





Rispetto e attenzione ai poveri.
22 Settembre – 25a Domenica Tempo Ordinario.
Rispetto e attenzione ai poveri,
La fedeltà del discepolo a Cristo Signore deve caratterizzare profondamente il suo comportamento. Il profeta Amos, un contadino vissuto 750 anni prima di Gesù, è inviato da Dio in un tempo in cui in Israele vigeva un comportamento ispirato alla frode e allo sfruttamento, così come avviene anche oggi in tanti luoghi del pianeta e nelle nazioni in cui vigono leggi all’avan-guardia per il rispetto dei diritti dei poveri e dei meno abbienti. Dio pone sulla bocca di Amos una frase sconcertante : « Io vendicherò i miei poveri ».
Paolo, da parte sua, invita a pregare e a far pregare per la pace, anche per i governanti, cosicché si possa condurre una vita calma e tranquilla.
Luca, nel brano del Vangelo di oggi, ci presenta la parabola di Gesù, forse ispirata ad un fatto di cronaca di quei giorni, dell’amministratore infedele che, scoperto per i suoi imbrogli nell’amministrare i beni del suo padrone, prima di essere licenziato, chiama i debitori del suo padrone e falsa le ricevute di quanto essi gli devono: ad uno toglie 18 ettolitri di olio, ad un altro 35 quintali di grano, ecc. Così pensa di farsi degli amici che lo avrebbero accolto una volta licenziato dall’amministrazione.
Gesù invita ad essere scaltri.
Gesù, più che far porre l’attenzione degli ascoltatori sulla immoralità del comportamento tenuto da quell’uomo, dà una lezioni di vita ai suoi discepoli e anche a noi. Pur dicendo che l’amministratore è disonesto, egli ne loda la furbizia e la scaltrezza, perché ciò che ha rubato al padrone lo ha sgravato ai debitori che gli dovranno essere riconoscenti nel futuro, quando non avrà più il suo lavoro, e così potrà avere qualcuno che lo accoglie..
Gesù, poichè vuole esortare ogni uomo ad una santa furbizia e a non lasciarsi rendere schiavi del denaro, ci invita a investire le proprie ricchezze a beneficio dei poveri. E, anche qualora si accumu-lassero beni in maniera non onesta, elargire ai poveri, come fece Zaccheo, è un modo per avere in cielo coloro che accoglierebbero nelle dimore eterne. Certamente anche il povero Lazzaro, presso il seno di Abramo, avrebbe posto la sua intercessione se il ricco epulone lo avesse sfamato durante il loro soggiorno terreno.
I poveri infatti sono i prediletti di Dio e se si dà ad essi, certamente, Dio aprirà le porte del cielo a coloro che li avranno beneficati, accogliendoli nella sua casa..
Ma Gesù, oltre all’elemosina, vuole esortarci a non limitarsi solo a questa forma di aiuto perchè, terminato il denaro dell’elemosina, il povero si ritroverebbe di nuovo nel bisogno e avrebbe di nuovo fame.
La maniera vera e stabile di aiutare i fratelli in necessità sarebbe dare un lavoro stabile ad un padre di famiglia, i mezzi necessari ad ognuno per uno sviluppo umano e sociale adeguato, le cure necessarie ai malati, una casa decente per tutti. Gesù, in definitiva, invitandoci ad avere rispetto e attenzione ai poveri, ci insegna, non tanto e solamente a fare l’elemosina, ma a trasformare la società e a renderla più umana e più giusta, a fare della nostra terra un luogo dove tutti, anche i più poveri, possano avere il necessario alla loro vita e alla loro dignità.
Il cristianesimo, allora, non può non esprimere anche la profezia della giustizia sociale, della difesa dei più deboli in senso largo e della denunzia delle oppressioni esercitate in maniera più o meno scaltra.
Né la dottrina sociale della Chiesa nell’applicare i principi evangelici può prescindere dall’affermare chiaramente e con determinazione che il diritto, pur legittimo, alla proprietà privata deve essere coniugato e, a volte, anche subordinato alle esigenze di giustizia sociale. Non si può prescindere, infatti dal principio della « destinazione comune ed universale dei beni della terra » data da Dio all’uomo.
La fede cristiana riconosce che il bene della creazione non può essere accaparramento di pochi a discapito di tutti gli altri.. Si spiega così il potente richiamo profetico che i papi, da Leone XIII e via via a Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e in ultimo Papa Francesco, hanno voluto imprimere al messaggio evangelico a favore dei poveri della terra, degli ultimi, dei popoli oppressi e resi schiavi dalle ricchezze dei popoli ricchi per le dure leggi economiche del mercato. Il cristiano non può restare indifferente e non essere fortemente critico dinanzi al grave divario che vi è tra i popoli, o gruppi sociali, a proposito delle disparità economiche e del poco rispetto dei diritti fondamentali di ogni uomo.
