





LA DOMENICA DELLA "NOVITÀ DI VITA.
3 APRILE – V DOMENICA DI QUARESIMA.
Come membra vive del corpo di Cristo, vivendo nella comunione con il suo Corpo e Sangue, siamo inseriti in una relazione vitale con lui. Se anche non possiamo scampare dalla morte fisica, questa unione è però pegno di risurrezione. Ma si può giungere alla gloria della vita eterna solo se prima siamo partecipi della passione redentrice di Gesù. Egli ci invita a morire come lui, come il seme che muore e produce molto frutto. Dall’Eucaristia, ancora, ci viene la forza dello Spirito, che ci fa vivere come nuove creature, siamo resi partecipi del suo Corpo mistico e ci viene anticipata la caparra della gloria futura della vita celeste. Cristo nella vita terrena ci è di compagno e, come il buon samaritano, ha compassione della nostra miseria e perdona ogni nostra colpa.
Nella preghiera iniziale di questa Eucaristia chiediamo al Padre: « Dio di misericordia, che hai mandato il tuo Figlio unigenito non per condannare ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa, perché rifiorisca nel cuore il canto della gratitudine e della gioia ».
Prima Lettura Is 43,16-21.
Nel ricordo del passaggio nel Mar Rosso, in cui Dio aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo alle acqua e furono sommersi i cavalli con i loro carri, esercito ed eroi insieme, che giacciono morti e più non si rialzeranno perché estinti, il Signore dice per bocca del profeta: « Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? ». Per la potenza del Signore avverranno cose nuove: nel deserto: aprirà una strada, nella steppa immetterà fiumi e tutti, bestie selvatiche, sciacalli e strizzi glorificheranno il Signore, perché avrà fornito acqua per dissetare il suo popolo, che Egli ha plasmato per sé, popolo che lo celebrerà con le sue lodi.
Dio, infatti, con il suo intervento, libererà il popolo dalla schiavitù di Babilonia, si renderà incessantemente presente in mezzo ad Israele e sarà fedele alle sue promesse. Questo sarà un nuovo esodo, una nuova creazione, per cui il passato non si ricorderà più. Un popolo nuovo darà lode a Dio. Con la Pasqua del Cristo avverrà una definitiva liberazione, un esodo che non si ripeterà più, perché sorgerà un popolo eletto che farà salire a Dio la celebrazione delle lodi. La Chiesa, Corpo mistico di Cristo, comunità di coloro che accolgono di far parte di questo popolo nuovo, eleverà con lui Capo, la lode perenne a Dio.
Seconda Lettura: Fil 3,8-14.
San Paolo scrive ai Filippesi dicendo di ritenere, di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo, tutto ciò che ha vissuto prima di incontrarlo come spazzatura. Conoscendo Cristo ha ottenuto la vera giustizia, quella che viene dalla fede in lui, la giustizia che viene da Dio e non quella derivante dalla osservanza della Legge. E questo perché egli « possa conoscere il Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dei morti ». Ricorda loro che egli ancora non ha raggiunto la meta della perfezione, ma si sforza di conquistarla, essendo stato conquistato da Cristo. Dice che, dimentico del passato e proteso verso il futuro che gli sta di fronte, corre verso la meta, verso il premio che Dio ci chiama a ricevere, lassù nel cielo, in Cristo Gesù. La conoscenza di Gesù attraverso la sua parola, realizzata con la comunione e la esperienza con lui, vale per il cristiano più di tutto, onori, ricchezze, sicurezze, ecc. e anche della vita, fino a darla nel martirio, così come è avvenuto per Paolo, gli altri apostoli, i martiri. Paolo per « Gesù, suo Signore » si è staccato dalla vita precedente: dai legami e da tutto quello che prima stimava e amava, dalla sua esperienza come fariseo e israelita e dal valore delle opere compiute in nome di una giustizia legale. Gli importa solo di Cristo che lo rende giusto, perché Dio è giusto, mediante la fede. Così Paolo indica a tutti coloro che accolgono Cristo il senso della vita cristiana, per camminare da risorti verso Cristo risorto.
Vangelo: Gv 8,1-11.
