





ACCONSENTIRE ALL'UMILIAZIONE
14 AGOSTO – XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Nell’incontro che viviamo la Domenica nell’Eucaristia noi incontriamo Dio personalmente, poiché il Figlio di Dio si rende presente con il suo Corpo e il suo Sangue. Noi offriamo a Dio il pane e il vino, che sono certo doni divini anche se sono frutto della terra e del nostro lavoro, ma in cambio riceviamo Dio stesso, realmente presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. E’ un misterioso incontro tra la nostra povertà e la grandezza di Dio che ci ha fatti, al di là della nostra esistenza creaturale, suoi figli, « amici e commensali ». E’ un giorno da vivere nella gioiosa assemblea dei figli di Dio. La Chiesa « canta nel tempo la beata speranza della risurrezione finale » e proclama « la certezza di partecipare un giorno al festoso banchetto del regno ». La gioia deve diventare continua testimonianza, con parole e opere, di ciò che il Signore ha operato per gli uomini.
Nella Colletta iniziale preghiamo dicendo:« O Dio, che nella croce del tuo Figlio, riveli i segreti dei cuori, donaci occhi puri, perché, tenendo lo sguardo fisso su Gesù, corriamo con perseveranza incontro a lui, nostra salvezza ».
Ger 38,4-6.8.10.
Il re Sedecia, davanti alla richiesta che i capi del popolo gli fanno di mettere a morte Geremia, il quale scoraggiando i guerrieri e il popolo non cerca, a loro parere, il benessere del popolo ma il male, risponde: « Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi ». Allora i capi presero Geremia e lo calarono nella cisterna di Malchia, dove non c’era acqua ma fango. Ma Ebed-Mèlec dice al re, intercedendo per il profeta, che quegli uomini hanno agito male facendo ciò che hanno fatto a Geremia, perché questi morrà di fame non essendoci più pane nella città. Sedecìa, allora, diede l’ordine all’etiope Ebed-Melèc di prendere tre uomini e di tirare il profeta dalla cisterna, prima che possa morire.
Per il messaggio che il profeta dà agli abitanti di Gerusalemme, nel nome di Dio, egli è perseguitato e condannato a morte: la parola di Dio del profeta, che richiama il popolo a fidarsi del Signore e non ai propri calcoli politici, non è gradita ai capi, che quindi istigano il re a mettere a morte il profeta. Non accolgono l’invito del Signore alla conversione e credono, vanamente, che Gerusalemme non sarà distrutta e l’esilio è scongiurato. Il profeta che sopporta la persecuzione, perché non accetto al popolo, è simbolo di Cristo, il giusto che viene condannato perché annunzia la verità e la sua fedeltà a Dio, suo Padre. Il profeta che viene tirato fuori dalla cisterna, prefigura ancora Cristo, che dopo la sua passione, morte e sepoltura, viene fatto risorgere glorioso, per la potenza del Padre. Fidarsi, allora, di Dio e seguirlo significa non essere destinato alla perdizione.
Eb 12,1-4.
L’autore della Lettera agli Ebrei esorta i cristiani perché, confortati dalla moltitudine dei testimoni della fede, deposto ciò che appesantisce la vita spirituale e il peccato, corrano, con perseveranza, nella vita di sequela del Cristo, « tenendo fisso lo sguardo su Gesù, Colui che dà origine alla fede e la porta a compimento ». Gesù, infatti, davanti alla gioia che gli era posta dinnanzi, si è sottoposto alla croce e ha disprezzato l’ignominia da essa derivante e, ora, siede alla destra del trono di Dio. L’autore esorta, ancora, a pensare a Colui che ha sopportato contro di sé l’ostilità dei peccatori, affinché non si stanchino, perdendosi d’animo, perché non hanno resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.
Gesù, Colui che dà origine alla fede e la porta a compimento, è così il modello di coloro che si consegnano a Dio totalmente. Egli si abbandona al Padre, affrontando la morte di croce, per adempiere, non per costrizione ma liberamente, la sua volontà. E il Padre per questa sua obbedienza filiale lo glorifica e lo costituisce Signore, al di sopra degli angeli e di ogni potestà. Con il suo esempio il Signore ci sostiene e ci stimola a perseverare nel cammino quotidiano anche se intriso di sofferenze, a non stancarci e a non cedere: se saremo stati conformi a lui nella morte, lo saremo nella sua risurrezione, ci dice San Paolo. Il disprezzo dell’ignominia della croce, l’accoglienza delle sofferenze, accettate nella pazienza dei figli di Dio, come Gesù, ci dà la forza di resistere.