La fedeltà a Dio
La parola di Dio, oggi, oltre al suo valore in chiave sociale, ci richiama alla fedeltà a Dio, poiché questa istanza non può essere soppiantata dagli aspetti materiali dal messaggio evangelico richiamati. Davanti all’dolo della ricchezza, che spesso diventa fine a se stessa e non mezzo, che rende schiavi delle cose e fa perdere la libertà, Gesù vuol farci prendere coscienza che è necessario fare una scelta: non si può servire nello stesso tempo Dio e mammona, bisogna decidersi a sce- . gliere. Nel farsi “ servi di Cristo ”, cioè imitarlo e accettare che egli regni nei nostri atteggiamenti e comportamenti, le cose che ci servono acquistano un valore di mezzo e non di fine, un “bene di cui poter disporre per far del bene ai fratelli”. Non possiamo certo fare a meno del denaro e di tutte le realtà ad esso connesse (banche, bilanci, ecc.), ma Dio domanda all’ uomo non di fare a meno di tutte queste realtà, ma ci chiede di utilizzarle a servizio di tutti gli uomini.
Aprire il cuore ai fratelli, per un senso di giustizia umana ed evangelica, significa usare i beni della creazione per esprimere la solidarietà verso i più deboli, poveri, emarginati di ogni società e così creare comunione tra le persone, anziché creare discriminazioni, che spesso, lungo la storia, sono state fonti di lotte anche violente. Essere fedeli nel poco per esserlo anche nel molto, che per varie situazioni possiamo ritrovarci e utilizzarlo con sapienza evangelica amministrandolo a nostro e altrui beneficio, significa voler rendere a Dio quello che è di Dio e a Cesare ( inteso come umanità in cui chi la guida, nell’esprimere l’autorità, deve provvedere al bene comune), quello che è di Cesare. Potremo così tutti usare dei beni terreni e, facendoci saggi amministratori delle cose di questo mondo, condivideremo anche i beni spirituali su questa terra e, soprattutto acquisteremo le vere ricchezze celesti che né la ruggine né la tignola consumano. Il sottile legame fra le cose celesti e quella della terra è ciò che la Parola di Dio ha voluto farci comprendere, perchè amministrando saggiamente i beni creati rendiamo gloria a Dio.
Prima Lettura : Am 8,4-7.
Calpestare il povero, imbrogliarlo, approfittare del suo bisogno, è peccato gravissimo. Dio stesso protegge il povero, lo ha a cuore e ne prende le difese. Non si può dividere l’amore a Dio e l’amore al prossimo: chi offende ed è ingiusto con il prossimo tocca e offende Dio stesso.
Seconda Lettura: 1 Tm 2,1-8.
Il Padre è uno per tutti, così il Mediatore, Cristo Gesù, il quale ha offerto la propria vita come prezzo per la liberazione di tutti gli uomini: tutti devono quindi essere presenti alla preghiera della comunità cristiana, e in particolare coloro dai quali dipende una vita comunitaria di serenità e di pace. Non possiamo allora ammettere scontri, contese, cioè tutto quanto produce divisione a antitesi a quell’amore che tutto ha redento. Paolo vuole che si alzino al cielo per la preghiera « mani pure e senza collera », altrimenti la preghiera non vale. Si direbbe che non sale preghiera al Padre, se non è fatta da fratelli.
Vangelo : Lc 16,1-13.
L’amministratore infedele ha cercato di procurarsi degli amici per il tempo della sventura con un procedimento disonesto ma, secondo la sua linea, furbo, scaltro. Anche i discepoli di Gesù devono essere scaltri, non con la disonestà di quell’amministratore, ma cercando di farsi degli amici distribuendo le ricchezze: tali amici sono quanti intercederanno presso Dio nel giudizio, come testimoni della nostra carità.
Chi amministrerà con questo spirito evangelico i beni di questo mondo riceverà i beni veri, che ci sono destinati. Gesù parla di « disonesta » ricchezza; di « ricchezza altrui »: è per dire fino a che punto dobbiamo essere distaccati e fino a che punto dobbiamo sorvegliare il nostro cuore per non esserne captati, per non farne degli idoli.
Vangelo della misericordia di Dio.
15 Settembre – 24°a Domenica Tempo Ordinario.
Riconoscere e accogliere la misericordia di Dio.
Oggi siamo chiamati a riflettere sulla misericordia di Dio, sul dono del suo perdono e sulla conversione dell’ uomo al suo amore. Le parabole che il Vangelo ci invita a riflettere sono le più significative sulla misericordia di Dio e sulla fede cristiana, come religione che, secondo l’insegnamento e l’opera di Gesù, continua il recupero dei peccatori all’amore del Padre.