Gesù, dopo aver trascorso la notte nel monte degli Ulivi, la mattina si reca nel tempio e si mette ad insegnare a tutto il popolo che si reca da lui. Gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e,per metterlo alla prova e poterlo accusare, gli dicono:« Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Mosè nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? ». Gesù, poiché si mette a scrivere per terra ed essi insistono nell’interrogarlo, risponde: « Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei ». Mentre riprende a scrivere per terra quelli se ne vanno uno per uno, dal più giovane al più anziano. Gesù, rimasto solo con la donna, le dice: « Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? » Alla risposta della donna, Gesù replica:« Neanch’ io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più ».
Gesù non condanna la donna peccatrice che gli è stata portata davanti per il giudizio dalla malizia e ipocrisia degli scribi e farisei, i quali, vistisi interpellati nella loro coscienza riguardo ai loro peccati, non hanno il coraggio di lapidarla e si rifilano dal farlo. Gesù è venuto non per condannare il mondo ma per salvarlo, come dice a Nicodemo nel colloquio notturno avuto con lui. E‘ venuto per assolvere e offrire il perdono. Egli è venuto a prendere su di sé le iniquità e i peccati morendo in croce e offrire il perdono. Se da una parte, come dice Gesù alla donna, deve esserci il fermo proposito di non peccare da parte del peccatore, dall’altra bisogna avere illimitata confidenza in colui che è venuto, come medico, a cercare la pecorella smarrita, cioè l’intera umanità lontana da Dio. In questo tempo quaresimale, allora, tempo favorevole di grazia, possiamo attingere il perdono di Dio, meritatoci da Cristo, attraverso il ministero della Chiesa, nel sacramento della riconciliazione, e riprendere il cammino di rinnovamento spirituale che la Pasqua vuole farci realizzare nell’oggi della nostra vita, così da essere un giorno partecipi della Pasqua eterna nel cielo.
LA DOMENICA DELL'ABBRACCIO DEL PADRE MISERICORDIOSO.
27 MARZO – IV DOMENICA DI QUARESIMA – “ LAETARE”
Nell’appressarsi della Pasqua affrettiamoci, con “ fede viva e generoso impegno ”, a vivere riconoscendo Gesù, quale Figlio di Dio, che è mandato dal Padre perché gli uomini, come il cieco nato che Gesù guarisce dalla cecità, possano vedere il cammino che Egli ci indica per ritrovare la strada di ritorno alla casa del Padre. Gesù è venuto per guarirci dalla cecità spirituale, liberarci dalle tenebre del peccato, dai « morsi del maligno ».
Nella preghiera iniziale dell’Eucaristia chiediamo a Dio, buono e fedele, che mai si stanca di richiamare gli erranti a vera conversione e, nel suo Figlio innalzato sulla croce che ci guarisce dai morsi del maligno, a «donarci la ricchezza della tua grazia, perché rinnovati nello spirito possiamo corrispondere al tuo eterno e sconfinato amore ». Quando allora ritorniamo come figli pentiti al suo abbraccio paterno torniamo a gustare la gioia nella cena pasquale dell’ Agnello, come il figlio prodigo per il quale il padre prepara una festa per averlo riavuto sano e salvo.
Nella Colletta iniziale preghiamo dicendo: « O Padre, che in Cristo crocifisso e risorto offri a tutti i tuoi figli l’abbraccio della riconciliazione, donaci la grazia di una vera conversione, per celebrare con gioia la Pasqua dell’Agnello ».
Prima Lettura: Gs 5,9.10-12.
Giunti a Galgala gli Israeliti celebrarono la Pasqua al quattordici del mese e il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, azzimi e frumento abbrustolito. Dal giorno seguente la manna cessò. Raggiunta la terra promessa, viene celebrata la Pasqua, memoriale della liberazione, che accompagnerà Israele lungo la sua storia. La Pasqua non sarà un semplice ricordo di un avvenimento di tanti anni fa, ma dovrà essere il segno che assicurava la presenza e la grazia del Signore. Quell’antico riscatto di liberazione è, pur sempre, per noi cristiani, inizio e immagine, come la terra di Canaan, della Pasqua di Cristo, che nel suo sangue ha liberato l’umanità dal peccato per introdurla nella Pasqua eterna del cielo: terra promessa definitiva in cui introdurrà l’umanità nella fase finale della storia di salvezza.
Seconda Lettura: 2 Cor 5,17-21.