Vangelo: Lc 12,49-53.
Gesù, nella pagine del Vangelo di oggi, ci dice che egli è venuto a « gettare un fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! ». E’ inoltre angosciato finché non si compia il battesimo nel quale sarà presto battezzato, cioè il suo sacrificio sulla croce, con lo spargimento del suo sangue, per la salvezza degli uomini. Egli, ancora, afferma che non è venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione, perché, davanti a lui, bisogna fare una scelta di vita che porta a distaccarsi da chi non vuole seguirlo: ci si dividerà « se in una famiglia vi sono cinque persone, tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera ». Gesù, preso completamente dalla tensione e dal desiderio per il battesimo di sangue che sta per ricevere, si prepara, immergendovisi, nella passione che accetta per la salvezza degli uomini. Con il fuoco dello Spirito che brucia, egli viene a purificare l’umanità.
Il Vangelo, per la scelta che bisogna fare di fronte a Cristo, divide, e per questo Gesù dice che non è venuto a portare la pace, gli accomodamenti, ma la divisione. La scelta di Gesù, allora, non è determinata più dai legami di sangue, che passano in secondo ordine: la scelta di Cristo è assoluta. Tale scelta è possibile se si comprende, con la sapienza evangelica, che ci fa individuare in Cristo il compimento del disegno salvifico, disposto da Dio, discernendo così i segni del tempo della salvezza.
Dagli scritti e insegnamenti spirituali del beato Doroteo di Gaza, abate.
La dolcezza di stare vicino a Dio
San Giovanni nelle lettere cattoliche dice: « L’ amore perfetto scaccia il timore»
( 1Gv 4,18). Che cosa vuol dirci il santo con queste parole? Di quale amore e di quale timore intende parlare? Il profeta nel salmo dice: « Temete il Signore, voi tutti suoi santi » ( Sal 33,10) e possiamo trovare mille altri passi analoghi nelle sante Scritture. Dunque se perfino i santi, che hanno tanto amore per Dio, lo temono, come mai dice: « L’amore perfetto scaccia il timore »?
Il santo apostolo ci vuole indicare che ci sono due tipi di timore, l’uno iniziale, l’altro perfetto; mentre l’uno è proprio di chi, per così dire, è ancora un principiante nella vita spirituale, l’altro, invece, è il timore che provano i santi ormai pervenuti alla perfezione, al massimo grado del santo amore. Ad esempio: uno fa la volontà di Dio per paura del castigo: costui si trova ancora all’inizio, come ho già detto, non compie ancora il bene per se stesso, ma per timore di ricevere il castigo. Un altro fa la volontà di Dio per amore di Dio stesso, perché vuole sopra ogni altra cosa essergli gradito: costui sa che cosa è il bene in se stesso, costui sa che cosa significa essere in intimità con Dio.
Ecco, questi è colui che possiede il vero amore, quello che l’apostolo chiama perfetto, e questo amore lo porta al perfetto timore. Perché egli ormai teme e custodisce la volontà di Dio, non più per timore di ricevere colpi o per essere castigato, ma, come ho detto, perché ha gustato la dolcezza stessa di essere accanto a Dio e teme di perderla, terme di esserne privato. Questo timore perfetto, nato da questo amore, scaccia il timore iniziale. Ed è per questo che Giovanni dice: « L’amore perfetto scaccia il timore ». Ma è impossibile giungere al perfetto timore, se non si passa prima per quello iniziale.
