sono stati aperti gli occhi, significa perseverare nella luce per essere autenticamente cristiani.
Crediamo anche noi, se la nostra ricerca della verità è sicura e volenterosa, se non chiudiamo gli occhi dello spirito alla luce di Cristo. Se caduti nelle tenebre riconosciamo la nostra cecità, se consideriamo la fede un dono di Dio, e ci facciamo illuminare da Gesù, il Cristo, Luce venuta per illuminarci nel cammino di ritorno a Dio Padre, allora possiamo essere veramente rinati nella luce.
La Pasqua è ormai vicina. Dobbiamo affrettarci « con fede viva e generoso impegno ». La fede è viva anzitutto quando ci fa riconoscere Gesù quale Figlio di Dio e inviato dal Padre, così come lo ha riconosciuto il cieco nato. Essa è una grazia, un miracolo che ci apre gli occhi del cuore. E’ il miracolo di Gesù che continua, una guarigione della cecità spirituale, dalle tenebre del peccato, dai « morsi del maligno ».
L’impegno è generoso quando accogliamo l’appello a tornare come figli pentiti al Padre e a riguastare la « la gioia nella cena pasquale dell’Agnello ». Tuttavia una ricchezza di motivi alimenta i nostri pensieri in questo giorno del Signore.