San Paolo, ai Corinzi, ricorda che ormai chi è in Cristo è una creatura nuova. Questo rinnovamento viene da Dio che ha riconciliato l’umanità con sé mediante Cristo e ha affidato agli apostoli il ministero della riconciliazione.
Dio così, riconciliando con sé il mondo, non imputa agli uomini le loro colpe e mediante la parola affidata agli apostoli rende questa riconciliazione salvifica nella vita degli uomini. Esorta ancora i Corinzi a lasciarsi riconciliare con Dio: «In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo; lasciatevi riconciliare con Dio », perché Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo ha fatto peccato in nostro favore e per lui noi siamo diventati giustizia di Dio.
Cristo è morto per noi per amore e noi dobbiamo rispondere a questo amo- re donando la nostra per lui. Viviamo in Cristo, morto e risorto e, vivendo da « nuove creature » rigenerate dalla sua grazia, iniziamo un cammino nuovo di vita santa, abbandonando tutte le cose di peccato passate. Siamo riconciliati con Dio, ricevendo il perdono completamente gratuito suo e senza nostro merito, poiché è di Cristo il merito. Il Sacramento della Riconciliazione, in Quaresima, è certamente un’occasione per vivere intensamente la riconciliazione e attingere copiosamente il perdono di Dio, attraverso il ministero della Chiesa.
Vangelo: Lc 15,1-3.11-32.
Il Vangelo di questa Domenica, attraverso una delle pagine più belle, la parabola del figlio prodigo, ci fa riflettere e contemplare l’amore grande, misericordioso di Dio nel confronti del figlio minore, da una parte, che si allontana dalla casa del Padre, dal suo amore e, usando negativamente i suoi doni e i suoi benefici, si riduce in una condizione deplorevole e degradante, e verso il figlio maggiore, dall’altra, che non vuole riconoscere né accogliere il fratello che ritorna a casa e, pur facendogli presente, davanti alle sue lamentele, che di tutto lui poteva disporre di quello che era in casa, si rifiuta di entrare e partecipare alla festa che il padre ha preparato per il figlio ritrovato. E’ certo la parabola narrata da Gesù in riferimento ai peccatori e pubblicani che venivano rifiutati ed emarginati da coloro che si ritenevano giusti, scribi e farisei. Ma in essa, al di là del contesto storico di allora, dobbiamo vedere tutti gli uomini. Nel figlio minore sono prefigurati coloro che, come uomini usando negativa-mente i doni che Dio dà ad ognuno o nel contesto religioso di fede si allontanano dal Signore e riducono la loro dignità, come si era ridotto il Figlio prodigo, costretto per sopravvivere a pascolare i porci: per tutti costoro Dio aspetta che ritornino al suo amore, li accoglie nella sua misericordia e per loro prepara la festa. Nel figlio maggiore coloro che pur non allontanandosi da Dio, nell’una o altra situazione di vita, di credenti o meno, non sanno vedere i doni che Dio dona, il bene che nella sua provvidenza elargisce e pensano che Dio non li tratti secondo i loro desideri, e per di più, non riconoscono il suo amore e non accettano di far festa per i fratelli che ritor- nano all’amore del Padre, Lontano da Dio l’uomo cerca la sua autonomia, credendo di realizzare meglio la vita. Ma la conclusione di questa esperienza può essere la fame, l’umiliazione, la vergogna, la solitudine. Solo quando l’uomo tocca il fondo del degrado nella sua dignità, ritorna alla memoria della dignità perduta, la coscienza si illumina e può riprende un cammino di ritorno. Ritornando a casa, il figlio della parabola dice al padre: « Padre ho peccato contro il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio ». Dio, come quel padre, attende con amore paterno l’uomo che ritorna a lui e non cessa di aspettare per riabilitarlo e restituirlo nella dignità filiale, rivestendolo « Col vestito più bello … mettendogli l’anello al dito e i sandali ai piedi » e preparandogli una festa, perché « Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato ».L’atteggiamento di Dio indispettisce chi si crede giusto, chi non è capace di rallegrarsi con il cuore del Padre celeste, ritenendo di avere diritti per aver servito in casa per tanti anni e non aver disobbedito a Dio. Gesù così, accogliendo i peccatori, suscita stupore nei farisei che mormorano. Ma Gesù ha proclamato che: « Si fa più festa in cielo per un peccatore pentito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione ».
CONVERTIRSI? È PORTARE FRUTTI GRADITI A DIO.