Sono tre i modi, come dice san Basilio, con cui possiamo piacere a Dio. Possiamo piacergli per timore del castigo, e siamo così nella condizione di servi, oppure pensiamo di riceverne un guadagno, e così facciamo tutto quello che ci viene ordinato in vista del nostro vantaggio e in questo senso siamo come dei mercenari oppure facciamo il bene per se stesso e siamo nella condizione di figlio. Quando il figlio infatti arriva all’età della ragione e non fa la volontà del padre per timore del castigo o per riceverne una ricompensa, ma per amore, e mantiene per lui l’amore e il rispetto dovuti a un padre nella convinzione che tutto ciò che appartiene al padre è suo. Costui, come dicevamo, non teme più Dio di quel timore iniziale, ma ama, come di sant’Antonio: « Ormai non temo più Dio, lo amo ». E quando il Signore dopo che Abramo gli aveva sacrificato il figlio gli disse: « Ora so che tu temi Dio » (Gn 22,12) voleva parlare di quel perfetto timore che nasce dall’amore. Come avrebbe potuto dire: « Ora so »? Perdonatemi, quali opere aveva compiuto Abramo! Aveva obbedito a Dio, aveva abbandonato tutti i suoi beni, se ne era andato in terra straniera, in mezzo ad un popolo idolatra dove non vi era nemmeno traccia del culto di Dio, e per di più aveva sopportato anche la terribile prova del sacrificio del figlio, e dopo tutto questo Dio gli aveva detto: « Ora so che tu temi Dio »; è chiaro che intendeva parlare del timore perfetto, quello dei santi. I santi non fanno più la volontà di Dio per timore del castigo o per riceverne una ricompensa, ma perché lo amano, come ho ripetuto più volte, e temono di fare qualche cosa contro la volontà di colui che amano. Per questo l’apostolo dice: « L’amore scaccia il timore ». I santi non agiscono più per timore, ma temono per amore.
NON TEMERE, PICCOLO GREGGE!
7 AGOSTO – XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
La Domenica i figli di Dio rinnovano la gioia di ritrovarsi insieme e riscoprono la grazia e la gioia di invocare Dio, “Abba, Padre” e sentirsi, in forza del dono dello Spirito ricevuto, “figli adottivi”. In virtù di questa paternità e figliolanza riceviamo la fede e la forza per avvertirlo presente in tutti gli avvenimenti della nostra vita e della storia, anche quando siano chiamati ad affrontare con serenità le prove della vita, con tutte le difficoltà a volte ad essa connesse. Siamo chiamati ad affrontare le situazioni difficili, quali malattie, avversità varie, sofferenze, con la fiducia e la certezza che il Signore ci è vicino e che, come dice a san Paolo, davanti alle difficoltà da affrontare per l’annunzio del Vangelo: “Ti basta la mia grazia”.
Il Signore accompagna la sua Chiesa, sua Sposa, nel suo pellegrinare terreno, in attesa della contemplazione del volto dello Sposo nella Gerusalemme celeste. Quando ci raduniamo per celebrare i misteri della salvezza nel giorno del Signore accresciamo il desiderio della patria celeste e non per evadere dai nostri impegni quotidiani o perdere il nostro tempo, che crediamo prezioso per le cose passeggere ed effimere, ma che dobbiamo, pur contro nostra voglia, lasciare. Spesso dimentichiamo che dobbiamo vivere da figli di Dio e avere sempre fissi i nostri sguardi ai beni celesti verso cui siamo incamminati.
Nella Colletta della Messa di oggi preghiamo dicendo: « O Dio fedele alle tue promesse, che ti sei rivelato al nostro padre Abramo, donaci di vivere come pellegrini in questo mondo, affinché, vigilanti nell’attesa, possiamo accogliere il tuo Figlio nell'ora della sua venuta ».
Prima Lettura: Sap 18,6-9.
Il Libro della Sapienza, oggi, ci dice che gli eventi della liberazione furono preannunziati ai padri, i quali, avendo con coraggio prestato fedeltà al giuramenti del Signore e atteso la salvezza dei giusti, sono stati glorificati e chiamati dal Signore. «I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero , concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri ».
Meditare sulle opere di Dio, i suoi interventi di grazia, la liberazione pasquale, gesti con cui Dio guida il suo popolo, è per i giusti un rinnovare la fedeltà al Signore, che premia i giusti e punisce chi si oppone al suo disegno. La speranza dei giusti è fondata sulla fedeltà di Dio, che non abbandona. Partecipare, allora, per i cristiani, lungo il loro pellegrinare terreno, agli eventi pasquali della salvezza operata da Cristo, non solo con la memoria ma rendendo grazie e celebrando, immergendovisi, il suo mistero di morte e di risurrezione, significa riprendere coraggio e rinnovare la fede, rafforzarsi nell’impegno di testimoniare il Signore, come avvenne con i discepoli di Emmaus: Cristo Eucaristia ci guida lungo questo glorioso pellegrinare.