Per Gesù una sola pecorella smarrita, anche se le novantanove non sentono bisogno di conversione e di perdono, giustifica la sua opera di salvezza, perché per Dio l’una vale molto, per essa si mette alla ricerca e non torna a casa finché non la ritrova. Allora, l’uomo più che sentirsi cercatore di Dio, così come è stato solito fare, dovrebbe riconoscere che è cercato da lui, Non siamo noi che andiamo in cerca di lui, ma è Dio, che ci ha amato per primo, a cercare noi, tutta quanta l’umanità, rappresentata dalla pecorella smarrita, dal figlio prodigo e dalla dramma perduta. Egli ci attende, come il padre della parabola, prima ancora che noi ci risolviamo a ritornare a lui. Anzi, prevedendo il nostro pentimento e il desiderio di ritornare, ci attende e prepara la festa del ritorno: è l’amore paterno di Dio, la sua misericordia, l’amore di una madre che ama il suo bambino.
Le parabole del perdono
Le parabole della misericordia di Dio ascoltate oggi ci dicono che Gesù, attraverso la sua Comunità con gli apostoli a capo, continua l’opera di ricerca e di salvezza dell’uomo peccatore, smarrito nelle vie del male e del peccato, esposto a pericoli mortali per la sua vita morale e spirituale. Il pastore che cerla la pecorrella, ritrovatala, se la pone sulle spalle e pieno di gioia ritorna a casa per far festa con gli amici; il padre riabbraccia il figlio che ha lungamente atteso, lo riabilita nella sua dignità di figlio e ordina di far festa per averlo riavuto sano e salvo.
Gesù se, da parte sua, manda la Chiesa e i suoi apostoli ad annunziare il regno di Dio e la conversione di tutti gli uomini, dall’altra essi devono, all’interno della Comunità dei credenti, recuperare coloro che, smarritisi nelle vie del male e del peccato, ritornano pentiti a Dio.
La parabola del “Padre misericordioso” o del “Figlio prodigo” ci mostra l’infinito amore del padre celeste, la sua tenerezza verso quel figlio che, allontanatosi dal suo amore, è stato attratto da un sogno di falsa libertà e autonomia. Il figlio, a sua volta, pentito non tanto per aver dato dispiacere al padre quanto per non avere più nello stato di miseria quello di cui godono i servi nella casa paterna, viene ugualmente riaccolto con gioia, riabbracciato dal padre, che non fa calcoli e distinzioni.
Così Gesù ha voluto mostrare il vero volto di Dio, Padre misericordioso, disposto a riabbracciare l’uomo peccatore che, ritornato pentito al suo amore, viene riammesso nella sua dignità filiale. Dio vuole solo il vero bene dei suoi figli dimostrandosi pronto a perdonare nonostante i nostri rifiuti, le nostre infedeltà, i nostri smarrimenti. Il perdono di Dio, attraverso il sacramento della riconciliazione ci riabilita, se bene vissuto, nella piena comunione con Dio e la sua Chiesa, anche se non sono escluse altre vie attraverso le quali Dio può accoglierci nel suo abbraccio di misericordia.
Il potere del perdono dato da Gesù risorto alla sua Chiesa.
Gesù risorto apparendo agli apostoli dà loro pieni poteri per il perdono da dare ai fratelli: « Soffiò su di loro e disse: “ Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati” » (Gv.20).
Il sacramento della Riconciliazione che la Chiesa vive, a cui spesso ci si accosta senza una piena consapevolezza di ciò che esso significhi, oppure viene vissuto con scarsa frequenza per i troppi impedimenti morali, per i pregiudizi presenti in tanti fratelli, per una certa ostilità verso la “confessione” presente in tanti giovani, richiede una profonda rivisitazione sul valore che Gesù ha voluto attribuire a questo gesto sacramentale, vissuto nella Comunità per suo volere, come mezzo efficace del perdono e della sua grazia. Così la Chiesa nella Riconciliazione accoglie, come Gesù accoglieva i peccatori, i penitenti di tutti i tempi ed è nell’ascolto della Parola di Dio che nasce il desiderio di conversione e la riscoperta dell’amore del Padre celeste.
Nella Riconciliazione, infine, più che il riconoscimento e la confessione delle proprie colpe, rimane importante e fondamentale la riscoperta dell’amore gratuito e disinteressato dell’amore di Dio, che perdona per i meriti del suo Figlio e l’azione dello Spirito e, attraverso il sacerdote, assolve i nostri peccati. La Chiesa, oggi, continua l’opera di Cristo che, non essendo più visibilmente tra gli uomini, perdona, conforta e salva attraverso la sua Parola e l'azione dello Spirito Santo con i segni sacramentali ad essa affidati.