20 MARZO – III DOMENICA DI QUARESIMA
CONVERTIRSI? È PORTARE FRUTTI GRADITI A DIO.
Dio, nella sua misericordia, non ci abbandona quando ci allontaniamo da lui e con il suo perdono ci riaccoglie nel suo abbraccio paterno. Gesù, attraverso la parabola del fico, piantato nella vigna, che il padrone del campo vorrebbe sradicare perché non produce frutto ma che, accogliendo la richiesta del vignaiolo, permette di zappargli attorno e concimarlo perché porti frutto, altrimenti, l’ avrebbe tagliato, vuol farci comprendere che il Padre celeste, padrone della nostra vita, è disposto a pazientare verso il peccatore, aspettando che ritorni al suo amore e porti frutti di bene. Gesù è il vignaiolo che Dio ha mandato nel mondo perché coltivi questa umanità che si è allontanata da lui e con la sua intercessione chiede di pazientare. Egli, come dice alla Samaritana, ci dona l’acqua del suo Spirito, che ci rigenera e ci purifica. Alla nostra umanità riarsa egli dà « l’acqua viva della grazia », per mezzo della quale noi diventiamo « tempio vivo dell’amore di Dio ».
In questo tempo di quaresima il cammino di ritorno a Dio, la nostra ripresa interiore della santità, la vittoria sulle tentazioni e il peccato, passano attraverso la preghiera, la penitenza, il digiuno e le opere di carità fraterna. Tutto questo che la liturgia ci ricorda deve tradursi nell’esperienza concreta della vita, per cui vincendo il nostro egoismo la « durezza del nostro cuore » viene infranta.
Nella Colletta di questa Domenica preghiamo dicendo:« O Dio dei nostri padri, che ascolti il grido degli oppressi, concedi ai tuoi fedeli di riconoscere nelle vicende della storia il tuo invito alla conversione, per aderire sempre più saldamente a Cristo, roccia della nostra salvezza ».
Prima Lettura: Es 3,1-8.13-15.
A Mosè, nel deserto, mentre con il gregge del suocero Ietro era vicino al monte di Dio, l’Oreb, apparve l’angelo del Signore in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto. Vedendo che esso non bruciava, si avvicinò, per osservare il « grande spettacolo: perché il roveto non brucia?».
Ma il Signore Dio, dal roveto, gli gridò:« Mosè, Mosè! ». Rispose: « Eccomi!». Riprese: « Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio si Abramo, di Isacco e di Giacobbe ». Mosè allora si coprì il volto per paura di guardare Dio.
Il Signore riprese a parlare dicendogli che è sceso per liberare il suo popolo dal potere dell’Egitto e portarlo verso una terra « bella e spaziosa, dove scorrono latte e miele », avendo osservato la miseria del suo popolo e udito il suo grido a causa delle sofferenze per la dura schiavitù. Mosè allora chiese a Dio: « Se, andando dal popolo in Egitto e dicendo che il Dio dei loro padri lo ha mandato a loro, essi gli chiederanno: “ Qual è il suo nome?”, cosa egli avrebbe dovuto rispondere ?».Dio allora disse a Mosè di rispondere loro: « Io sono colui che sono!». E aggiunse: « Così dirai agli Israeliti: “ Io Sono mi ha mandato a voi”». Continuando a parlare Dio disse:« Dirai agli Israeliti: “ Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione ». Il Dio che appare a Mosè non è un idolo, ma il Signore della storia, il Dio che ha promesso ai Padri e a cui si accede con rispetto e con non facile confidenza. E’ un Dio vicino all’uomo e che ode la miseria del suo popolo che grida, tanto da scendere e decidere di liberarlo dalla dura schiavitù, perché egli è l’« Io sono colui che sono! », che nessun uomo può comprendere né dominare. Egli è il redentore, la guida, la sua sicurezza. Anche Gesù, dirà agli giudei nel Getsemani “ Io Sono”, ed essi stramazzeranno a terra, ci riferisce l’evangelista Giovanni.
Seconda Lettura: 1 Cor 10,1-6.10-12.