Seconda Lettura: Eb 11,1-2.8-19.
La fede dei Padri, ci dice la Lettera agli Ebrei, « è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede ». Per questa fede essi sono stati approvati da Dio. Così Abramo per fede, chiamato da Dio, partì per ricevere da lui la terra promessa in cui soggiornò, sotto la tenda, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Ancora: Abramo aspettava la città dalle salde fondamenta, costruita da Dio stesso e Sara, anche lei per fede, pur essendo in tarda età, ebbe la possibilità di divenire madre, avendo ritenuto degno di fede colui che glielo aveva promesso. Così, dal solo Abramo, pur segnato anche lui dalla morte, nacque una numerosa discendenza più numerosa delle stelle del cielo. Tutti questi padri nella fede morirono senza aver ottenuto i doni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano pur dichiarandosi stranieri e pellegrini sulla terra. Sono quindi alla ricerca di una patria, non quella lasciata in cui potevano ritornare, ma aspirano ad una patria migliore, la celeste. .
La fede contrassegna gli amici di Dio e, per essa, si è approvati da lui che rende giusti ai suoi occhi. La fede comporta l’obbedienza al Signore. Essa fa sperare in Colui che è fedele, attendendo sulla sua infallibile parola ciò che Egli promette. La fede ci fa camminare, desiderare, ricercare la patria celeste come Abramo che fu messo alla prova, avendogli Dio chiesto di sacrificargli il figlio, poiché era convinto che « Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo ». Il credente è colui che fa l’esperienza della morte e della vita e si affida a Dio, il quale non mente e dà quello che promette, come è stato per suo Figlio, sacrificato per noi ma divenuto segno di risurrezione e primizia di vita eterna per tutti. Spesso però siamo tentati di diffidare, di non credere, di trattenerci nelle buone intenzioni senza abbandonarci fino in fondo al volere di Dio.
Vangelo: Lc 12,32-48.
Gesù ci esorta a vivere distaccati dalle cose terrene e a preparare un tesoro sicuro nei cieli, dove i ladri non arrivano né il tarlo consuma, ma a cui dobbiamo legare il nostro cuore. Per questo il Signore chiede di essere come servi svegli e vigilanti, pronti ad accoglierlo, quando egli viene a chiamarci, in qualunque momento della notte o del giorno o prima dell’alba. Se ci troverà così saremo beati e ci introdurrà con sé a vivere con lui nel suo regno. E come un padrone non si lascerebbe scassinare la casa se sapesse a quale ora il ladro lo farebbe, così dice a tutti Gesù: « Tenetevi pronti perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo ».
Alla domanda di Pietro, che chiede a Gesù se questo ammonimento lo ha detto per loro o per tutti, il Signore risponde che un servo sarà da ritenersi beato se come amministratore, fidato e prudente, messo dal padrone a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a suo tempo, sarà trovato da lui, che arriva all’improvviso, ad agire secondo la volontà del padrone, perché lo porrebbe a capo di tutti i suoi averi.
Se invece quel servo, illudendosi che il padrone tarda a venire, trattasse male i servi e le serve, mangiasse, bevesse e si ubriacasse, il padrone, arrivando in un giorno o in un’ora in cui non se l’ aspetta, lo punirebbe severamente, infliggendogli la sorte che meritano gli infedeli.
Gesù, allora, conclude dicendo: « Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche ». perché « A chiunque fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più ».
I cristiani, anche se pochi, non devono sentirsi trascurati, perché ai piccoli, dice Gesù, sono rivelati i misteri del Regno preparato per loro dal Padre. Esso appartiene ai poveri e agli umili e per essere discepoli di Gesù bisogna distaccarsi dai beni terreni e porre il proprio cuore a preparare un tesoro celeste che nessuno può rubare e a cui deve legare il cuore: Cristo Gesù.
Allora il cristiano deve essere vigile e pronto, amministrare bene ciò che il Signore ci dona e non farsi prendere dal sonno ed essere indisposti: allora sarà Gesù stesso a invitarlo al banchetto celeste e a servirlo. Occorre essere fedeli e saggi. Se questo ammonimento vale per tutti, a maggior ragione vale per chi nella Chiesa assolve ad una precisa responsabilità che il Signore chiede di attuare.