Prima Lettura: Es 32,7-11.13-14.
In Dio la misericordia è più forte del proposito del castigo. Il popolo, oggetto di predilezione e liberato dalla schiavitù, si dimentica continuamente di Dio, lo abbandona perché le esigenze di Dio appaiono troppo alte e allora si dà agli idoli. Ma Dio non dimentica la promessa di salvezza, ascolta la preghiera di intercessione di Mosè, e non lascia mancare il suo perdono. Dobbiamo avere un’immensa fiducia nel perdono di Dio, adesso specialmente che l’alleanza è stata stabilita - nuova ed eterna – nel Sangue di Cristo; adesso che possiamo celebrare in ogni Messa il suo sacrificio e lo stesso Figlio intercede per noi.
Seconda Lettura : 1Tm 1,12-17.
E’ Dio che ha chiamato Paolo a servire il Vangelo: « mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me ». Questo ministero è una grazia singolare , ed è proclamazione della magnanimità di Gesù, di cui lo stesso apostolo si dichiara un esemplare. Questa magnanimità è destinata a tutti gli uomini. Da qui il rendimento di grazie, la lode gioiosa, la speranza per tutti i peccatori.
Vangelo : Lc 13,1-32.
Ecco le parabole più belle del Vangelo, quelle della misericordia. Dio ci viene incontro con la cura preoccupata di un pastore che cerca, trova e porta all’ovile la sua pecora smarrita; si dà da fare per ritrovarci, con la preoccupazione e l’ansia di una donna che ha perduto la moneta; e con la tenerezza invincibile di un padre che ci aspetta come figli prodighi al nostro ritorno e ci riammette con larghezza ai suoi beni.Questo suscita scandalo in quanti si credono e si illudono di essere giusti. Non scandalizziamoci mai dei gesti di misericordia che la Chiesa compie in nome di Gesù. Gioiamo invece dei peccatori che cambiano vita, domandandoci se, a dispetto delle nostre convinzioni, i più grandi peccatori non siamo proprio noi. Allora accresciamo la gioia in cielo convertendoci.
Ultimo aggiornamento (Sabato 14 Settembre 2013 22:12)
Le condizioni per seguire il Signore
8 Settembre – 23a Domenica Tempo Ordinario.
Le condizioni per seguire il Signore.
Gesù, nel Vangelo che in questa Domenica leggiamo, ci elenca le condizioni necessarie per seguirlo come suoi discepoli.
Nella prima condizione, in modo paradossale che bisogna comprendere bene, Gesù dice: « Se uno viene a me e non odio suo padre, sua madre, ecc. ». Nel brano parallelo del Vangelo di Matteo al capitolo 10, leggiamo invece: « Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me ». Come intendere allora il pensiero di Gesù?
Nel Vangelo di oggi, in una più esatta interpretazione dei testi sacri, leggiamo: « Se uno viene con me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo ». Cioè, gli affetti umani e terreni devono avere la loro importanza nella nostra vita, ma l’amore per Cristo deve precedere su tutti gli affetti che siamo chiamati a vivere.
Nella seconda condizione Gesù chiede: « Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo ».
Cosa vuol dire « seguire Gesù ?».
Le parole di Gesù, contestualizzate nei momenti in cui grandi folle erano entusiaste nel seguirlo, tentano di smorzare tali entusiasmi nei tanti che vogliono seguirlo. Egli francamente sembra dire che bisogna pensarci bene prima di seguirlo per evitare di pentirsene, dopo avere sperimentato le esigenze richieste.
In quel tempo cosa significava seguire un profeta sconosciuto, uno riprovato dai capi della nazione e tenuto in osservazione dai Romani che occupavano la Palestina? Il seguirlo lasciando la casa, i familiari, il lavoro, poteva significare correre gravi rischi anche per la propria stessa vita. Voleva dire anche vivere una vita diversa, nuova, difficile e al di fuori dei canoni convenzionali della maggioranza, che spesso, nei momenti difficili socialmente e politicamente di allora, viveva rinchiusa nel proprio egoismo. Gesù, indicando con i suoi insegnamenti a vivere come figli di Dio e esortando a vivere da fratelli di tutti, esigeva radicale cambiamento di mentalità, conversione di vita, preghiera, purezza di pensieri, santità e fedeltà nel matrimonio, amore per gli ammalati, gli emarginati, i poveri. Esigeva anche l’amore per i propri nemici e il perdono da accordare sempre a tutti. La sua insistenza a non legarsi al denaro, a vivere in pace con tutti, a servire con gioia gli altri, donandosi e spendendosi per tutti, erano tutte esigenze non facili da accettare. Rinunziare a tutto per Gesù, oltre che a staccarsi dai beni terreni, voleva anche dire rinunciare alle proprie convinzioni, abitudini e pensare e vivere come lui. All’entusiasmo facile Gesù vuole che il discepolo sostituisca la consapevolezza e l’accettazione di ciò che è chiamato ad accettare e vivere, se vuole seguirlo fino in fondo.