San Paolo ai Corinzi scrive che tutto quello che vissero i padri nel deserto, cioè, essere sotto la nube che li accompagnava, aver attraversato il mare, essere battezzati in Mosè, aver mangiato lo stesso cibo spirituale, bevuto la stessa bevanda spirituale: tutto scaturiva da una roccia spirituale che è il Cristo. Ma poiché la maggior parte di loro non è stata gradita a Dio e venne sterminata avendo desiderato cose cattive, così dice Paolo, essi sono un esempio per noi tutti, affinché non desideriamo anche noi cose cattive, e non mormoriamo come essi mormorarono, cadendo vittime dello sterminatore. Tutte queste cose sono accadute loro come esempio e sono state scritte per nostro ammonimento, affinché restiamo saldi nel Signore e ci guardiamo dal cadere vittime del tentatore. Come a motivo della diffidenza e della mormorazione che i padri vissero nel deserto, non avendo riconosciuto ciò che Dio aveva compiuto in loro favore, fu causa del loro non essere graditi a Lui, così la comunità di Corinto, per la ribellione e la mormorazione, la confidenza e la pretesa dei propri meriti, è esposta alla infedeltà al dono del Vangelo e della grazia di Cristo, per cui senza una sincera conversione, come esorta Gesù nel Vangelo di oggi, nessun atto sacro e sacramentale può produrre in noi la salvezza che egli è venuto ad operare.
Vangelo: Lc 13,1-9.
Nel Vangelo, in riferimento al fatto che alcuni Galilei furono da Pilato uccisi
durante un rito sacrificale, perché si erano macchiati di qualche crimine, per cui il governatore comminò la morte, Gesù dice a coloro che lo stanno ascoltando che se non ci si converte al messaggio che egli annunzia, si perirebbe allo stesso modo di quelli. Così’, aggiunge ancora Gesù , come le vittime del crollo della torre di Silo sono state uccise per un fatto calamito-so senza loro colpa, anche tutti gli abitanti di Gerusalemme non sono meno colpevoli degli uni e degli altri. « No, io vi dico, ma se non vi convertite, perire-te tutti allo stesso modo » egli aggiunge. Volendo spiegare il significato allora delle sue parole, attraverso la parabola dell’albero di fico piantato nella vigna e che non dà frutti, vuol dire a tutti che se non ci si converte a Dio, non si accoglie il suo Vangelo salvifico, se non si portano frutti di opere buone, opere di giustizia, per cui si è graditi al Signore, non si può partecipare della sua salvezza. Tutti abbiamo bisogno di vera conversione a Dio. Non c’è da illudersi e la rovina a cui potremmo andare incontro ci colpirebbe non solo negli aspetti materiali, ma anche nella sfera spirituale: rovina definitiva e totale, il fallimento dell’intera nostra vita; essere irrevocabilmente allontanati dalla comunione con Dio. Sarebbe la conseguenza della nostra sterilità spirituale, della improduttività della nostra esistenza, sia nel versante di Dio, a cui non abbiamo creduto con la nostra adesione a Lui, sia nel versante degli uomini, verso i quali non abbiamo posto gesti di carità, di giustizia, di fraternità, non avendo portato frutti di bene né realizzato il disegno divino della volontà del Signore come ci indica Gesù. Oggi la liturgia della Parola del Vangelo ci dice che Egli è paziente, e che il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva, secondo l’esortazione e l’ammonimento rivolto all’uomo per mezzo del profeta Ezechiele.
NOTA BENE : DOMENICA PROSSIMA, 27 MARZO CAMBIA L’ORARIO. Le Sante messe saranno celebrate, le Domeniche e Feste Solenni
alle ore:8.15 – 1030 – 19.00
Da Lunedì a Sabato alle ore 19.00.
GIORNO 24 MARZO, GIORNATA DEI MARTIRI MISSIONARI, SI PROPONE UN GIORNO DI DIGIUNO E DI PREGHIERA PER I TESTIMONI DEL SIGNORE NEL MONDO MISSIONARIO.
« È BELLO PER NOI ESSERE QUI »
13 MARZO – II DOMENICA DI QUARESIMA
« È BELLO PER NOI ESSERE QUI »
Nella trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor il Padre manifesta il suo Fi-glio, l’amato, e ci chiede di aderire a lui e ascoltarlo. La nostra vita, allora, deve essere programmata sulla sua parola. Egli, apparendo agli occhi degli apostoli con Mosè ed Elia, conclude l’Antico Testamento con la sua legge e la profezia e, iniziando una nuova realtà di vita, ci chiede di assumere nella nostra vita il mistero della croce sulla quale egli si è consegnato. Così noi possiamo avere la remissione dei nostri peccati e seguirlo, portando anche noi la nostra croce dietro a lui, se vogliamo essere suoi discepoli. La sequela di Gesù è un cammino difficile che dobbiamo compiere nella fede e nella speranza, intravvedendo nella trasfigurazione di Gesù, che oggi la liturgia ci fa contemplare, un riverbero della gloria del Risorto, a cui devono pervenire tutti i discepoli che seguiranno il Signore sulla via della croce.