CERCATE LE COSE DI LASSÚ
31 LUGLIO – XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
Nella celebrazione della Eucaristia non basta offrire al Padre il sacrificio della croce, Gesù, vittima gradita a Dio, è necessario che anche faccia parte di questa offerta la nostra vita, che viene trasformata insieme come offerta perenne. I segni del sacrificio del Cristo devono diventare anche i nostri segni, perché ogni aspetto della vita porti le impronte dell’amore di Cristo. Anche il lavoro e le attività quotidiane, se svolti con spirito di carità e di fraternità verso i poveri e i sofferenti, come ha fatto Cristo, esprimeranno il nostro servizio verso tutti gli uomini. Così ci rivolgiamo al Padre nella preghiera iniziale: «O Dio, fonte della carità, che in Cristo tuo Figlio ci chiami a condividere la gioia del regno, donaci di lavorare con impegno in questo mondo, affinché liberi da ogni cupidigia, ricerchiamo il vero bene della sapienza ».
Prima Lettura: Qo 1,2.2,21-23.
Nella lettura di oggi, dal libro di Qoèlet, siamo invitati a riflettere sulla vanità delle azioni che l’uomo compie: tutto, afferma Qoèlet, è la vanità: è un gran male. E’ vanità, se il lavoro che uno ha fatto con sapienza, scienza e successo, dovrà poi essere lasciato tutto ad un altro, che non vi ha faticato. Quale profitto viene all’uomo dalle sue fatiche e preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna? I suoi giorni sono dolori e fastidi e neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità. Poiché le realtà terrene sono inconsistenti e caduche e le attività dell’uomo sono intrise di inquietudine e affanno, perché l’uomo è tentato di appoggiarsi alle creature, di affannarsi vanamente, se tutto dovrà essere lasciato? Con ciò non bisogna pensare di darsi alla pigrizia, all’accidia o al pessimismo e allo scetticismo, ma bisogna pensare che solo affidandosi a Colui che non passa, che resiste alle mutevolezze delle vicende terrene, noi potremo pensare di non legare il cuore ad esse e ricercare invece tesori che non passano, che nessuno può rubare, né essere consumate dalle ruggine o dalla tignola, come dice Gesù.
Seconda Lettura: Col 3,1-5.9-11.
San Paolo scrivendo ai Colossesi, ci esorta, se siamo risorti con Cristo, ad una nuova mentalità, a non pensare alle cose della terra, ma a quelle del cielo, di lassù, dove è Cristo, assiso alla destra di Dio. Poiché come discepoli del Signore siamo morti alle « opere del mondo e della carne » e la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio, allora crediamo che quando Cristo, nostra vita, si sarà manifestato, anche noi appariremo con lui nella gloria. Esorta ancora a far morire in noi ciò che appartiene alla terra: impurità, passioni, desideri cattivi e ogni forma di cupidigia, per cui idolatriamo le realtà terrene. Ancora. Essendoci svestiti dell’uomo vecchio, con le sue azioni ed essendoci rivestiti dell’uomo nuovo, dobbiamo rinnovarci, con piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Così in Cristo è scomparso ogni distinzione di razza, nazionalità, di circoncisione o in circoncisione, di condizione sociale, e Lui è tutto in tutti.
Attraverso il battesimo, dunque, c’è in noi il germe della risurrezione, anche se lo sarà pienamente nella eternità di Dio. E’ già una realtà nascosta che attende di essere manifestata nella gloria. Il nostro sguardo intanto deve essere rivolto ad un orizzonte che va oltre questa terra: cioè la nostra condotta deve essere modellata avendo come principio Cristo risorto e nella mortificazione di tutto quello che è « terreno », in tutti quegli aspetti di peccato e che costituiscono il comportamento tipico dell’« uomo vecchio », che è dentro di noi e di cui il credente in Cristo si è spogliato, perché in lui ormai opera l’uomo risorto con Cristo. Accogliere questa mentalità nel battesimo, riscoprirla giorno per giorno, assaporarne il gusto spirituale, fa passare le realtà terrene in secondo ordine. La vita cristiana è allora attesa e anticipo della vita eterna.
Vangelo: Lc 12,13-21.