Le esigenze di Gesù nelle prime comunità cristiane.
Questa pagina del Vangelo, letta quando ancora erano pochi i discepoli seguaci del Signore nell’ambito delle prime comunità, faceva,certo, riflettere chi voleva abbracciare la nuova religione. Alto era il prezzo che bisogna pagare per seguire il Maestro, anche giungere al martirio. Bisognava cambiare mentalità profondamente e vivere una nuova esistenza, diversa e anche difficile. E i primi cristiani per trasmettere la fede hanno spesso pagato questo prezzo. Questa eredità che noi abbiamo ricevuto la salvaguardiamo gelosamente oppure facilmente la barattiamo? La testimonianza di coloro che ci hanno preceduto, affrontando anche il martirio, è ancora per noi uno stimolo a vivere la nostra fedeltà a Cristo?
La sequela di Gesù oggi.
Per noi e per chi si avvicina a Cristo per la prima volta, oggi, la pagina del Vangelo ci ripropone l’accettazione della fede cristiana come scelta difficile, che comporta a volte una rottura con l’ambiente che ci circonda. La secolarizzazione ha portato a isolare la fede cristiana e chi vuole viverla con fedeltà. Un paganesimo sempre più imperante considera la vita, come i pagani di una volta, come tempo da vivere nell’egoismo, nella ricerca del piacere, nell’indifferenza religiosa verso Dio e Gesù Cristo, che diventano come sconosciuti. Dimostrarsi cristiani in certe situazioni diventa, a volte, difficile, ci si vergogna, si ha paura di isolarsi. Per un giovane vivere la fede, la preghiera, l’Eucaristia domenicale, usare linguaggio e comportamenti corretti, non adeguarsi all’andazzo corrente, può significare il rischio di venire isolato. E anche oggi Cristo rifà a tutti la sua proposta di sequela: « Vuoi essere mio discepolo? Vuoi portare la tua croce dietro a me? Pensaci seriamente, rivedi le tue convinzioni. Vivere la fede oggi comporta una impegno rilevante e serio ».
In questo contesto spesso ostile al vivere cristiano, bisogna chiedere, come esortava il libro della Sapienza, il discernimento della volontà di Dio. Chiedere la luce per investigare, discernere le cose celesti e la forza per accettarle e viverle. Solo con l’aiuto della Sapienza che Dio dona e con il suo santo Spirito è possibile camminare per la via della salvezza. E’ necessario nella fede chiedere a Dio chiarezza, comprensione e la consolazione di sentire di aver compiuto la scelta giusta. L’essere accompagnati con la direzione spirituale, oggi misconosciuta e poco praticata, può aiutare a vivere con coerenza e forza nel cammino di sequela del Signore, a discernere la volontà di Dio, specie quando si è davanti a scelte importanti della vita.
Avere un maestro e una guida spirituale, che accompagna nella vita cristiana, può aiutare per una concreta esperienza di fede, per rinnovare la propria vita di credente ed essere illuminati con la sua parola, specie quando non se ne è capaci.
Prima Lettura: Sap 9,13-18.
La sapienza che insegna all’uomo la strada della salvezza, è dono di Dio, è frutto dello Spirito Santo, che viene dall’alto. L’uomo con le sue fragili forze non ne è capace. Ma Dio non lascia mancare questa sua grazia. A suo tempo manderà il suo stesso Verbo, la Sapienza eterna, tra gli uomini, cioè Gesù Cristo nel quale troviamo la parola e la strada della salvezza.
Seconda Lettura : Fm 9-10.12-17.
Questo biglietto di Paolo « vecchio e anche prigioniero di Cristo Gesù » è pieno di tenerezza e discrezione. Egli invita un cristiano a considerare lo schiavo come un « fratello nel Signore »: infatti è stato generato in carcere ed è diventato cristiano. Il fondamento più profondo e più decisivo della libertà è la fraternità cristiana , è la fede e la grazia, che sanno indurre a gesti liberi, spontanei e quindi validi, che vengono non dalla costrizione ma dall’amore.
Cosa comporta per noi oggi seguire il Signore Gesù?
Vangelo : Lc 14, 25-33.
Non è cosa da poco diventare discepoli del Signore. Occorre ponderatezza, determinazione, coerenza. E’ una sequela che domanda distacco da tutto, nel senso che solo Cristo è l’assoluto. Ogni altro legame, per doveroso che rimanga, va considerato e vissuto in lui. Essere discepoli in particolare comporta la condivisione del medesimo destino di Cristo, morto sulla croce. Bisogna portare la propria croce. Essa non manca a nessuno. Per averne il coraggio e per non perdere la pazienza abbiamo il sacramento della croce, l’Eucaristia.