Nella Colletta iniziale dell’Eucaristia preghiamo dicendo: « O Padre, che hai fatto risplendere la tua gloria sul volto del tuo Figlio in preghiera, donaci un cuore docile alla sua parola perché possiamo seguirlo sulla via della croce ed essere trasfigurati a immagine del suo corpo glorioso ».
Prima Lettura: Gn15,5-12.17-18.
Ad Abramo Dio promette una lunga e numerosa discendenza dopo avergli fatto guardare il cielo e contare le stelle, se ci fosse riuscito.
« Abramo credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia ». Dio, così, non per meriti di Abramo, stringe con lui un’alleanza e gli promette anche di dargli una lunga discendenza e il possesso della terra dove lo ha condotto. Alla richiesta di Abramo di sapere se ne avrà il possesso, Dio gli chiede di offrire un sacrificio di una giovenca, di una capra, un ariete, una tortora e una colomba, animali che egli divide in due parti collocandone ogni metà l’una di fronte all’altra, eccettuando di dividere gli uccelli. Poiché su questi cadaveri si avventano gli uccelli rapaci, Abramo li scaccia. Ma al tramontar del sole un profondo torpore prende Abramo e un terrore e un’oscurità grande lo assale. Quando, tramontato il sole e si fa buio, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi e il Signore «In quel giorno conclude quest’alleanza con Abram: “ Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate ».
Abramo aderendo al Signore è giustificato davanti a lui e, ponendo la vita alle sue dipendenze, entra in un rapporto di solidarietà e di comunione con Dio. Quello che Abramo fa con gli animali, il terrore che lo assale, il torpore da cui è preso, da una parte, esprimono il misterioso linguaggio del sacrificio e il fuoco che brucia le vittime, dall ’altra, esprime la presenza di Dio che sancisce l’alleanza e la comunione con il patriarca, che si impegna ad essere fedele al Signore fino alla morte. Con Cristo, Dio, non più con vittime sacrificali ma con il suo stesso Figlio, offerto e consumato nel sacrificio della croce, sancirà una nuova, eterna e indistruttibile alleanza con l’umanità. La salvezza e il possesso del regno dei cieli, terra promessa da Dio, dipendono sempre dalla fede e dall'affida- mento, nella speranza, al Padre celeste.
Seconda Lettura: Fil 3,17-4,1.
San Paolo esorta i Filippesi e, ripetutamente, li scongiura « con le lacrime agli occhi », ad imitare lui e coloro che si comportano secondo il suo esempio e non quelli che si comportano da nemici della croce di Cristo. Incorrono nella perdizione coloro che si vantano e non si vergognano di aver fatto del loro ventre il proprio dio o pensano solo alle cose terrene. Quelli che hanno accolto Cristo sono diventati cittadini del cielo e aspettano che dal cielo venga Cristo, Signore e Salvatore, quando « trasfigurerà il nostro misero corpo per con- formarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose ». Infine li esorta, loro che sono sua « gioia e corona », a rimanere saldi nel Signore Gesù. Chi sono, secondo Paolo, i nemici della croce di Cristo? Sono coloro che passano l’esistenza dediti ad una « vita godereccia », materialistica, alla ricerca dei piaceri allegri, anche se peccaminosi. I cristiani, pur vivendo in questo mondo, devono pensare alla patria celeste, di cui sono divenuti cittadini e in cui li attende Cristo risorto nella gloria, quando, alla fine dei tempi, verrà per trasfigurarci e renderci come lui, anche nel nostro corpo mortale. Le fragilità, le debolezze, le pesantezze della materialità del nostro corpo e del nostro essere ancora mortale possono facilmente farci adagiare nella concupiscenza che ci fa inclini al male. Se pensiamo che già, fin da ora, c’è in noi il germe della risurrezione, depositatovi dallo Spirito del Signore, con l’Eucaristia e i sacramenti, allora, dobbiamo vivere sempre più dediti alla vita divina, in cui dobbiamo crescere.