Gesù, in questo brano del Vangelo, partendo da una domanda che un tale della folla gli rivolge, chiamandolo a dirimere una questione di eredità che egli ha con il fratello, Gesù gli risponde: « O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? ». E continua, rivolgendosi alla folla, a fare attenzione e a tenersi lontano da ogni cupidigia, perché la propria vita non dipende dall’abbondanza da ciò che si possiede. Racconta quindi la parabola dell’uomo ricco, i cui terreni avevano dato un raccolto abbondante, per cui pensa di demolire i magazzini esistenti e costruirne altri di più grandi per conservare tutto il grano e i beni. Mentre pensa, però, in se stesso:« Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti! », Dio gli dice: « Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? ». Così conclude Gesù è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce davanti a Dio.
L’avidità, la cupidigia, il desiderio smodato a possedere sempre di più e chiudere il proprio cuore egoisticamente, senza aprirsi alla solidarietà e con i fratelli che sono nel bisogno, significa non usare i beni, che la provvidenza di Dio ci dona, secondo l’esempio di Cristo che si è fatto uno di noi, povero, per arricchirci della sua divinità e dei beni eterni.
Gesù, con la beatitudine proclamata: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli », vuole indicarci una via e una mentalità, che ci faccia vivere il rapporto con le realtà terrene, le ricchezze, non come fine del nostro quotidiano affanno, ma come mezzi che ci aiutino a realizzare, per tutti quanti gli uomini, condizioni che consentano di vivere dignitosamente la quotidianità della vita, facendo sì che si possa, al di là di questa esistenza terrena, accumulare i beni spirituali ed eterni che sono quelli che ci ritroveremo nella vita in Dio. E’ illusorio e stolto, quindi, affidarsi alle ricchezze, che per la loro instabilità e insicurezza, hanno una radicale vanità. Si può sembrare ricchi materialmente, ed essere nella miseria estrema, mentre invece chi, a giudizio del mondo, sembra essere povero, possiede la vera ricchezza: la grazia e l’amore di Dio, la santità, le opere di carità, ricchezze che resistono all’usura del tempo e non sono soggette alla volubilità e alla inconsistenza delle cose del mondo.
PADRE, VENGA IL TUO REGNO!
24 LUGLIO – XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
PADRE, VENGA IL TUO REGNO!
Partecipare al sacrificio dell’Eucaristia vuol dire celebrare il memoriale della passione, morte e resurrezione del Signore che, in virtù dello Spirito Santo, attualizza nella vita del credente il suo mistero di salvezza. Lo Spirito, che trasforma il pane e il vino nella presenza reale di Cristo, ci dà la possibilità di « condividere il pane disceso dal cielo » alla mensa del Signore. L’accento, ancora una volta in questa Eucaristia, è posto sulla Pasqua domenicale e, nella preghiera iniziale, ci rivolgiamo a Dio dicendo: « Signore e creatore del mondo, Cristo tuo Figlio ci ha insegnato a chiamarti Padre: invia su di noi lo Spirito Santo, tuo dono, perché ogni nostra preghiera sia esaudita ». Tutto ciò che è necessario alla vita quotidiana, deve essere ricercato e usato saggiamente, senza che intralci la continua ricerca dei beni celesti. E qualora dovesse intralciare questa ricerca bisogna essere capaci di rinunziare a ciò che ci ostacola nel cammino verso il Regno.
Prima Lettura: Gn 18,20-32.
Mentre i tre uomini, ospitati da Abramo, partono dalla sua tenda verso Sodoma, il cui grido è grande e il peccato dei suoi abitanti molto grave, egli rimane alla presenza del Signore. Avvicinandosi al Signore dice: « Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, cosi che il giusto sia trattato come l’empio: forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?».
Poiché il Signore, rispondendo ad Abramo, dice che se vi sono cinquanta giusti non distruggerà la città, egli, ardisce più volte rivolgersi al Signore e invocare la misericordia di Dio sulla città, anche vi fossero solo quarantacinque giusti, e poi quaranta, trenta e venti. Infine: e se anche ve ne fossero solo dieci, il Signore gli risponde: « Non la distruggerò per riguardo a quei dieci ».