Ultimo aggiornamento (Sabato 07 Settembre 2013 16:47)
Lumiltà e la gratuita dell'amore.
1 Settembre - XXII Domenica Tempo Ordinario.
CHI SI UMILIA SARA’ ESALTATO
La Parola di Dio di quest’oggi ci invita a comprendere il nesso profondo che vi è tra l’umiltà che l’uomo deve praticare e ciò che Dio, per la sua bontà, fa ridondare sull’uomo. Dio gradisce la modestia dell’uomo ed esalta chi si umilia, come canta Maria nel Magnificat. Dio ama e predilige i piccoli, l’orfano, la vedova. Verso i poveri e i deboli riversa il suo grande amore e difende le vittime di tutte le ingiustizie.
Gesù, invitato nella casa di un fariseo per un pranzo, davanti a coloro che lo osservano sul suo comportamento, notando come gli invitati scelgono i primi posti, dice una parabola: « Quando sei invitato a nozze, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto” . Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto».
Quei commensali, garanti della Legge, contrariamente a ciò che dicel a Bibbia nei Proverbi: «Non metterti nei posti d’onore » (Prv 25,6) o « Sii modesto. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile e troverai grazia davanti al Signore »(Sir 3,17), senza nessun ritegno né umiltà, facevano ressa e a gomitate per occupare i primi posti.
Gli insegnamenti fondamentali di Gesù
Il Signore trae lo spunto dal comportamento dei presenti per dirci che è importante scegliere l’ultimo posto e che, secondo la sua visione della vita, nel regno di Dio, che incomincia già su questa terra, il primo è colui che serve e il più grande è l’ultimo. A chi serve, pur essendo il più grande, e si umilia avanti a Lui e al prossimo, il Signore si rivolgerà a lui per dirgli come nella parabola : « Amico, sali accanto a me. Sii vicino a me nella gloria del Padre ». Coloro che cercano i primi posti, gli arrivisti e gli egoisti, se sene renderanno degni, saranno posti più lontani da Dio e, con vergogna, occuperanno gli ultimi posti nel suo Regno.
Un altro insegnamento di Gesù, oggi, è quello che riguarda la gratuità dell’amore, in cui non si deve esigere il contraccambio, né sottostare alla logica del ricambio di un favore, né chi dona deve aspettarsi un ringraziamento o, peggio, pretendere di essere ripagato per l’opera compiuta, con forme e maniere contrarie alla giustizia e alla carità.
A Dio, che ha donato all’uomo tutta la creazione con amore e gratuità, la vita materiale ma soprattutto quella dello spirito, rendendolo suo figlio per mezzo del perdono accordatogli nel suo stesso Figlio, cosa potrebbe l’uomo restituire al Signore per quanto ha ricevuto? Nulla. Dice san Paolo: « Dio ci ha amati mentre noi eravamo ancora peccatori » e si domanda ancora: « Ora che siamo divenuti figli, come non ci donerà ogni cosa per mezzo di lui? ». Davanti a questa totale gratuità di Dio, l'uomo cosa potrà donargli? Ancora nulla! Solo se stesso me i suoi peccati! L’uomo, quando sperimenta la capacità di amare e donarsi senza pretese, trova il senso profondo della sua esistenza e la sua felicità.
L’umiltà e il donarsi gratuitamente nel Vangelo.
In diverse altre occasioni Gesù dà gli stessi insegnamenti testé riportati. In Mt 20,25-28, parlando ai discepoli che lo seguono sulla via verso Gerusalemme e discutono su chi avrebbe dovuto occuparei primi posti nel regno che Gesù annunciava, dice : « I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’ uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come riscatto per la liberazione degli uomini ».
Nell’ultima Cena, mentre ancora una volta i discepoli discutono su chi di loro sia il più grande, Gesù, cingendosi i fianchi con il grembiule del servo, si inginocchia davanti a tutti e lava loro i piedi. Poi dice: « Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Dunque, se io , Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io vi ho dato l’esempio perché facciate come io ho fatto a voi » (Gv 13,13-15).
Ancora. Sul Calvario Gesù, il Maestro e Signore, si lascia inchiodare sulla croce come uno schiavo accanto a due ladroni, Per compiere la volontà del Padre, egli dà la sua vita, pur tra grandi sofferenze e per amore, per riconciliarci con lui e realizzare la nostra salvezza e la nostra risurrezione. Noi, come disse nella parabola del banchetto di nozze, siamo quei poveri che, radunati da tutti i crocicchi delle strade del mondo, non potranno mai ricambiarlo adeguatamente, perché il suo amore sovrasta immensamente il nostro povero amore. Egli è disposto sempre ad accoglierci nella nostra miseria con cuore generoso e pronto e ci offre il suo immenso amore misericordioso.