Vangelo: Lc 9,28-36.
Luca, in questo brano odierno, ci fa contemplare la visione della trasfigurazione avvenuta sul Tabor, dopo l’annunzio fatto da Gesù sul viaggio verso Gerusalemme e la sua imminente passione e morte ad opera degli scribi e dei farisei. Salito con Pietro, Giacomo e Giovanni, sul monte Tabor, mentre Gesù prega, il suo volto cambia d’aspetto, la sua veste diviene candida e sfolgorante e appaiono con lui nella gloria, Mosè ed Elia, che conversano con lui sull’ esito che sta per compiersi a Gerusalemme. Pietro e gli altri due sono oppressi dal sonno, ma svegliandosi vedono la sua gloria e i due che stanno con lui. Nel momento in cui Gesù e i due si stanno separando, Pietro, estasiato, dice a Gesù: « Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia ». Mentre parla così una nube li copre e la paura li prende. Ma dalla nube una voce proclama: « Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo! ». Cessata la voce, Gesù rimane solo. Scendendo dal monte, Gesù intima loro di non riferire niente a nessuno di ciò che hanno visto.
Gesù, con la sua trasfigurazione, rivela il mistero della sua identità e della sua gloria, dell’intimità che egli vive con il Padre e in cui Dio lo manifesta come Figlio, l’eletto, che gli uomini devono ascoltare: il Figlio è Parola del Padre, rivelazione visibile del Padre, inviato per realizzare il progetto di salvezza e redenzione dell’umanità. I segni del volto luminoso e la veste candida simboleggiano questa realtà divina, che non lo sottrae alla passione e alla morte. Con Mosè ed Elia, rappresentanti della legge, il primo, e della profezia, il secondo, Gesù discorre del suo imminente esodo che avverrà a Gerusalemme. Se vogliano contemplare Gesù nella visione del cielo, qui sulla terra, nella realtà della sua passione e morte, Gesù, come Figlio, deve essere ascoltato e imitato.
GESÙ, VINCENDO LE TENTAZIONI DI SATANA, HA VINTO PER NOI.
6 MARZO – PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA.(C)
GESÙ, VINCENDO LE TENTAZIONI DI SATANA, HA VINTO PER NOI
La Quaresima, come segno sacramentale della nostra conversione, ci impegna a vivere i giorni e i riti che celebriamo, rivedendo la nostra esistenza e ogni gesto di essa, alla luce del Vangelo e dell’esempio del Signore. In questo tempo favorevole, in maniera particolare per la nostra salvezza, la Parola di Dio ci chiama a confrontarci con essa e, riconoscendo le situazione della vita poco conformi ad essa, ci invita a convertirci, a cambiare atteggiamenti e comportamenti, ad accostarci alla misericordia di Dio per attingervi, sinceramente pentiti, il suo perdono.
La Chiesa, forte della presenza dello Spirito Santo, come disse Gesù agli apostoli: « Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi », invita, quindi, in maniera particolare, i suoi figli, a vivere intensamente il cammino di conversione e di rinnovamento della vita, guardando al mistero pasquale di morte e di risurrezione del Signore Gesù. Il Padre celeste, infatti:« per riconciliare a sé in mondo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando agli apostoli la parola della riconciliazione … a Colui che non aveva conosciuto peccato, l’ha fatto peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare giustizia di Dio »( 2Cor 5,19-21).
Nella Colletta di questa prima Domenica preghiamo dicendo: « Signore misericordioso, che sempre ascolti la preghiera del tuo popolo, tendi verso di noi la tua mano, perché, nutriti con il pane della Parola e fortificati dallo Spirito, vinciamo le seduzioni del maligno ».
Prima Lettura: Dt 26, 4-10.