Dio, nella sua pazienza, comprensione e disponibilità al perdono, è disposto ad assecondare le richieste di Abramo, anche se la sua è una invadente, ardimentosa preghiera, ma fatta con sentimento di umile coraggio. Ma poiché nelle due città non vi si trova neppure un giusto, per il quale Dio sarebbe disposto a perdonare, esse vengono distrutte. Bisogna, con fede e perseveranza, osare nella preghiera ed affidarci alla longanimità di Dio ed egli per un « solo giusto, Cristo suo Figlio » è disposto a perdonare tutti i peccati di tutta l’umanità.
Seconda Lettura: Col 8, 12-14.
Paolo ai Colossesi ricorda che nel battesimo si « è sepolti», non corporalmente ma misticamente con Cristo, e « risorti mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti ». E poiché, a causa delle colpe e della non circoncisione della carne, gli uomini erano morti, Dio ci ha dato la vita nel suo Figlio, che ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce, «perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi, che con le prescrizioni, ci era contrario ». Così il Padre celeste, nel sacrificio del suo Figlio, ha dato all’umanità peccatrice di essere riconciliata con lui, annullando il nostro debito di peccato. Questo rinnovamento si realizza in noi quando, con il battesimo, morendo al peccato e risorgendo alla vita di Dio, con un breve rito ma con tanta grazia ed efficacia, siamo immersi nel mistero di morte e risurrezione del Signore, avvenimento di universale salvezza. Ripensare e riscoprire, allora, spesso il battesimo, che ci ha resi figli di Dio, significa accogliere continuamente questo mirabile dono, rendendolo fruttuoso per ora e per l’eternità.
Vangelo: Lc 11,1-13.
Gesù, ai discepoli che gli chiedono di insegnare loro a pregare, come Giovanni aveva fatto con i suoi discepoli, dice loro: « Quando pregate, dite : “ Padre sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci il pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione” ». Attraverso, poi, la parabola dell’amico, che va ad importunare, a mezzanotte, l’amico vicino chiedendogli tre pani, per dare da mangiare ad un improvvisato ospite a cui non ha nulla da offrirgli, e quegli, anche se a malavoglia, si alza per dargliene, non perché è suo amico ma per la sua invadenza, Gesù esorta gli ascoltatori dicendo: « Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto ». E come nessun padre, dice ancora Gesù, al figlio che gli chiede un pesce darà una serpe al posto del pesce, o se gli chiede un uovo gli darà scorpione, e se loro, cattivi come sono, sanno dare cose buone ai figli, « quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono! ».
Gesù, come maestro e modello di figliolanza, ci insegna cosa e come chiedere al Padre celeste: la sua glorificazione, l’avvento del suo regno e l’adempimento da parte degli uomini della sua santa volontà; il pane quotidiano, il perdono dei nostri peccati e imitarlo nel perdonare agli altri e, infine, che non ci abbandoni nei momenti della tentazione al potere di Satana.
Chiedere anche con perseveranza e quasi inopportunamente, affidandoci al cuore di Dio, che è il più tenero e il più accondiscendente dei padri. Abbandonarsi a Dio nella preghiera è questione decisiva per capire la paternità di Dio, che vuole solo il nostro bene e di tutti i suoi figli e che partecipino della salvezza operata dal suo Figlio.
ACCOGLIAMO CRISTO NELLA SUA PAROLA, NELL'EUCARISTIA E NEI FRATELLI.
17 LUGLIO – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
Accogliere Cristo nella sua parola, nell’Eucaristia e nei fratelli.
Nella celebrazione dell’Eucaristia la nostra modesta offerta del pane e del vino sono espressione del nostro lavoro e della nostra solidarietà con le necessità dei nostri fratelli. Essi sono doni di Dio, espressione di tutti i doni di grazia che Dio ci elargisce. Essi saranno trasformati dalla potenza dello Spirito nel Corpo e Sangue di Cristo, espressione del suo sacrificio compiuto per la nostra salvezza e che noi offriamo al Padre. In ogni Pasqua settimanale, nella nostra povertà, noi offriamo a Dio Gesù, pane della vita e calice della salvezza, che rinnova la sua immolazione sulla croce. La grazia della sua presenza in noi diventa visibile quando come il lievito o il seme cresce e ci trasforma.
Nella preghiera iniziale dell’Eucaristia preghiamo e diciamo: « O Padre, che nella casa di Betania il tuo Figlio Gesù ha conosciuto il premuroso servizio di Marta e l'adorante silenzio di Maria: fa' che nulla anteponiamo all'ascolto della tua Parola».