Quale testimonianza siamo chiamati a dare davanti gli uomini?
Al Signore, davanti alla sua estrema gratuità di amore, cosa potremo restituire noi, suoi figli, in cambio dell’amore ricevuto e di tutto ciò di cui siamo stati beneficati? Cosa può restituire un bambino ai suoi genitori per le notti insonni passate accanto a lui, per la lacrime e il latte di una madre? Accettare tutto ciò che Dio, nel suo amore di Padre, ci dà è certo un gesto di profonda umiltà, perché ci fa rinunziare alla nostra autosufficienza; inoltre, scegliere di corrispondere al suo amore, con l’obbedienza della fede, come Gesù ha fatto nel compiere la sua volontà, è certamente per il cristiano un gesto di umiltà che ci fa essere imitatori di Gesù che ha detto: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore ».
Prima Lettura: Sir 3,19-21.30-31.
Sono sempre attuali e necessari gli ammonimenti del libro del Siraci- De: riguardano la modestia, l’umiltà, la meditazione della Parola di Dio, l’elemosina: un corredo di virtù che rende graditi a Dio e ci fa amare anche gli altri. Facciamo attenzione a non incolpare subito gli altri che ci mancano di carità; esaminiamo prima se il nostro comportamento è gradevole o indisponente.
Seconda Lettura :Eb 12,18-19.22-24.
Grazie a Cristo - « mediatore dell’alleanza nuova » - noi abbiamo ormai accesso a Dio e al mondo degli angeli e dei santi. Non entriamo più in un mondo di simboli, come nell’Antico Testamento, ma nel mondo della realtà, della santità di Dio, della grazia. Certo usiamo ancora dei segni sacramentali, ma questi ci rendono già partecipi della vita divina. Con gratitudine e con timore per questa condiscendenza e vicinanza di Dio prendiamo parte in particolare all’Eucaristia, alla Carne e al Sangue del Figlio di Dio, consapevoli che la vita divina deve poi riflettersi nel nostro comportamento.
Vangelo : Lc 14,1,7-14.
Gesù insegna a dominare l’ambizione di mettersi ai primi posti. Quando l’umiltà è sincera, è gradita ed elogiata anche da quelli che non la posseggono. Spesso del resto la superbia e la petulanza vengono confuse anche quaggiù, e provocano situazioni incresciose e umilianti. Gesù insegna poi la gratuità nel fare il bene, l’esclusione dei calcoli sui vantaggi che ne possono derivare. Diversamente non avremmo un vero atto di carità. Si deve attendere la ricompensa nell’altra vita. Altrimenti il nostro sarebbe un dare con lo scopo di ricevere, uno scambio, non un gesto di amore.
La strada stretta della salvezza.
25 Agosto –XXI Domenica del Tempo Ordinario.
La strada stretta della salvezza.
Chi può partecipare della salvezza? E’ una domanda che è stata posta a Gesù in questi termini:« Signore, sono pochi quelli che si salvano? ». Nel tradizione culturale ebraica si pensava che tutti gli ebrei avrebbero partecipato al regno futuro di Dio. Appartenere al popolo ebraico era una condizione indispensabile insieme alla recita quotidiana dello shemà, mattina e sera ecc. Questa convinzione faceva ritenere che sarebbero stati esclusi dalla salvezza tutti gli appartenenti ad altri popoli.
Per Gesù, che riprende la convinzione di Isaia, come leggiamo nella prima Lettura: « Io, dice il Signore, verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria», tutti davanti a Dio abbiamo la stessa dignità, né si può accampare qualche privilegio derivante dall’appartenenza, o per la cultura o altro. Dio, in quanto Padre di tutti, vuole la salvezza di tutti, come ci ripete Gesù: « Verranno dall’oriente e dall’ occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e siederanno a mensa nel regno di Dio » (Lc 13,29).
Meritare la salvezza.
La risposta di Gesù apre alla speranza di partecipare alla salvezza da parte di tutti i popoli, poiché, partecipando della figliolanza di Dio a tutti gli effetti, non sono discriminati rispetto al popolo Ebraico. Ma bisogna entrare nella salvezza attraverso una “ porta stretta ” cui possono entrare tutti, ebrei, i discepoli, e tutti coloro che intendono seguirlo verso Gerusalemme, luogo della sua passione, morte e risurrezione.