Il brano del Deuteronomio propone alla nostra contemplazione la preghiera che l’israelita faceva deponendo sull’ altare, per le mani del sacerdote, la cesta con i doni da offrire al Signore, ricordando la vicenda di Abramo che, aramèo errante, era sceso in Egitto da forestiero, era diventato una nazione numerosa, grande e forte; come ivi maltrattati, umiliati e sottoposti a dura schiavitù i suoi padri avevano gridato al Signore, che aveva ascoltato la loro voce e visto la loro umiliazione, miseria e oppressione; come li aveva fatti uscire con mano potente e braccio teso dall’ Egitto con segni e prodigi, conducendoli lungo il deserto alla terra promessa che aveva giurato di dare. Questa preghiera era in ringraziamento per i frutti della terra, che il Signore gli aveva dato, prostrandosi davanti a lui, suo Dio. La cesta delle primizie era ancora un segno di ringraziamento riconoscente per la liberazione dalla schiavitù, da una vita errabonda, e per averlo accompagnato, con i segni della sua potenza e del suo amore, durante il deserto fino alla terra promessa.
Seconda Lettura: Rm 10,8-11.
San Paolo ai Romani ripete quello che dice Mosè, che, cioè, la Parola è vicina all’ uomo credente, sulla sua bocca e nel suo cuore, cosi come la parola della fede che egli predica. Se dunque il cristiano proclama con la bocca che “ Gesù è il Signore” e “con il cuore crede che Dio lo ha risuscitato dai morti ”, allora, sarà salvo. Con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca, facendo la professione di fede, per ottenere la salvezza. Chi crede nel Signore non resta deluso e tutti, davanti all’ unico Signore ricco verso tutti quelli che invocano il suo nome, possono ottenere la salvezza.
Si è salvati per la fede che nutriamo nella morte e risurrezione del Signore, credendo fermamente in lui e aderendo ai suoi misteri pasquali. Credendo veramente nel Signore non si resta delusi: quella che Cristo offre è una salvezza offerta a tutti, senza distinzione di razza ed è elargita con larghezza.
Vangelo: Lc 4,1-13.
Gesù, dopo il battesimo e pieno di Spirito Santo, per quaranta giorni nel deserto, digiunando e pregando, si prepara alla missione. Non mangiò nulla e alla fine ebbe fame. Fu tentato dal diavolo che vuole persuaderlo a cambiare la pietra in pane per sfamarsi, essendo il Figlio di Dio. Ma Gesù gli rispose: « Sta scritto: “ Non di solo pane vivrà l’uomo”». Inoltre, avendolo condotto in alto e avendogli mostrato in un istante tutti i regni della terra, lo tentò dicendogli di dargli tutto se prostrato lo avrebbe adorato. E Gesù rispose: « Sta scritto: “ Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” ». Portato infine a Gerusalemme, sul punto più alto del tempio gli disse: « Se tu sei il Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: “ Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “ Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” ».Ma Gesù gli rispose: « E’ stato detto: “ Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Esaurita così ogni tentazione il diavolo si allontanò da lui.
Le prove e le tentazioni, che il Padre permette al suo Figlio, non sono in contrasto al disegno di Dio su di lui. Il Signore, forte del suo Spirito, non cede alle tentazioni, a differenza di quanto era avvenuto ad Israele. Alimentato dalla Parola di Dio Gesù non si lascia incantare , né ingannare da tutte le lusinghe del diavolo, ma ribatte alle parole del diavolo tratte dalle Scritture, con altrettanta fedeltà alla Scrittura. Così seguirà la via della croce, della ignominia per dire il « sì » dell’adorazione del Padre. E infine non mette alla prova la potenza di Dio, che lo avrebbe dovuto soccorrere perché suo Figlio, con uno spettacolare e facile miracolo: Gesù accetterà di morire sulla croce e non essere graziato e miracolato. Le tentazioni e la vittoria di Cristo diventano così per noi il paradigma di quello in cui anche noi possiamo trovarci nella nostra vita quotidiana: interessarci solo di cose terrene, affamati come siamo di esse, e dimenticare di nutrirci del cibo della Parola di Dio e dell’Eucaristia, con cui avere la forza di camminare nel deserto dell’esistenza; prostrarci davanti a tanti idoli, per i quali impieghiamo tempo e risorse e vita, dimenticando di adorare l’unico e vero Dio; evitando di inseguire la gloria, il successo, il potere per i nostri interessi e non per un servizio da rendere ai fratelli, come ha fatto il Signore, che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita per la salvezza di tutti. Come lui, seguendo il suo esempio, con la forza dello Spirito, anche noi possiamo conseguire, in questo combattimento spirituale, la vittoria contro le insidie del maligno, come quella definitiva conseguita da Cristo sulla croce.