Prima Lettura: Gn 18,1-10.
Abramo, mentre sta davanti alla sua tenda alle Querce di Mamre, vede tre uomini davanti a lui. Corre loro incontro e, prostrandosi ai loro piedi, dice: « Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare senza fermarti dal tuo servo ». Li invita quindi ad accettare i gesti dell’ospitalità: a lavarsi i piedi e accomodarsi sotto l’albero, a mangiare un boccone di pane e a ristorarsi e poi avrebbero proseguito il loro cammino. Avendo quelli risposto: « Fa’ pure come hai detto », Abramo va alla tenda e dice a Sara: « Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce ». Corre lui stesso all’armento e prende un vitello tenero e buono che dà al servo, che si affretta a prepararlo.
Prendendo ancora panna e latte fresco insieme con il vitello, li porge ai tre. Mentre essi mangiano egli rimane ritto in piedi davanti a loro. Poi chiedono ad Abramo dove è Sara, sua moglie. Avendo risposto che era nella tenda uno dei tre dice ad Abramo: « Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio ».
Abramo accoglie premurosamente gli ospiti di passaggio, perché in essi si rivela e si presenta il Signore. La sua generosità è premiata dalla promessa che il Signore gli fa di dargli un figlio , pur essendo sua moglie in tarda età. Poiché Sara, da dentro la tenda sente la promessa e, incredula, sorride, quel bambino promesso sarà chiamato “Isacco”, cioè il figlio del sorriso, poiché nulla è impossibile a Dio.
Seconda Lettura: Col 1,24-28.
San Paolo scrive ai Colossesi dicendo che egli è lieto delle sofferenze che sopporta per loro, dando, così, compimento nella sua carne a ciò che man- ca ai patimenti di Cristo a favore della Chiesa. Di essa è diventato ministro per la missione che Dio gli ha affidato: portare a compimento la parola di Dio, cioè » il mistero nascosto da secoli ma ora manifestato ai suoi santi «, ai quali « Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero, Cristo, speranza della gloria » . Così egli e gli altri santi apostoli lo annunziano, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo.
Paolo, dicendosi lieto delle sofferenze della vita apostolica che sopporta, vuol dirci che esse sono la continuazione della passione di Cristo, con cui il Signore ha salvato il mondo. Questo è il Vangelo che egli predica e per il quale sopporta anche le catene. Così egli, ministro del Vangelo secondo la missione ricevuta, come ogni cristiano, che in quanto membro del Corpo mistico di Cristo soffre nel suo corpo per lui, contribuisce alla redenzione del mondo: per il cristiano la sofferenza sopportata in comunione con il Signore è partecipazione redentiva del mondo. Nella Chiesa, dunque, più che ricercare il dominio e predicare noi stessi, è da incarnare un servizio per predicare il Vangelo, ad esempio di Cristo, che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto di tutti.
Vangelo: Lc 10,38-42
Il Vangelo, oggi, ci presenta una scena di accoglienza familiare che le sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, fanno al Signore nella loro casa: Maria sta seduta ai piedi di Gesù e lo ascolta, Marta, invece, distolta dai molti servizi, si dà da fare per preparare le cose necessarie per una degna ospitalità. Quando questa dice a Gesù: « Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? », egli risponde: « Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola cosa c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta ».
Nella vita del discepolo l’accoglienza del Signore si realizza in maniera diversa a seconda delle scelte di vita che ognuno è chiamato a fare: nella vita contemplativa, certo, l’ascolto e l’ attenzione al Signore, non è perdita di tempo, è anche servizio fatto a lui, perché, come per Santa Teresina del Bambino Gesù, le preghiere e l’offerta delle sofferenze sono unite, per amore, alla passione di Cristo e a beneficio di tutta la Chiesa. Ma anche il servire Cristo nei fratelli, in qualunque circostanza essi si trovano, per amore di lui, presente in loro, è servirlo, vincendo la nostra naturale ed egoistica pigrizia e non dimenticando però che l’ascolto, il colloquio e la comunione con il Signore sono fonte di gioia e forza per vivere la nostra fedeltà a lui nel servizio del prossimo. L’una o l’altra scelta di vita a cui si è chiamati, allora, deve saper contemperare i due aspetti di relazione con il Signore, tenendo presente il noto adagio: Fare sì una cosa, ma senza omettere l’altra.