Molti « cercheranno di entrare ma non ci riusciranno », perché per salvarsi non basta averlo riconosciuto, aver mangiato e bevuto alla sua presenza e ascoltato il suo insegnamento, se si è rimasti operatori di ingiustizie. La condizione per poter entrare non è bussare alla porta e pregare: «Signore, Signore, aprici ». Per entrare nel regno bisogna accogliere il suo invito alla conversione, allontanandosi da ogni forma di male e da ogni genere di iniquità,
La conversione come nuovo abito interiore per partecipare della salvezza.
Convertirsi al Signore significa riconoscersi peccatori davanti a lui; rinnovarsi nella mente e nel cuore assumendo atteggiamenti e comportamenti conformi alla volontà del Signore; accogliere la logica e il modo di pensare di Dio, pronti anche a rinunziare a ciò che può essere importante e caro nella nostra vita; liberarsi dai vari idoli che sorgono in noi e a cui ci asserviamo anche senza accorgercene e a cui leghiamo il cuore: prestigio sociale, superbia e vanagloria, benessere, ricerca di vari piaceri, affetti disordinati e i vari pregiudizi, ecc.
Il pentimento però non può ridursi a pura sensazione morale che ci fa sentire liberi dal senso di colpa. Il pentimento sincero deve farci prendere coscienza che peccando abbiamo rifiutato l’amore di Dio manifestasi nel Figlio crocifisso, che si è addossato le nostre iniquità.
Le lacrime del pentimento che irrorano il nostro spirito, paragonate all’acqua purificatrice del battesimo, e il perdono di Dio ci ridanno la vita nuova della grazia e dell’amicizia con lui, iniziata con il battesimo ma interrotta dal peccato. Il pentimento sincero è quella porta stretta di cui parla Gesù, attraverso la quale, riconoscendoci peccatori ( cosa che a volte non tanto volentieri facciamo), possiamo tornare in un rinnovato rapporto con Dio. Inoltre, come per Gesù la porta stretta è stata la croce, attraverso cui egli è entrato nella gloria, così anche per il penitente, che partecipa alla croce di Gesù morendo ai propri peccati, è aperta la porta che lo introduce nel banchetto eterno e nella gloria di Dio, a cui bisogna partecipare con la veste nuziale.
Solo donando la propria vita come ha fatto Gesù si potrà sedere accanto al Padre e gioire nella pienezza di comunione con lui.
Solo il titolo di aver partecipato alla croce di Cristo, morendo con lui ai nostri peccati, è l’unica via che porta al Signore, non tanto l’appartenenza o il seguire le tradizioni o la cultura: davanti a Cristo crocifisso ormai non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna.
Dio raggiunge il peccatore pentito con la forza del suo Spirito che lo guida sulla via del ritorno e gli fa prendere coscienza delle sue iniquità, lo riconcilia a sé mediante la morte del suo Figlio e con l’effusione del suo Spirito lo rigenera e rinnova con la sua grazia a vita nuova. Rinnovato così profondamente il credente ritorna a vivere nella sua dignità di figlio nella piena comunione con il Padre celeste e con gli altri fratelli.
La conversione è un cammino che bisogna realizzare lungo l’arco della propria vita in un continuo crescendo, passando continuamente da una vita secondo la carne e i suoi desideri, come diceva san Paolo, a una vita secondo lo Spirito e le sue istanze.
Prima Lettura: Is 66,18-21.
La salvezza è per tutti i popoli. Gli ebrei hanno preceduto, ma poi sono tutti chiamati al culto dell’unico Signore, senza esclusione di nessuno. Infatti la salvezza non è merito, ma una grazia che viene solo da Dio. A tutte le creature Gesù destina il suo Vangelo.
Seconda Lettura: Eb 12,5-7.11-13,
La sofferenza che Dio ci fa incontrare non è senza senso. E’ una correzione, un segno di amore da parte del Padre. Siamo esortati a non lasciarci abbattere dalla tristezza senza speranza, dall’avvilimento. Sapessimo sfruttare per la nostra guarigione spirituale quanto il Signore ci manda o permette di doloroso e cogliere il « frutto di pace e di giustizia », nascosto nella pena piccola o grande che non cessa mai di accompagnarci !
Vangelo: Lc 13,22-30.
La salvezza richiede sforzo: si tratta di passare per « la porta stretta ». Non servano a nulla le parole; neppure basta aver conosciuto e predicato il Signore per farci riconoscere da lui ed essere accolti.
L’essere stato primo, l’aver avuto l’elezione, quindi la preferenza divina, non servirà all’Israele che rigetta Gesù Cristo; avranno la precedenza quanti sono venuti dopo, i gentili, che hanno creduto e messo in pratica il Vangelo. Questa legge della sostituzione non ha perduto attualità. Saremo alla mensa nel Regno di Dio se avremo risposto con fedeltà operosa alla chiamata.





